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(Piccolo parto scritto di getto, che il Frank mi perdoni se ho abusato di Ullian! XD)

(Ivan rulez forevaendèva)

 

La notte ormai era profonda e solo una timida falce di luna rossastra ormai calante tentava inutilmente di rischiararne il buio impenetrabile. Ullian Goska sedeva nella soba del suo vagon davanti a uno scrittoio di radica intarsiato finemente e con gusto: per tutta la sera aveva pazientemente vagliato richieste, esaminato documenti, scritto missive e adesso sentiva le palpebre piuttosto pesanti.

Aveva appena posato la piuma d’oca nel calamaio, deciso a concludere così la sua serata di lavoro, quando un frastuono di porta scorrevole aperta con forza lo distrasse dai suoi pensieri. Si voltò lentamente e quasi dovette alzare un sopracciglio per la sorpresa: la sua consorte, che negli ultimi mesi era diventata una presenza particolarmente cupa, intrattabile e scostante, gli rivolgeva uno sguardo gioioso e sognante dalla soglia del vagon. Certo, era quasi irriconoscibile: gli abiti erano fangosi e in disordine totale, schizzati di sangue e di strani icori verdastri; il volto era coperto da una patina di polvere e sangue (sicuramente non suo), e presentava diversi ematomi più un labbro visibilmente spaccato; la sua fedele lama, Strijela, era l’unica cosa abbastanza pulita su di lei, ma si intuiva benissimo che quel giorno aveva fatto gli straordinari. Eppure Katrinalea Goska sembrava beata e tranquilla come mai era stata negli ultimi anni. Non aveva nemmeno più le occhiaie, che si erano misteriosamente riassorbite nel giro di poche ore.

–  Ahhh, che serata meravigliosa!

Velik Baba rimase a guardarla per qualche istante, mentre lei veleggiava leggiadra dentro al vagon, rivolgendogli uno smagliante sorriso che rivelò un dente che era lì lì per cadere.
Ullian non poté fare a meno di sorridere.

 

– Ma chi è quella piccola selvaggia? Una Volokson in visita?

Conoscere approfonditamente la sua carovana era dovere del giovane Velik Baba Ullian Goska, ancora al suo primo mandato, e perciò quel giorno aveva fatto visita a quella parte della sua enkureja che conosceva di meno, dove i parenti erano più lontani ma ugualmente importanti. La parentela, si sa, ad Alemar, entra dappertutto e spiega ogni cosa…

Ullian però non conosceva tutti, soprattutto i membri più giovani, e soprattutto non aveva mai visto quella bambinetta di cinque-sei anni, che rideva mostrando un dente che dondolava pericolosamente, affiancata da un ragazzino più grande, cupo in volto, che procedeva a testa bassa. Passando vicino ai due, Ullian le sentì dire, con voce allegra e squillante, “Dai, Dragan, non te la prendere! Stai diventando più bravo, un giorno magari riuscirai a battermi!” e poi la vide rivolgere un sorriso comprensivo al compagno, che mugugnò qualcosa di inintelligibile.

– Ma no, Velik Baba, è la primogenita di quel donnone di Leljiamyra, l’avrai conosciuta… meglio non litigarci mai, con quella, eh?

– Ah, sì, sì…

Ullian quasi rabbrividì, evocando la figura colossale di Leljiamyra Goska, una donna insopportabile anche per l’uomo più mite e meno litigioso, ottima fattucchiera e tremenda virago… Meglio non averci mai a che ridire, no davvero…Poi, notò che la bambina si era messa a correre verso un cavallo alto tre volte lei e che ci era salita sopra quasi al volo, cavalcando a pelo alla maniera degli elfi silvani, senza che l’animale facesse una piega. Un attimo dopo i due si erano già lanciati al galoppo verso la fitta selva di Corcovlad, mentre il ragazzino, rimasto a terra con un palmo di naso, le gridava dietro “Katrinaleaaaaa!!! Aspettamiiiii!!!Uffaaaaa!!!!”, cercando inutilmente di salire su un altro cavallo, decisamente poco propenso a farsi montare da un piccolo piantagrane.

Velik Baba osservò la scena con un sopracciglio lievemente alzato e poi commentò, con un tono leggermente infastidito:

– Speriamo che crescendo si calmi un po’…se abbiamo bisogno dei barbari, li andiamo a chiamare dalle Valli, non abbiamo certo bisogno di allevarli qui da noi…

 

I ricordi di Ullian si interruppero bruscamente quando la sua guancia ricevette uno schioccante bacio polveroso: Katrinalea si era seduta sulle sue ginocchia, ridendo, e gli teneva le braccia al collo come se lui fosse il suo miglior amico. Velik Baba rimase quasi paralizzato dallo stupore: quando mai era capitata, una cosa così?

– Kohorta, ti vedo insolitamente raggiante…
– Ci puoi contare, piccolo babùn, è stata la serata più bella da un sacco di mesi, che dico, ANNI a questa parte!

 

Ahhh, che sensazione! Il vento fra i capelli! Le gambe che corrono a perdifiato! Il respiro degli alberi e della primavera! E Ivan che quasi ride, che Urama fulmini anche me se gliel’avevo mai visto fare! Quanti ne abbiamo beccati che cercavano di scappare da Corcovlad, di quegli infami? Boh, a trenta abbiamo perso il conto! E poi, visto che non ne trovavamo più, via verso il Deserto Nero, e di non morti irrequieti ne abbiamo trovati a iosa, quelli sì che non mancano mai! Che giornata, che giornata! Quando mai ci ricapiterà, tutta questa adrenalina? Fianco a fianco, come quando eravamo ragazzi, a fare pelo e contropelo a chiunque voglia minacciare la nostra splendida Alemar! Questa è la vita che volevo, aria aperta e libertà, zero chiacchiere inutili e la compagnia di pochi carissimi amici… e la sera, davanti al fuoco dopo una cenetta frugale… che scazzottata, ragazzi! Ivan mi ha pestato come una zampogna! Ma anche lui adesso ha qualche costola mezza andata e il naso storto… stavolta non ci siamo risparmiati, niente cortesie reciproche, niente delicatezze, solo sano e puro pestaggio amichevole! Dei, come vorrei che ogni giorno fosse così! Come vorrei poter calcare ancora le vie di ventura! E lo farò, che Fuzuka mi strappi anche le viscere se non sarà così!

In quel momento Ullian riusciva a leggere ogni pensiero attraversasse gli occhi scuri della sua consorte, fino ad immaginare ogni istante di quello che aveva fatto durante quel che rimaneva della giornata, lontano dalle tediose cure della diplomazia, lasciata libera di scorrazzare accanto a Ivan Tre Passi, il suo compagno di battaglia preferito. Si conoscevano da tanto, quei due, si comprendevano a vicenda e un po’ si assomigliavano. Sicuramente, ognuno a modo suo, si volevano anche bene.
Velik Baba rispose all’euforia della compagna con un sorriso abbozzato, ma lei sembrava quasi non curarsene, palesemente con la testa altrove, neanche fosse stata un’adolescente alle prese col suo primo amore. Se non avesse conosciuto così bene la sua consorte, avrebbe potuto pensare che… ma sapeva benissimo che le cose tra quei due trascendevano completamente la sfera sentimentale. Erano solo due matti decerebrati, e i matti sono quasi sempre in profonda sintonia fra loro.

Poi, ad un certo punto Katrinalea si rizzò in piedi, canterellando fra sé, e scagliando tutti i capi di vestiario che indossava qua e là per la stanza, senza a far caso a dove finissero. Poi si infilò sotto le coperte con un balzo, portandosi appresso anche la spada, raggomitolandosi con un gusto e una beatitudine tali che Ullian non poté fare a meno di pensare che fosse entrata in uno stato di estasi infantile. Velik Baba la seguì sotto le coperte, preparandosi per la notte con studiata lentezza… ma, non appena si sistemò supino sul futon, ancora una volta rimase quasi di sasso: la sua consorte, che di solito o lo assaltava costringendolo a una notte di fuoco o ignorava le sue attenzioni respingendo le sue avances nel modo più violento o umiliante possibile, si spinse verso di lui abbracciandolo e baciandolo di sfuggita nelle vicinanze dell’angolo della bocca. Poi si addormentò di sasso, con la testa appoggiata al collo del marito e un sorriso soddisfatto e innocente.
Ullian rimase ad occhi spalancati a guardare il soffitto del vagon, rigido come un palo da pomodori, chiedendosi se non era meglio scappar via chiamando aiuto, perché quella non poteva essere la Katrinalea Goska che conosceva lui, anzi, come minimo era un doppelganger mandato lì per strappargli via l’anima… Poi meditò sul fatto che, dopotutto, lui l’aveva asfissiata per mesi e mesi con la sua corte serrata proprio perché era la donna più focosa e imprevedibile che avesse mai conosciuto. Beh, sì, senza dubbio lo era ancora.

A Velik Baba dunque non rimase altro che sospirare leggermente e depositare un lievissimo bacio sulla fronte della sua strampalata consorte, che grugnì qualcosa nel sonno e si strinse ancora un po’ a lui, spalmandogli addosso tutto il sangue e la polvere che non si era presa la briga di togliersi dal corpo. Ullian ebbe un tremito involontario di nausea e si addormentò pensando con un certo sollievo al lunghissimo bagno caldo e profumatissimo che lui avrebbe assolutamente fatto non appena si fosse svegliato.

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