Anno 19, giorno settimo del mese di Kainus Yano- Il rosso e il nero

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– Aggiungi poi che per la paga che prendiamo facciamo anche troppo…

Dejon non ne poteva più. Era dall’inizio della mattinata che il suo compagno Buck parlava a vanvera, lamentandosi e basta. Già era un individuo spocchioso e borioso, poi aveva anche trovato un argomento particolarmente fastidioso, e adesso la sua sopportazione era il limite. Non bastava dover pattugliare il confine nord di Ombrafolta, sotto una pioggia incessante e con una nebbia impenetrabile, ma a questo si aggiungeva un commilitone molesto. Un’altra settimana così, e avrebbe chiesto il trasferimento.

Le fronde degli alberi di Ombrafolta si intrecciavano nella tenebra di una giornata grigia, legandosi in misteriosi arabeschi che dividevano il cielo in piccole porzioni visibili. Nubi plumbee gravavano su quelle terre, rovesciando il loro umido carico sulle teste munite d’elmetto dei due soldati. Il freddo, come un’astuta serpe, si insinuava in ogni anfratto dell’armatura, ghiacciando le membra, e non bastava minimamente la casacca di lana bianca e nera del Regno, ormai fradicia di pioggia, a dar loro sollievo. Dejon si ritrovò a rimpiangere il fronte. Almeno lì, con l’acqua o con il sole, c’era movimento, non la piatta e grigia calma di Ombrafolta. È vero, rischiava la vita, ma perlomeno non gli andava in pappa la testa per colpa delle chiacchiere di un idiota. Non c’era il tempo per chiacchierare, al fronte.

Fu allora che vide spuntare il viandante lungo il sentiero. Istintivamente impugno saldamente la lama d’acciaio d’ordinanza, e si protesse dietro lo scudo. Non che la figura fosse minacciosa, ma quell’uomo avanzava cantando a squarciagola sotto la pioggia incessante. Appena il viandante individuò i due soldati, rivolse loro uno strano saluto in un dialetto incomprensibile. “Alemarita, probabilmente”, pensò Dejon. Lui e Buck si avvicinarono con le spade sguainate, arrancando nel fango, fino a poter osservare meglio l’individuo. Era un uomo alto qualcosa meno di sei piedi, ben piazzato e in salute; volto tondo e raggiante, occhi azzurri, sorriso accattivante, uno strano orecchino, portava la testa coperta da una bandana rossa, da cui uscivano scomposte grosse ciocche di riccioli scuri e ormai zuppi d’acqua, e su cui si appoggiavano occhiali di bizzarra fattura. Vestiva una splendida camicia bianca con pizzi e trine, e un lungo cappotto rosso con decorazioni e rifiniture dorate, calzoni da cavallerizzo e stivali scuri di ottima fattura. Portava uno stocco affilato e ricamato al fianco, mentre sulle spalle aveva un grosso sacco di iuta; sotto braccio, un grosso tamburo in legno rifinito. Avanzava come se niente in quel momento fosse importante, continuando a canticchiare un motivetto incomprensibile; poi all’improvviso, li apostrofò con voce argentina.

– Suvvia, coraggiosi militi, deponete il vostro brando! Forse temete un povero vagabondo errante?

Dejon abbassò la spada, seguito subito dal suo compagno. Non sapeva perchè, ma aveva capito all’istante che quell’uomo non era pericoloso. Non emanava alcuna ostilità, anzi sembrava attirare la fiducia delle persone. Dejon, comunque, lo interrogò ugualmente con voce roca e brusca.

– Il suo nome, messere, e motivazioni della vostra presenza in Ombrafolta.

Il viandante fece, un inchino completo, sfarfallando la mano ingioiellata dinnanzi a sè.

– Alehandro Maquin’daar, messeri, circense itinerante e membro unico del circo Maquin’daar, al momento. E per il motivo, beh, mi sono perso.

Alehandro si rialzò, con aria sicura, il sorriso ancora stampato sul volto.

– Stavo cercando l’Iscuto,al ritorno da Alemar, ma cinque giorni fa avevo pensato ad una scorciatoia, e ho perso totalmente la via. Solo oggi ho ritrovato il sentiero, e se foste così gentili da indicarmi la direzione per la fortezza mi sareste di molto aiuto…

Un po’ suonato, ma una brava persona, rimuginò Dejon. Dargli indicazioni non gli costava niente, ma prima voleva vederci chiaro.

– E per quale motivo vorrebbe andare all’Iscuto?

Alehandro alzò una spalla, con un’espressione un po’ meno decisa e leggermente triste. Sembrava che la risposta gli fosse pesante da ammettere a sè stesso in prima persona.

– Sto cercando alcuni vecchi compagni di ventura, ed è l’unico luogo da cui posso iniziare la ricerca, amici miei. Ad esempio, sapete mica se Raphael lo posso trovare lì?

Dejon sgranò gli occhi, per la familiarità con cui parlava l’uomo. Buck, con veemenza, abbaiò iroso contro il viandante.

– Vorrai dire il Conte Raphael, zotico! Mostra un po’ di rispetto!

L’occhiata di Alehandro fulminò il soldato, che ammutolì tremante. Per un attimo, gli sembrò di avere davanti una belva irata e inferocita, che odiava essere contraddetta. Quando il viandante parlò, però, lo voce con voce calma e controllata, sebbene rimanesse pervasa da una vaga aria minacciosa.

– L’ho conosciuto come Raphael, e per me rimane Raphael, grazie.

Poi, rapida com’era apparsa, l’aria minacciosa sparì, lasciando il posto ad un sorriso disteso e conciliatore. Alehandro, si passò le mani sul petto, a togliere una manciata di foglie secche intrise d’acqua dal cappotto rosso.

– Non vi preoccupate, militi, qualcuno all’Iscuto, se non c’è Raphael, lo trovo comunque. Se mi va bene trovo Marek. Ah, probabilmente potrebbe esserci anche quel carboncino di William…

Dejon trasalì. Un dubbio si insinuò nella sua testa, e la domanda gli nacque spontanea.

– Scusi, messere, ma da quanto è in viaggio?

Alehandro alzò la testa al tono tremante della domanda. Rimase qualche istante con un’espressione interrogativa stampata sulla faccia, poi socchiuse gli occhi borbottando.

– Beh, ad un rapido conto, sono partito nel mese di Elios, quindi dovrebbero essere quasi cinque mesi ormai… come mai?

Quello che Dejon vide negli occhi dell’uomo, fino a quel momento così spavaldo, fu una paura sottile e insidiosa, come una vocina che gli sussurrava incubi indicibili all’orecchio. Sentì che la risposta gli avrebbe fatto male, ma anche non sapere niente dopo quello che aveva lontanamente pensato era una pena troppo grossa. “Dovrò farlo”, pensò Dejon. Buck, al suo fianco, tormentava l’impugnatura della spada.

– Messer Alehandro, il prode William è morto. Un mese dopo la sua partenza, a quel che sembra. Ha eroicamente combattuto, con ogni sua forza, contro il demonio conosciuto come Desmodar Sceleron, ma è deceduto nel tentativo.

Dejon tacque, lasciando che fosse la pioggia a colmare il silenzio pressante. Non c’era alcunché sul volto di Alehandro. Niente stupore. Nessuna collera. Nessuna rabbia. Una strana espressione dura, incattivita, come di accusa verso qualcuno o qualcosa. Si aspettava che urlasse, che manifestasse qualcosa, ma le uniche parole con cui uscì dopo lunghi attimi furono sputate acidamente.

– Bene. Credo che adesso sarà soddisfatto. Sembrava che la morte lo ossessionasse sempre, e adesso c’è riuscito. Bravo, William.

Dejon tacque. Quelle parole erano tremendamente offensive alla memoria del coraggioso aldebaranita, ma qualcosa non lo convinceva. Non c’era astio, in quelle parole, ma solo un dolore e un senso di colpa incolmabili. Buck non capì la stessa cosa, e si scagliò all’attacco del viandante con parole dure e aspre.

– Come ti permetti di infangare la sua memoria? Egli è morto combattendo per noi, è perito per quello in cui credeva! Egli è un eroe!

Non ci fu tempo di attesa, per la risposta di Alehandro. Il viandante, chiudendo meglio il cappotto rosso, iniziò ad incamminarsi a testa bassa nella stessa direzione che seguiva quando era arrivato, sorpassando le guardie. Dejon gli toccò una spalla, per fermarlo.

– L’Iscuto è nell’altra direzione, messere.

Sentì un grazie, a malapena borbottato. L’uomo s’incamminò sotto la pioggia, nel fango, lasciando dietro di sè il soldato schiumante di rabbia e Dejon. Quando ebbe compiuto una decina di metri, mentre gli altri ancora lo osservavano, si fermò in mezzo alla strada. Non si voltò, ma iniziò a parlare. La voce era stranamente distante, pensierosa, come se dovesse convincere sè stesso.

– Un eroe. Un bel gesto. I libri di storia ne parleranno, i bardi lo canteranno. Eppure, è stato un gesto inutile. Non darà da mangiare a tuo figlio. Non debellerà i problemi di queste terre. Saranno i vivi, a poter fare qualcosa. Chi muore è un eroe, ma per lui il sipario si chiude. Può darsi che qualcuno sarà ispirato da questa azione magnifica, e otterrà di farsi ammazzare anche lui. Sangue chiama altro sangue. L’odio sopravvive a chi odia. E gli eroi non vedranno niente di tutto questo, immersi nei loro sogni, dentro le loro magnifiche tombe.

Riprese a camminare in silenzio. I due militi tornarono indietro, sentendo che per loro qualcosa era stranamente cambiato. Erano cambiati i colori del mondo, i sapori, il modo con cui avvicinarsi alle cose. Quello per cui vivere. Quando tornarono a casa, dalle loro mogli e dai loro figli, al caldo del focolare, si sentirono felici. Si sentirono eroi a modo loro.

Alehandro camminò, accompagnato solo dal battito del suo cuore, verso l’Iscuto. Pensava a Melisenda. Pensava a William. Pensava a tutti gli altri. Gli amici, i compagni. Quelli che per tutto questo tempo aveva abbandonato per un capriccio personale. Ringraziò la pioggia, affinché potesse coprire le sue lacrime.

“Non esiste mondo così grande da poter sfuggire ad un senso di colpa. Ed io, io non potrò mai andare così lontano” – Alehandro Maquin’daar

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