Casquet – Presso il Fuilteach Cloch

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Il tempo di andarsene, ad un certo punto, come sempre, arriva.

E’ esattamente il momento in fondo alla giornata, il momento in cui fai un po’ di resoconto di quello che ti è capitato, verifichi di avere ancora tutti gli arti attaccati al corpo, tutti efficienti e in perfetta salute.

Guardi le persone in faccia, dritto negli occhi, condividi il dolore, le ferite, la stanchezza e oggi anche il freddo. Guardi bene quelli che chiami compagni, guardi bene anche quelli che non sopporti e cerchi tutti gli sguardi che nelle ultime ore ti sono stati attorno.

Serve per tornare ad una qualche normalità.

Serve a far sì che quando te ne ritorni in una situazione più semplice, come una birreria, un bordello, una taverna, nessuno ti scambi per un pazzo furioso in preda ad un qualsivoglia maleficio.

Oggi però non serve.

Nihal è morta e questo, sorprendentemente, mi inquieta.

Ne ho visti di morti, in molte varianti, per i più disparati motivi, e nessuno di loro ha mai toccato, neppure sfiorato da lontano, il mio animo.

Fremo per la battaglia, bramo lo scontro fisico, vivo per la guerra, non mi posso certo permettere tentennamenti di natura sentimentale… io vivo per seminare la morte.

Per Nihal, però, non è così.

Lei era una consorella e non era decisamente ancora il tempo di morire. Non perché fosse una femmina né tanto meno perché fosse troppo giovane, o troppo minuta. Lei doveva vivere per portarsene via ancora. La sua lama aveva visto ancora troppo poco sangue per essere riposta.

Mi accingo a prendere il suo corpo per caricarmelo sulle spalle con la precisa idea di portarlo fino al Fuilteach Cloch che, se è dove penso, non dovrebbe essere troppo distante.

Sono di un umore pessimo, non ho la benché più lontana voglia di compagnia, vorrei solo che i miei pensieri mi scivolassero sopra, come acqua, per liberarmene. Invece l’unica cosa liquida che mi scorre sulle mani è il sangue di Nihal, un rivolo piccolo esce dalla sua bocca: sembra inchiostro, di un colore scintillante e vivo.

Mi fermo un istante per sentire sulla mano le ultime gocce che cadono lente e finisco di caricarmela sopra.

La ragazza non è pesante, credo, così a spanne direi tra le 110 e le 130 libbre ma il quantitativo di ferro che si porta appresso è decisamente imponente. Credo che la sola spada possa tranquillamente eguagliare il suo peso. La traversata con un peso morto simile sulle spalle non è una passeggiata, ma dopotutto sono io che mi sono offerto, quindi non c’è posto per i ripensamenti, di alcun tipo. Inutile anche pensare che qualcuno possa darmi il cambio: la donna, oltre che minuta, è cieca e l’uomo… l’uomo non ha decisamente il fisico adatto a questo genere di passeggiate.

Poco più di due giorni, avevano detto, quindi a questo punto sono vicino alla meta. La schiena fa male, sento ogni singolo pezzo della sua armatura ancora dentro le mie spalle, come se fosse parte di me. Sono stanco, mi tiro dietro a fatica, cerco di spostare il corpo per cercare una maniera meno faticosa e me la ritrovo in braccio. La testa pende all’indietro, inerte e le sue gambe dondolano al ritmo dei miei passi quando finalmente non troppo lontano qualcosa appare.

Sembra un obelisco di pietra rugoso, simile al granito: alto, imponente e completamente inciso. Nomi, iniziali, gradi militari… la pietra è completamente ricoperta di lettere che in qualche modo dovrebbero ricordare persone che non troppo tempo fa caddero in una sanguinosa guerra.

Man mano che mi avvicino il corpo di Nihal diventa sempre più pesante e le mie gambe sempre più deboli, ci deve essere qualcosa che non va e allora mi guardo attorno e percepisco solo silenzio. Vedo le bocche delle due persone che dividono con me il viaggio muoversi senza emettere alcun suono, vedo frasche muoversi frustate dal vento che non producono alcun rumore, poi ad un tratto sento grida e intorno a me il paesaggio muta. L’obelisco di pietra è scomparso e case in fiamme mi si parano innanzi, donne che scappano con i loro figli, uomini che cercano in ogni modo di difendersi soccombendo ad altri uomini meglio armati e meglio addestrati.

I ducati bruciano davanti ai miei occhi.

Adesso vedo tutto, vedo me stesso, senza armatura, simbolo e spada ma con una tunica semplice, di un artigiano forse. Sono parte di tutta questa carneficina, parte di tutto questo dolore. in braccio non c’è più lo scricciolo biondo ma un’altra persona che ho paura di guardare.

Lunghi capelli rossi, occhi smeraldo e labbra rubino, un corpo sinuoso, generoso nelle forme e delicato nella fisionomia. Non vorrei ma non posso fare a meno di guardarla.

Miranda.

Fata benedetta e strega maledetta insieme, compagna di uno squarcio di vita durato decisamente troppo poco, amica a cui confessare i più profondi segreti e amante di cui non raccontare i più celati vizi.

Piano piano tutto torna al suo posto: le visioni ben chiuse dentro la testa, i ricordi ben nascosti nel cuore e la stele due o tre passi davanti a me. Sdraio il cadavere lentamente e mi taglio un lembo di stoffa: con un gesso ci scrivo il suo nome, Nihal, e glielo lego intorno al polso sinistro. Questo sarà un viaggio che non dimenticherà e alcuni dei prossimi attimi saranno più lenti dei secoli. Ma passeranno. In fondo tutto passa.

Il tempo passa, anche quando sembra impossibile. Anche quando il rintocco di ogni secondo fa male come il sangue che pulsa nelle ferite. Passa in maniera disuguale, tra strani scarti e bonacce prolungate, ma passa.

Intorno a me adesso c’è un capannello e non sono dell’umore adatto per stare in compagnia. Di nuovo. Senza salutare nessuno me ne vado per la mia strada guardando per l’ultima volta il sangue di Nihal rappreso sulle mie mani. Adesso è diventato di un colore più scuro, quasi nero e non ricorda neppure il colore scintillante e vitale dei primi attimi. Adesso ricorda solo la morte.

Questa sera nasconderò i gradi, troverò un locale di pessima fama, comprerò alcool e donne oppure cercherò di infiltrarmi in una rissa. Qualunque cosa possa in qualsiasi modo mandare in fuga i miei pensieri.

Divino nume della guerra, fa sì che presto possa di nuovo confrontarmi in battaglia per dare sfogo alla mia ira. Fai che il mio fendente porti appresso la mia rabbia e fai che la mia lama canti il mio dolore. Alhazar, benedicimi con un’altra guerra.

Il volto di Miranda vale l’ultimo ricordo della giornata.

Il tempo passa, anche quando sembra impossibile.

Persino per me.


Il seguito, invece, l’ho scritto io che non riuscirò mai a scrivere in prima persona temo  🙁


Candida ed evanescente fluttuava in un silenzio senza spazio e senza tempo. Nessun pensiero, nessun ricordo … solo terrore e rabbia.

Una voce … lontana, l’eco di parole solenni che recitavano un rito. Fastidio.

La voce si avvicina, diventa più forte: <chi oserebbe mai interrompere la mia rabbia eterna?> Eppure quella voce era li per lei: “Per il potere divino” <… miseri mortali> “risvegliati dalla spirale delle anime, torna alle calde terre dei viventi” <non oserete!!> “godi dei frutti della vita lontano dalla desolazione dei trapassati” < non sapete! Non capite!!!> “VITA EX MORTE CLAMO!!”.

***

Ma cos’era questa sensazione? Dolore. Dolore straziante da ogni singola fibra del corpo. Era stesa su una specie di roccia ed un sacerdote barbuto, imponente ed austero, la osservava cupo portando al collo l’effigie di

“… Alhazhar” pronunciò Nihal a fior di labbra.

Guardò sopra di se dove troneggiava un nero drappo da cui occhi di ghiaccio la fissavano, denti digrignavano, e l’espressione rabbiosa del dio riempì il suo cuore di terrore.

La vista ancora sfocata scorse altri volti chini su di lei, sussurravano tra loro parole incomprensibili. Ignorando i crampi che le artigliavano i muscoli scattò accovacciata sulla roccia, come una bestia selvatica. Un essere dagli strani occhi tondi e neri cercò di toccarle una mano, Nihal non riusciva a capire chi fosse e graffiò il suo arto teso, retrocedeva per allontanarsi facendo stridere le unghie sul rozzo altare butterato.

“Tu calma, Nihal, vedo che sei ben viva, ma ora calma!” non distingueva bene i tratti dell’uomo che improvvisamente parlò da destra, ma ne riconobbe la voce e l’accento. Amico? Nemico? Non avrebbe saputo dirlo, ma era ancora abbastanza distante, così spiccò un piccolo salto, atterrando al riparo di una specie di monolito ritto accanto all’altare.

Quanti erano? Tre, no quattro … forse più. La sua spada, dov’era la sua spada?

Si rizzò in piedi, ma una fitta terribile la fulminò trapassandole la testa da una tempia all’altra

< … la Vita>

addossò le spalle alla roccia per sorreggersi

<… podestà sulla morte …>

“No” sussurrò, e poi urlò ancora “No!!” scivolando in basso.

 

Evgheny, Melisenda e Victor la trovarono ai piedi della roccia, con le ginocchia strette al petto e le braccia a proteggere la testa. Un tremore incontrollato la scuoteva, potevano sentire i suoi denti battere, ed il suo respiro reso corto ed affannato dai singhiozzi.

Era l’immagine del terrore.

Provarono ad avvicinarsi, ma lei non reagiva più, come assorbita dalle sue terrificanti visioni. Giaceva completamente indifesa, l’animo sconfitto, lo spirito prostrato da un indicibile tormento. Con cautela la chiamarono per nome, e dopo lunghi istanti smise di tremare.

Senza sollevare lo sguardo da terra si levò in piedi, lenta, ma nuovamente salda. Infine alzò la testa incontrando ad uno ad uno lo sguardo dei presenti.

Di nuovo limpida, di nuovo padrona di se stessa allungò l’avambraccio destro verso di loro con il palmo in su.

“La mia spada.” Chiese calma e perentoria.

Gliela offrirono e se la ripose dietro la schiena, passò in mezzo a loro e si posizionò di fronte all’oscuro arazzo raffigurante Alhazar che poco prima l’aveva totalmente terrorizzata; stette in silenzio alcuni istanti. Mentre fissava l’icona gradualmente i suoi occhi si colmarono di odio, le mani si chiusero a pugno ed i tratti del suo volto declinarono il suo aspetto al ferino. Rabbia consapevole, risentimento assolutamente gelido.

Girò i tacchi e, senza proferire verbo, uscì con il passo deciso di chi ha ben chiaro il proprio obbiettivo e con l’espressione feroce di chi è disposto a tutto per ottenerlo.

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Commenti

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7 commenti

  1. CLAP CLAP CLAP!
    applausi ad entrambi gli Alhazhariti!!
    che carino Evgheny 🙂

    Ma…da 1 a 10…quanto è arrabbiata Nihal? 😀 per sapere che terremoto avremo…:D
    io però con mira ho paura…tanta, paura…
    Sicuramente, io non chiedo nulla, ehh!! io un mi avvicino, sta volta!! se no quella ZAC! mi tagliuzza tutta 😛

  2. Dovrebbe scriversi “Casquet”, se non erro 🙂

    Comunque Nihal adesso davvero spacca il mondo a morsi… ah, come sono contenta per lei… o forse non dovrei esserlo? Mhhh… il Trio Inquietudine è prossimo a raggiungere le più alte vette di terrore psicologico sul prossimo…

    Grande Eugheny! E’ nodo più che mai…

  3. sisi lo spo grande….. -.- mi ha preso in giro per esmeralda chissà per quanto tempo e ora se ne esce con Miranda…….-.- -.- -.- 😛

  4. Carino vero? Anche Evgheny ha un cuore (ed è anche spezzato!). Questo altarino ci voleva proprio, peccato non saperlo in gioco … una vendetta sfumata per Dahal :P.

    x Myra:
    Nihal è arrabbiata quanto prima, solo che adesso è meno generica 🙂

    x Lyp:
    Trio Inquietudine rulez! Alla prossima spacchiamo ragazze :PPP

  5. oh…. ma se in questi giorni ho imparato qualcosa ad Aosta è il freddo… e tale sarà la mia vendetta…………

    (cazzo devo postare-cazzo devo postare-cazzo devo postare- cazzo devo postare)

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