Inestimabile

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Sembrava una mattina come un’altra quella sorta sulla facenda.

Larisse si era alzata e vestita come al solito, assorta nell’inerzia dell’abitudine, e posti sottobraccio i pochi versi che aveva composto qualche sera prima, aveva abbandonato la sua stanza.

Come quasi tutte le mattine aveva lasciato quell’ala spoglia della magione, rimasta così per suo gusto e noncuranza, ed aveva raggiunto l’ampio corridoio illuminato da finestre ad arco, per finire davanti alla porta della sala. Era solita fare capolino, dargli un’occhiata ammonitrice ed andarsene salutando, come se sapesse che la propria presenza era superflua in quei momenti: Etienne era solito dire che lei era la sua mestizia, e da quando erano ad Erigas Larisse pensava che non avesse bisogno di ulteriore tristezza.

Posò la mano sulla maniglia, pronta a dare il buongiorno al suo patrono. Poi si rese conto di quel gesto inutile, ma non ritirò la mano: aprì la porta ed entrò… la stanza ovviamente era vuota. Eppure ci aveva provato, come se fosse esistita una qualsiasi probabilità di trovare homme Etienne, seduto al divanetto della colazione. Ma adesso non c’era nessuno da salutare e nessuno con cui incrociare lo sguardo.

Adesso che nella stanza regnava quel silenzio sacro, soltanto gli oggetti restavano a raccontarne la storia. Forse era la prima volta che vedeva davvero quel divano, quelle stoffe, il modo con cui la luce baciava gli arabeschi, come disegnava linee limpide sul legno del tavolino.

Un nodo alla gola le impedì di respirare bene, aveva il viso caldo, le mani gelide. C’era soltanto il suono dei suoi passi che suonavano come rintocchi nel silenzio della sala.

Spostò lo sguardo fuori dalla finestra, osservando i campi inverditi dai germogli rigogliosi; i contadini chini sui solchi curavano le pianticelle, qualche bambino giocava tra grasse oche color della cenere.

Desiderò, per un attimo, che tutto bruciasse all’istante. Che andasse alla malora, tutto quello a cui teneva! Perché darsi pena per averlo se poi perderlo era una pena ancor più greve!

Poi finalmente… cedette al desiderio di sedersi e poggiare i fogli sul tavolino. Non nel suo posto, ma accanto, come se potesse tornare all’improvviso e presentarsi per la colazione. Non sarebbe tornato, lo sapeva. Era stanca. Eppure trovò il coraggio di mettere quelle parole in fila, nella propria testa.

<i>”Perché…? Perché tutti i miei amici… si suicidano?”</i>

Quando dame Isabeau si era uccisa, non le aveva detto niente. Né prima, né dopo, né mai, e ancora Larisse si domandava per quale fortuito caso fosse venuta a sapere quella verità per la quale non aveva potuto che perdonarle tutto. Ma quanta rabbia! Quanta rabbia aveva provato, quanta ingiustizia, quanto amaro aveva ingoiato, e altrettanto ne aveva sputato, senza una vera ragione.

Stavolta invece, aveva visto tutto ed aveva capito tutto. Ma questo non aveva reso le cose più facili, né le aveva dato il potere di cambiarle.

“Io non voglio tornare”, le aveva detto homme Etienne. Lei non aveva risposto. Non c’era niente che potesse dire, perché le cose stavano come stavano e lei non era il tipo di persona che indorava i fatti di parole, o che distoglieva lo sguardo. Non aveva parole per indorare quella realtà… ma avrebbe voluto.

Aveva visto la morte tante volte, ormai sapeva già come funzionava, sapeva quanto avrebbe sofferto, cosa avrebbe risvegliato il dolore, cosa lo avrebbe allontanato per un po’. Ne sapeva così tanto da poter decidere di non piangere – non ancora, non di nuovo -; perché non aveva le forze di disperarsi e non avrebbe pianto le lacrime che altri si rifiutavano di cacciare fuori. O perché semplicemente, non era il momento.

Quella notte, quando entrando nella mensa dove l’aveva perso di vista, quando l’aveva cercato, quando aveva oltrepassato il guscio a guardia della porta, quando aveva vagato nel buio della stanza sapendo già cos’avrebbe trovato, quando aveva comunque provato a guarirlo, quando aveva corso e urlato per richiamare Jean-Claude… per tutto quel tempo, aveva aspettato. Poi finalmente, terminato il suo compito, si era seduta. Solo allora era stato il momento.

Se ci pensava, poteva arrabbiarcisi ancora: lui lo sapeva, lo sapeva che avrebbe fatto tutto come doveva. Ma peggio ancora, lui si era fidato.

“Sai che a te dico tutto.” …ricordava con quale sorriso Etienne aveva accompagnato quelle parole. Era vero, le aveva detto tutto, anche se non sempre in maniera aperta o palese; se solo si fermava, seguiva gli indizi e metteva insieme i pezzi, poteva intuire come stavano davvero le cose, ricostruire i percorsi e pensieri di quell’uomo… almeno fino a dove osava spingersi, persino nella solitudine dei propri pensieri.

Ma non era questo il punto. Le prudeva la lingua, come il rimpianto di aver lasciato un discorso inconcluso, sebbene sapesse che anche il non-detto, tra loro, era stato inteso. Aveva letto tra le righe delle parole e del gesto di Etienne, ed aveva capito che non c’era nient’altro da dire. Forse era il fatto che per quanto ci avesse fatto il callo, non era mai del tutto pronta. Forse era triste, e basta.

Lentamente, tirò a sé i fogli che aveva abbandonato sul tavolino, e li rilesse.

“E mentre noi giocavamo

Eroi soldatini ragazzi

A vivere a ogni costo

Per un ideale

C’erano i lasciati indietro

Che morivano per noi

E ci lasciavano indietro

Andavano oltre

Dove non sapevamo seguirli.

Chi ha vinto

E chi ha solo giocato?”

Quella era la prima poesia. Le aveva cercato un titolo, ma non l’aveva trovato. C’era solo quel punto interrogativo, sospeso e vasto come il vuoto nel suo stomaco.

Poi c’era l’altra, nata dalla discussione che aveva avuto con Etienne in carrozza, durante quel fatidico ultimo viaggio. Una discussione che aveva chiuso lui, definitivamente.

Larisse aveva scritto solo allora la propria risposta, senza giudizio, senza resistere a quella logica che il giovane si era imposto ed aveva rispettato.

Appartieni a ciò che è tuo

Perché sei tu

Che gli hai dato un prezzo.

L’ha voluto pagare

Col sangue e con la vita,

Hai pesato il valore

Di ciò che è inestimabile.

Aveva scritto perché a volte era l’unica cosa che sapeva fare per tenersi compagnia; l’unico modo di ascoltarsi e toccare quello che aveva dentro.

Eppure, per quanto facesse male, quel dolore era prezioso. Perché era il prezzo da pagare per ciò che aveva avuto. Era il prezzo da pagare per trovare quelle parole. Ed era inestimabile.

Dei passi veloci e precisi nel corridoio, Larisse sospirò profondamente riscuotendosi dai suoi pensieri. Avrebbe fatto finta di nulla se necessario; ma i passi sfiorarono la porta e proseguirono oltre, seguiti da altri più pesanti. Rimase in ascolto.

– Che c’è Artemisia, che hai così agitata..? –

Riconobbe la voce, ma avrebbe dovuto capirlo subito. Chi altro avrebbe potuto essere ad animare quella magione, se non Jean-Claude e Rododendro?

– Non trovo Fey, non so dov’è andata e in camera sua non c’è! –

– Ma sarà da qualche parte, l’hai visto com’è… magari è qui in un angolo che ci ascolta e non ti dice niente e se la ride! –

Jean-Claude aveva ragione, quello sì, la fece sorridere. Nemmeno in quel momento, poteva essere diversa da se stessa. Come non lo era stato Etienne, d’altronde.

– Sì sì lo so… ma dopo quello che è successo, non riesco a non darmi pensiero quando qualcuno sparisce! –

Poteva capirla. Poteva capire tutti, era questo il suo problema: capire non era condividere, e tante volte aveva capito, ma era comunque passata oltre perché non interessata. Ma Homme Etienne l’aveva fermata.

Certo aveva fatto molti passi ed altrettante scelte, ma per quanto volesse credere di aver scelto da sola, in fondo sapeva che il merito era più altro suo, d’averle trovato un posto tra quelle persone che adesso amava: chi altro gli aveva spiegato cosa stava succedendo nelle situazioni più assurde, o in quelle apparentemente più lineari ma che in realtà nascondevano tutt’altro? Chi le aveva detto tutto con un’occhiata nel momento più opportuno? Ora lui se n’era andato, ma lei era rimasta.

Ormai strappata alle sue riflessioni, si mosse all’improvviso come una statua che prende vita, e raggiunse la porta. Non la porta da cui era arrivata, ma quella dal lato opposto, per sgattaiolare via senza disturbare. O senza doverli incontrare, a seconda dei punti di vista…

I campi. La facenda, o come la chiamava home Etienne, la piccola Valdemar. Guardò quelle terre brune, punteggiate di germogli verdeggianti. Cosa mai c’era stato da amare in Valdemar: poteva essere bello viverci, per alcuni, ma da amare? Già…

– Tienes panel senorita? Puedes leer?

Voltò il capo, abbassò lo sguardo sul bambino, si strinse la pergamena addosso per nasconderne lo scritto.

– Certo che so leggere. E tu?

– No puedo leer! Qué está leyendo? Un cuento?

– Veramente sto… sto… eh sì, sto leggendo una favola.

Di solito preferiva allontanarli con un’occhiataccia gelida, i bambini. Pensava di risparmiare a loro e a se stessa tante sofferenze. Ma era troppo stanca per opporre quel muro.

– Es la historia de un heroe?

– È la storia di… un principe.

– Uno rico vestido de oro, con una espada dorada y un escudo plateado?

L’alchimista sospirò. Dare confidenza ai bambini era sempre un errore. Era da vigliacchi mentirgli, ma era da furfanti dirgli tutta la verità.

– No, non portava scudo e spada… però era ricchissimo eh… aveva un grande tesoro.

– Si pero que tan grande!?

– Non si poteva contare! Era… inestimabile!

– Ine… se… ta… mabele?

– Sì piccolo. È quando qualcosa vale più di tutto. Anche della nostra vita.

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