Anno XX- Draghi e furetti

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– Sono passati cinque giorni, diamine!- imprecò l’elfo dal buio del suo nascondiglio sotto un giaciglio. Gli occhi azzurri da predatore lanciavano lampi irati nella direzione dell’anta semiaperta dell’armadio, che con voce chiara e tranquilla si limitò a rispondere.
– Ricordati che è Alehandro. In tutto quel che fa è eccessivo.
Liarl imprecò di nuovo. Era una buffonata bella e buona. Voleva bene ad Alehandro, ma quando è troppo è troppo. Era stato riportato in vita cinque giorni addietro, senza che alcuna ferita sfregiasse più il suo corpo, ma a quanto pareva il cervello era andato. Se ne stava in quel modo, disteso a bocca lievemente aperta, gli occhi cerulei sbarrati come se il soffitto gli dovesse cadere addosso da un momento all’altro. Uno stupore che da cinque giorni lo attanagliava, impedendogli di fare alcunché. Per molti era ammattito, il trauma doveva essere stato troppo vasto, troppo pesante, e la sua mente non aveva retto. Finché ha potuto è stata Melisenda ad accudirlo, ad imboccarlo amorevolmente, ad avvertire gli inservienti del tempio quando era il momento dei bisogni, come per un pargolo. Sembrava paziente, eppure stava soffrendo visibilmente per più e più cose, quando non ha più retto. A Liarl, impegnato in quei giorni a sollevare il morale del redivivo Elmo, adesso in compagnia della madre, avevano detto che era svenuta dopo un colloquio misterioso con il fratellastro Haku, dopo aver sussurrato qualcosa. Il samurai, apprensivo come suo solito, aveva provveduto personalmente a istituire cure adeguate per la sorella, ma aveva anche provveduto a lasciare qualcuno di guardia ad Alehandro. Sapeva bene che se Melisenda, svegliandosi, avesse saputo che aveva tralasciato il suo vecchio amico non gliela avrebbe fatta passare liscia. E perciò eccoli lì, Liarl Sovriel fremente sotto la paglia e Gith placido nell’armadio.
– Io me ne vado. Questo lo possono fare anche i novizi- aggiunse alzandosi, con le fini vesti azzurre di camoscio che trattenevano ancora le dorate pagliuzze. Iniziò a scrollarsi subito.
– Mamma mia, come sei scortese. La pazienza elfica non sai proprio cosa sia- lo apostrofò la voce.
L’elfo si voltò rapido con le braccia spalancate in segno di impazienza manifesta, ma la mandibola gli cadde sul petto per lo stupore. Alehandro, con la bianca veste che ricadeva leggera, si stava mettendo a sedere sul letto, e lo guardava in tralice da sotto una cascata furibonda di capelli castani. Gith si massaggiava il collo uscendo dall’armadio, e già frugava in tasca alla ricerca della pipa.
– Te l’avevo detto. Ad Alehandro basta dargli tempo, e il giusto attacco per l’entrata.

*    *    *

Haku era un mistero per tutti i residenti alla biblioteca che già non lo conoscessero. Membro di una stirpe di guerrieri perduta nel tempo, i Samurai Dragoni di Giada, sembrava un vessillo del passato che mostrava ancora la propria regalità e nobiltà d’animo, una sorta di icona vivente. E nessuno dubitava che dovesse averne passate di cotte e di crude, ma il passo dei suoi stivali sul selciato, il suo respiro pacato, lo sguardo tranquillo, niente tradiva in lui la benché minima insicurezza. Quando era arrivato in una notte piovosa in compagnia di una misteriosa donna coperta interamente di vesti nere e recante i simboli di Kainus Yano, era giunto per trovare alcuni dei suoi compagni macellati come bestie da un ignoto assassino; ad attenderlo, oltre al chiassoso elfo Liarl e al tranquillo arciere Gith, c’era una ragazza senza età, dalle vesti esotiche e colorate, i lunghi capelli scuri e ondulati, che stringeva in mano alcuni veli semitrasparenti. Era silenziosa, ma di quei silenzi carichi d’ira, pronti ad esplodere, e non si era mai staccata dal cadavere di un tale Alehandro, un robusto circense che un fendente di spada aveva quasi tagliato in due. Sembrava che Haku e lei fossero fratelli, almeno questo intuirono i novizi nascosti dietro gli angoli di pietra dei corridoi. E anche quando dopo aver parlato una volta di più in quei tre giorni era svenuta, il samurai si era limitato silenziosamente ad alzarla da terra e deporla in un’altra stanza. Nessuno si era sentito di negargli ospizio, quando questi l’aveva chiesto genuflettendosi. Riusciva con la sua gentilezza a mettere a disagio i novizi, nonostante non fosse sua intenzione, ma nessuno li aveva mai trattati così umanamente. Per questo, quando quel pomeriggio Haku bussò alla porta in cui era ospite l’individuo di nome Alehandro, il novizio Furrow si sentì in dovere di avvertirlo. Si avvicinò furtivamente mentre il samurai attendeva in silenzio una risposta dall’interno, e quando giunse a lui, a capo basso, fece notare la sua presenza con un debole gemito che doveva essere un saluto. Haku si voltò, serio in volto, poi ricambiò la gentilezza del giovane con un triste sorriso, che diede coraggio al suo interlocutore.
– Nobile Haku, messer Alehandro la sta attendendo qui fuori in cortile.
Nessuna sorpresa mosse il volto del samurai dinnanzi alla notizia del risveglio del compagno. Si limitò a sorridere nuovamente, ringraziando, e si avviò all’esterno.
La sorpresa qui fu inevitabile, e Haku dovette far non poco sforzo per non rimanere a bocca aperta come un bambino. All’ombra degi imponenti palzzi di Mordian, a pochi metri dalle possenti mura grigie della biblioteca, in mezzo alla via trafficata, sotto gli occhi stupiti dei passanti, era stato deposto un ampio tappeto scarlatto, di non meno di otto piedi per lato, di tessuto arabescato e pregiato. Qui lo attendeva Alehandro, seduto sui talloni, in ginocchio a schiena diritta, le mani appoggiate sulle cosce con i gomiti leggermente all’infuori; i lunghi capelli erano legati con una elegante coda sulla sommità del capo, e vestiva una sorta di vestaglia bianca legata in vita da una cintura di stoffa nera. Se ne stava lì, immobile, ad occhi chiusi, con la sua spada decorata innanzi a lui. Il samurai sarebbe rimasto in silenzio a lungo, se Alehandro non l’avesse chiamato.
– Grazie di essere venuto, Haku. Ti aspettavo.
Continuava a non aprire gli occhi, il circense, ma con un gesto invitò Haku a sedersi sul tappeto. Era calmo, stranamente pacato, e ad Haku parve incredibilmente scortese non accettare quell’invito. incurante delle risatine dei presenti,con un gesto lento e metodico, come uno scorrere d’acqua, anche il samurai si inginocchiò come l’ospite nella vecchia maniera dei samurai, nonostante il notevole peso dell’armatura e le katane al fianco. Una volte inginocchiato, si limitò a osservare l’amico di sua sorella. Sembrava meditabondo, immerso in pensieri tutti suoi, ed Haku non riusciva a capire cosa potesse volere da lui
– Haku, insegnami tutto quello che sai sull’arte del guerriero.
Il samurai non seppe se essere più stupito se per quelle parole o se per come Alehandro si buttò in avanti, appoggiando i palmi a terra e chinando la testa innanzi a lui. Quello che però più lo incuriosiva, però, erano le motivazioni del gesto; Alehandro di solito era davvero orgoglioso, e per lui chinare il capo a quel modo doveva essere costato molto. Haku decise di fare luce sull’accaduto.
– Innanzi tutto dimmi perché.
Alehandro a quel punto alzò la testa. Negli occhi celesti balenava una vaga luce irata, e il gesto di aprire un fianco della vestaglia fu particolarmente rabbioso. Mostrò numerose bende insanguinate sul costato e sui fianchi, poi risistemandosi la veste si limitò a commentare tra i denti.
– Perché sono debole. Perché sono morto. Perché non sono capace di difendere né me stesso né gli altri, figurarsi. Perché non mi sono mai sentito così da schifo, e perché sarebbe anche l’ora che io impari a farci qualcosa con ‘sto pezzo di metallo,- concluse, sventolando la spada con poca grazia.
Haku si limitò ad annuire. Iniziava ad avere chiaro il quadro della situazione .
– Se le cose stanno così, allora,- disse – io non ti posso aiutare.
Alehandro balzò in aria, per poi pentirsene quando le costole richiesero la loro attenzione. Niente però lo riuscì a fermare dall’incavolatura che gli stava montando su, e che lo stava facendo urlare come un matto mentre con ampi gesti cercava di sottolineare il concetto.
– Ho organizzato tutta questa pagliacciata per niente, vuoi dire?! Non mi dire che non ti ho stupito, insomma! Haku, capisci che mi serve imparare a combattere se non voglio lasciarci le penne di nuovo? Non pensi a come si sentirebbe Mela se io ci morissi ancora?
– Tu non vuoi essere un guerriero samurai. Tu vuoi saper utilizzare la spada- lo interruppe Haku. Sempre più spazientito, Alehandro fece un ampio gesto ironico di risposta, segno che si stava sempre più spazientendo.
– Bella forza, campione. Mi va bene uguale.
– Il samurai è paziente.
– E io non lo sono, lo so. Ora…
– Il samurai è onorevole.
– Io ho il MIO onore e basta.
– Il samurai è leale.
– Sì, ho capito, e io attaccherei alle spalle anche un paralitico… 
 – Il samurai è paziente.
– L’HAI GIÀ DETTO, PORCA MISERIA!
Silenzio. Sguardo imbarazzato di Alehandro. Haku inizia ad alzarsi lentamente, aggiustando le spade al fianco.
– Presumo che questo sia un no, Haku- disse tristemente il circense, incollando gli occhi al suolo. Il samurai si limitò a girarsi e a guardarlo in tralice da sopra la spalla. La sua voce risuonò lenta e decisa sopra il mormorio stupito dei curiosi cittadini di Mordian, attratti dallo spettacolo che volgeva al termine.
– Domattina qui fuori, Alehandro. All’alba. Il samurai è puntuale.

*    *    *
All’interno dei corridoi della biblioteca di Mordian, in molti tra i novizi si fermarono a guardare quello spettacolo. Ne ridevano, perchè non li conoscevano come ormai li conosceva Syddin. Impegnato come al solito a riordinare i pesanti volumi ivi custoditi, si chiedeva perchè lo stessero facendo. In piedi uno a fianco dell’altro, gli occhi chiusi, le mani congiunte innanzi al petto, i volti rilassati; Haku nella sua livrea da nobile samurai, Alehandro con addosso una scarna veste di lana scura. La luce del sole filtrava dalle finestre sopra di loro, e giocava a intrecciarsi su quelle due figure immobili come statue. Syddin si fermò sulla porta di una delle stanze laterali, poco distante, con i pesanti volumi che gravavano sulla sua esile figura, in attesa che i due si muovessero. Attese poco, quando Alehandro aprì bocca. Il samurai si mosse appena verso di lui, senza aprire gli occhi, ancora immobile e ieratico, quasi un’effigie.
– Ascolta, Haku…
-…
– … dici che tutta ‘sta meditazione mi serve?
-…
-…
-…
– Chiarissimo.
-…
-… e Melisenda?
– Non sta affatto bene.
– Ancora sangue?
-…
-…
-… sì.
Alehandro inspirò profondamente. A Syddin parve che sul volto si fosse allargata in un istante un’ombra di rabbia e di impotenza, poi si rimise in posizione e continuò a rimanere immobile. Syddin trattenne a stento un sorriso di tenerezza verso i due, e riprese il suo lavoro.

*    *    *

– Prima regola. Se incontri un nemico più forte di te, scappa.
Alehandro rimase basito. Per tre giorni non aveva fatto altro che meditare come uno stupido, e adesso che Haku, in una delle sue sporadiche pause, gli  aveva permesso di impugnare la spada, gli diceva così. Non gli pareva che il samurai avesse mai agito così, ma non voleva contraddire il suo maestro. Fece un largo gesto con la mano, per farlo continuare, ma Haku rimaneva in silenzio. Il circense si passò entrambe le mani tra i capelli folti, poi le sbatté forte sulle cosce.
– Questo l’ho sempre fatto, Haku…- disse con un risolino.
– Non l’ultima volta, mi sembra- aggiunse il samurai, laconico. Sapeva anche essere ironico, il bastardo.
Alehandro stava lentamente perdendo la pazienza. Continuava a spronare a larghi gesti il samurai a parlare, roteando la spada come un mulinello, ma questi si limitava a fissarlo in silenzio.
– E allora cosa dovrei fare, "maestro"? Imparare a usare questa spada per pulirmi il…
Haku lo interruppe subito con un gesto della mano, così che non fosse costretto a udire la volgarità.
– Tu non sarai un guerriero per molto tempo, Alehandro- si limitò a dire Haku. – Per maneggiare con perizia una lama, per imparare a fronteggiare l’avversario, anche solo per le basilari tecniche di attacco e difesa servono severi anni di allenamento. Non puoi pretendere di apprendere in un baleno quello che a molti è costato sangue e sudore.
Un’altra lezione di umiltà che Alehandro fece subito sua. Abbassò lo sguardo a terra, contrito, e mugugnò tra i denti.
– Cosa dovrei fare, allora?
Haku sfoderò entrambe le sue due lame esotiche, puntandole poi entrambe verso il basso.
– Fuggi e cerca una situazione di vantaggio. Un compagno con cui condividere la battaglia o un luogo a te favorevole. Tenta di portare verso di te l’equilibrio dell’incontro. Solo a questo punto potresti provare a utilizzare i rudimenti di scherma che mi accingo a insegnarti. Seconda regola: non andare all’assalto. Combatti solo se sai di poter vincere o quando la tua vita è seriamente in pericolo.
Alehandro adesso aveva rialzato lo sguardo. Per certi versi non aveva una grande simpatia per Haku; troppo serio, mai uno svago, concentrato unicamente sulla sua missione sino quasi ad apparire gelido. Ne aveva però sempre ammirato il valore e la forza in battaglia; inoltre era il fratello di Melisenda, e Alehandro sapeva bene che avrebbe dato la sua vita per lei. Come avrebbe fatto lui, d’altronde. Adesso, poteva anche apprezzare la profonda saggezza di Haku, la calma, la muta sagacia e l’indiscutibile astuzia. Cominciava quasi a trovare in lui il fascino tipico dei maestri Dragoni di Giada come raccontavano le leggende.
– Ho appreso la lezione, maestro- disse inchinandosi.

*    *    *

– Alto! Basso! Alto!
La voce imperiosa di Haku risuonava tonante sotto il sole cocente, sulla spiaggia bianca, oltre il rumore ritmico della roboante risacca. Non gli avrebbero mai permesso di allenarsi a quel modo vicino ai luoghi di studio, in cui avrebbero disturbato chiunque, e così, con le armi finte intagliate dal samurai, Alehandro e Haku si erano andati ad allenare vicino al mare, rinfrescati dalla brezza primaverile. Il rumore dei colpi dei bastoni da allenamento era veloce e cadenzato dalla sequenza degli attacchi di Haku, da cui il circense provava a difendersi con quello che aveva appreso. Il primo colpo, dall’alto verso il basso, fu parato da Alehandro sopra la testa, rafforzando la presa con la mano libera appoggiata sul piatto della lama; poi, fulmineo, Haku ritrasse la spada al fianco e affondò di punta diretto verso le gambe. Alehandro si limitò a schivare saltando lateralmente, e parò nuovamente sopra la testa il fendente di ritorno del samurai, insidioso e rapido come le spire di una serpe. Mentre Alehandro aveva già il fiatone, il suo maestro non mostrava alcun segno di cedimento. Doveva imparare a combattere in fretta, Alehandro, e non sarebbe certo stata la fatica a fermarlo.
– Di nuovo- sussurrò tra i respiri affannosi.
Haku si rimise in guardia, rapidamente seguito dal volenteroso allievo. Quando il samurai scattò in avanti, il bastone di Alehandro era già pronto a parare il colpo sopra la testa. Non poco si stupì quando vide il bastone cambiare bruscamente traiettoria e colpirlo violentemente allo stomaco, lasciandolo senza fiato. Cadde sulle ginocchia, tenendosi l’addome stretto e sputando per terra. Haku gli porse la mano, sebbene con sguardo severo.
– Lezione tredici: i nemici sono imprevedibili. Non aspettarti mai niente da loro, ma sii sempre pronto ad ogni evenienza.
Alehandro annuì, e mugugnò nuovamente a fatica.
– Di nuovo.
Haku ammirò l’impegno dell’allievo, che si rimise in piedi impugnando saldamente la sua arma. Scattò in avanti, e portò un colpo laterale al braccio non armato dell’avversario, che Alehandro bloccò spostando saggiamente il bastone in traiettoria. Haku si ritrasse, pronto ad un nuovo attacco, quando si accorse che il circense stava facendo strani segni nell’aria e cantilenava qualcosa; fu l’ultima cosa che vide, poiché un getto di polveri colorate lo colpì agli occhi, costringendolo a chiuderli per il fastidio. Subito dopo avvertì il passo di avvicinamento di Alehandro, che si avventò col corpo sulle sue braccia, disarmandolo. Alehandro si compiacque della manovra.
– Regola quattordici: se l’avversario è imprevedibile, io lo sono di più. È sempre bene avere un asso nella manica- disse con una mezza risatina stanca.
Pensava che fosse finita, e che il maestro gli avrebbe fatto i complimenti; certo non si aspettava che Haku, ancora cieco, alzasse il gomito verso il suo volto rapido come una saetta. Alehandro lo parò con il manico del bastone, e non vide neanche l’altro colpo, il piede di Haku che strisciando rapido lo aveva artigliato dietro il ginocchio, lo aveva sollevato e spazzato a terra. Con le spalle sulla sabbia tiepida, Alehandro, ancora intontito, contemplava la sua disfatta. Il samurai, ora con gli occhi aperti, lo guardava dall’alto in basso, porgendogli nuovamente la mano.
– Regola quattordici bis: se tu hai un asso nella manica, il nemico ha il resto del mazzo.
Alehandro annuì. Aveva ancora da imparare molto.

*    *    *

Erano passate rapide tre settimane di allenamenti, quando Haku e Melisenda dovettero partire. Alehandro non se la sentiva ancora di mettersi sulle vie di ventura, e lasciò che fratello e sorella andassero per la loro strada. Abbracciò Melisenda a lungo; la vide pallida, stanca, e ancora ombre vermiglie le macchiavano la pelle. La sentì esile e leggera come un pulcino. Poteva percepire il dolore e la rabbia che vibravano nel suo corpo, ma non se la sentì di dire altro che uno scarno:
– Riguardati.
– Anche tu- si limitò a rispondere mestamente Melisenda, con uno dei suoi tristi sorrisi. Si guardarono a lungo senza dire niente. Avevano imparato a capirsi, ma la Mela di quei giorni, inquieta, addolorata, provata nel corpo e nello spirito superava di gran lunga la sua comprensione. Venne il momento di prendere commiato, e Alehandro e Haku si scambiarono un inchino profondo e silenzioso. Con un rapido sguardo affidò ad Haku la protezione dell’amica. Sapeva che il samurai non l’avrebbe deluso.
Allora, quando li vide allontanarsi all’orizzonte lungo la strada, perchè il suo cuore non cessava di correre? Cos’era quell’ansia, quell’apprensione?

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3 commenti

  1. il samurai ha ben deciso di far capire all’amico che non è per lui la strada del guerriero… ma sta anche cercando di insegnargli qualcosina(spera che Ahaleandro trovi un modo tutto suo di combattere..che possa valorizzare il suo modo di essere.. punto 15 il samurai rispetta anche chi non è come lui)..anche se non gli rivelerà mai le arti segrete dei dragoni… così facendo spera che l’amico la prox volta possa salvare la propia vita… minchia quanto sono figo!!!

  2. Punto 16: non imparerai mai ad essere un samurai se prima non impari ad essere un gelido pezzo di cacca! XD
    Hakù è sempre più figo…

    Il dettaglio dell’asso nella manica-mazzo intero, come già ti dicevo, è una chicca di genialità assoluta…

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