cinque fasi

ВОЙНА: CINQUE FASI

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– Non capisco Monna Celina… Sta lì, fa il suo dovere, ma è come se non fosse davvero qui… da quando la squadra è tornata una settimana fa ha questo sguardo vuoto, distante, non la riconosco più!
– Capo Barnim…
– Ma sarà per via di Hernando? Non è mica il primo che abbiamo perso, e di certo non sarà l’ultimo!
– Capo Barnim… les morts ne sont pas tous egaux.
– Come?
– I morti non sono tutti uguali.

1. NEGAZIONE/RIFIUTO
(in principio si nega il lutto come naturale meccanismo di difesa)

NO!
Un grido e l’arma raffazzonata di Eliot volò verso la balaustra del castello, impattando contro il terreno senza alcuna eleganza. Come quella ridicola giornata. Come la morte. La morte non è mai elegante.

Non era andata così, era un trucco, un modo per sfuggire a quei fastidiosi assassini che li avevano tormentati tutto il giorno, un espediente astuto che solo lei, la sorprendente Zoya poteva aver escogitato. Sì, ma certo! Sotto quel copricapo eccezionalmente e inutilmente grande pulsava un cervello raffinato e geniale, era tutta una meravigliosa sciarada e – ovvio no? – a loro non era stato detto nulla perché in nessun altro modo si poteva assicurare – gran donna, nevvero? – un dolore genuino e credibile nei presenti! Brillantissimo piano! Perché non può essere nient’altro, giusto? Non esiste, né ora né mai, che quello sia un corpo svuotato di ogni vita, non esiste che Yagosh non ne sappia qualcosa, piccolo paraculo che non è altro, non esiste che questa sia la conclusione di questa giornata, non esiste perché se così fosse niente, NIENTE avrebbe senso! Quindi la rivedremo, oh sì che la rivedremo, e allora ne rideremo, ne rideremo selvaggiamente, perché se così non fosse…

Eliot guardò ostentatamente verso le luci indistinte delle abitazioni intorno a Gigaspasch, piccole fiaccole fastidiose che non volevano saperne di spengersi e morire e che invece si ostinavano a brillare, indifferenti come l’universo.

2. RABBIA
(quando si realizza la perdita, subentra un enorme carico di dolore che provoca una grande rabbia alle volte rivolta verso se stessi o persone vicine o, in molti casi, verso la stessa persona defunta)

Non serve a niente niente niente niente niente niente niente
Il muretto di pietra sotto l’immenso albero solitario che con le sue radici abbracciava tutta Khartas – pfui! che superstizione assurda – era ancora caldo nonostante fosse notte inoltrata. La schiena di Eliot ne avrebbe beneficiato enormemente, se solo il resto del corpo non fosse stato rigido, completamente svuotato di ogni voglia di muoversi e collaborare.

A niente è servito, ci agitiamo come babbei per niente niente niente niente niente
Solo i piedi erano ancora sul sentiero di guerra, desiderosi di attenzioni che non avrebbero avuto. Tutte quelle scale…

Scale scale scale umiliazioni scale umiliazioni e per cosa? Per cosa ci sbattiamo? Che stiamo a fare qui che tutti sono sempre un passo avanti a noi? Anche il tizio che rade i peli del culo dell’ultimo stronzo della Nassa ne sa più di noi, arriva un idiota qualunque e lei muore
Se solo fosse stata più presente a se stessa, Eliot si sarebbe accorta che anche il suo stomaco stava reclamando la sua fetta di considerazione: era talmente gonfio di succhi acidi che era sulla via dell’autodigestione.
Ma perché siete voluta morire? Pensavate che non ci saremmo spremuti fino all’ultima goccia di sangue per voi? Anche voi, bella £$%& che siete! Accogliete la gente, la fate sentire apprezzata e a casa sua e poi non le date neanche la possibilità di fare UNA COSA QUALUNQUE per salvarvi la vita! La vostra preziosa vita! Zoya! Come avete potuto-
Viktoriya si era seduta davanti a Eliot e con gli occhi gonfi di lacrime le aveva preso le mani stringendole.

Vivi come vorrei poterti dire che non c’è niente che tu possa fare per me
Vorrei poterti dire che non me ne importa più niente di questo posto
Che ciò che ti oggi ti riempie il cuore è destinato a fartelo scoppiare
Che non sono venuta qui per farmi coinvolgere
Se volevo morte e frustrazione potevo stare a casa, ormai ci avevo fatto l’abitudine
Dopo Hernando tutte le morti erano uguali
Ma non è più così
Come posso dirti che odio tutto questo e vorrei andarmene e non dovermi preoccupare di perdere anche te
e Hari e Lucien e Valérie e Malenki e Iker
e Aleksej
e tutti quelli che amo
Non disse nulla e cercò disperatamente di forzare un sorriso, una lacrima, qualunque cosa per tranquillizzare Vivi, per non tenerla a distanza. Qualcosa che facesse pensare a Vivi che stessero condividendo lo stesso dolore.
Ma non era vero. Ognuno si portava dentro il suo dolore. Il suo, Eliot non voleva condividerlo con nessuno.

3. Negoziazione
(si tenta di reagire all’impotenza cercando delle risposte o trovando soluzioni per spiegare o analizzare l’accaduto)

Si dice che la notte porta consiglio, ma non è così. Non se rimani con gli occhi spalancati ad ascoltare il respiro – loro ancora respirano! – affannato di chi sta avendo gli incubi, o di chi si è addormentato piangendo. Peggio ancora se le lacrime si seccano dentro la gola, appannando la voce e la capacità di ragionare al buio.
Buio come una cripta dove uno zar vampiro perde la testa, perché tanto ormai l’anima è andata da un pezzo. Buio come Khartas e i suoi angoli, dove nessuno sembra voler guardare davvero. Buio come il destino degli uomini. Buio come il cuore di chi non sa darsi una spiegazione.

Magari è qualcosa che non sappiamo. Ci deve essere una motivazione. Magari tornerà e sarà una vampira. Ma non è un problema, no. È risolvibile, certo.
Era buio e il cervello di Eliot cercava disperatamente di funzionare sotto uno strato pensieri confusi e di emozioni contrastanti, senza molto successo.

Yagosh! Yagosh lo sa senz’altro. Domani glielo chiedo. È così semplice, no? Basta parlare. Basta intendersi. C’è una spiegazione a tutto. Certo certo. Zoya sa… sapeva… sa sempre come affrontare le cose. È una donna davvero temibile, figuriamoci se non ha un asso nella manica, se tutto questo non ha un senso… C’è un senso, c’è sempre un senso.
Per tutta la notte Eliot cercò da qualche parte fra le pieghe del suo cervello quel senso a cui stava cercando disperatamente di aggrapparsi, ma evidentemente, se mai c’era stato, si era dissolto fra le piume del cuscino in un torrente di sudore febbrile.

4. Depressione
(ci si arrende alla situazione razionalmente ed emotivamente)

La mattina arriva sempre troppo tardi, o troppo presto. Troppo tardi per evitare che il groviglio di emozioni e pensieri fagocitasse quel poco che rimaneva della capacità di giudizio di Eliot, troppo presto perché giungesse l’oblio del sonno.
… Forse.
Si sentiva talmente piena che era convinta di essere vuota. In realtà, le emozioni si erano condensate fra loro in modo così compatto da non poter uscire dai rubinetti, ma Eliot non lo sapeva. Non ancora.
… Forse.
Del resto le sembrava di muoversi in un mondo scolorito, qualunque parola sembrava senza significato e non le importava più di nulla e di nessuno. La modalità autodifesa aveva anestetizzato le ferite. Eliot non poteva accorgersi che stavano ancora sanguinando abbondantemente.

… Forse dovrei davvero andarmene da questo posto insalubre.

Poi la cripta. Il corpo. Lo zar. Ma soprattutto il corpo. Lo zar era lì ma beh, tutta quella storia stava in un altro angolo della sua testa.

…Zoya… ma perché siete morta proprio ora…

Tutti i presenti nella cripta, Arconte Vassilj e Zar inclusi, potevano andarsene affanculo con i loro rispettivi dolori. Le convenzioni sociali e il buon senso trattenevano Eliot dall’esplicitare i suoi più profondi pensieri, ma dentro la sua mente la stanza era vuota e non c’era nessuno che parlava di cose che non riguardavano la forte, misteriosa, bellissima Zarina. Eliot si godeva il suo momento di puro egoismo: il resto del mondo finalmente si levava dai piedi e nell’universo rimanevano solo lei e Zoya.

Anche se diventassi un vampiro immortale non mi basterebbe il tempo per dire quello che… e dire che sarebbe bastato farlo un giorno fa… che cos’hanno fatto di me queste terre? Sotterfugi, silenzi… non deve essere così… e adesso come faccio a fare ammenda con voi? Non so nemmeno perché siete morta… non vi ho nemmeno detto addio… non contavo niente, ma voi per me eravate importante, e non perché eravate la cavolo di Zarina…

Non ascoltò una parola di quanto fu detto in quella cripta.

Se solo potessimo parlare un’ultima volta, da donna a donna… quante cose… ci sono centinaia di cose che…

I pochi istanti in cui poté sussurrare qualcosa all’orecchio della Zarina produssero solo parole goffe e soffocate. Avrebbe voluto rimanere a parlare con lei ancora e ancora. Tutte le parole che non le aveva mai detto, perché c’era sempre qualcos’altro a cui pensare. Tutto ciò che pensava di lei. Tutto ciò per cui le era grata. Tutto quello per cui la ammirava, la stimava, la rispettava, la temeva. Tutto quello per cui le voleva bene. Certo che si poteva voler bene alla Zarina. Qualcuno aveva qualche dubbio in proposito? No, certo che no.
Avrebbe dovuto dirglielo quando era in tempo.
Non c’è più tempo… non possiamo avere più tempo?
No, non era possibile. Niente più tempo per Zoya. Niente più tempo per Hernando. Niente più tempo.
Solo un vuoto terribile e spaventoso.
E il silenzio prima della battaglia.

5. Accettazione
(si accetta l’accaduto, riappacificandosi con esso, spesso sperimentando fasi di depressione e rabbia di natura moderata, volte a riconciliarsi definitivamente con la realtà)

Forse, per come la conosceva, adesso Zoya le avrebbe detto di imparare la lezione, o di far tesoro di quanto aveva appreso. Anche il lutto era un’occasione d’oro per riflettere sulle proprie priorità, no? E andiamo.
Il tempo. Il tempo era importante, perché non è infinito.
Il cordoglio richiedeva tempo, ma non era un amante troppo esigente. Si poteva essere profondamente depressi e fare qualcosa nel frattempo.
Punto primo: rimanere qui.
Non era la cosa più semplice da fare, richiedeva di focalizzarsi costantemente sui motivi per rimanere.
Lo devo alla Zarina. E non voglio abbandonare i miei amici. Caponord è un inferno, non posso mollarli da soli.
Nel momento in cui la massa indistinta nella sua testa iniziò a sciogliersi e smise di spingere da dentro con violenza, fluendo invece con amara calma da ogni poro, Eliot ricominciò a percepire il mondo intorno, il dolore degli altri e il lieve sollievo dato dalla condivisione.
Punto secondo: dare una mano.
Ognuno portava la sua croce personale e Eliot non era tipo da immischiarsi nelle cose degli altri. Ma se qualcuno voleva condividerla con lei, ecco, sarebbe stata pronta.
Punto terzo: non perdere tempo.
Doveva dare un taglio al solito vecchio errore. Basta con i rimpianti. Il tempo non sarebbe mai stato abbastanza. Intravide Aleksej con la coda dell’occhio, da solo. Proprio a fagiolo. Zoya, come vorrei potervi dire che se non fosse che mi fa pensare così tanto a…
E poi?

Punto quarto: eliminare la spazzatura.
Era passato poco più di un anno da quando aveva parlato insieme alla Zarina di Krasni Volk e di come presso la sua gente fosse sopravvissuta solo una parte del verbo originario. Eliot non aveva compreso pienamente il significato della parola vendetta fino a quando non era giunta a Caponord. Ne avevano parlato proprio la sera prima con la Profetessa del Rancore: non si fanno voti di vendetta a caldo. Era perfettamente d’accordo con questa linea di pensiero e prendendosi il giusto tempo era giunta a una conclusione che le sembrava inoppugnabile: non basta strappar via le foglie, ma va estirpata ogni più piccola radice per evitare che la gramigna infesti i campi. Ergo, solo spezzando una ad una le ossa di tutti i colpevoli (i miserabili esecutori materiali non erano certo il vero problema) l’equilibrio sarebbe stato ripristinato. Ci sarebbe voluto del tempo, non era cosa da farsi di fretta o con poca cura. Papa Barnim lo diceva sempre: Krasni Volk sa essere paziente e inesorabile. E lei avrebbe fatto la sua parte per sgombrare la strada alla furia gelida del Lupo Scarlatto.
Per voi, Zoya Von Khratos.
Ma soprattutto per me.

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