Corte Celeste. Ultimi giorni del mese degli Elementi. Notte.

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La luce splendente dell’anima confonda le ombre… la luce splendente dell’anima confonda le ombre…

L’inchiostro rosso scorreva lentamente dal pennino sulla pergamena un po’ sgualcita. Il suo libro dei rituali ne aveva viste tante, e non sempre era stato tenuto al sicuro, sul fondo dell’ampio tascapane che la sua proprietaria lasciava penzolare lungo un fianco.
Quella poteva anche l’ultima volta in vita sua che veniva usato, per quel che ne sapeva. La mano di colei che giorno dopo giorno aveva recitato lunghissime orazioni stringendolo al petto stavolta rischiava seriamente di chiudersi su un pugno di terra per non riaprirsi mai più.

Questo è il vincolo che niente può spezzare…

Quanto tempo era trascorso, da quando per la prima volta aveva udito le parole di suo padre? Quante lune si erano avvicendate mentre frustrazione di non riuscire a comprenderne il significato le attanagliava il respiro? Quante inutili elucubrazioni, quanti dubbi e incertezze… ma, dopotutto, per districarsi in tutta quell’oscurità le serviva una mente lucida e sgombra, che fino ad adesso non aveva mai avuto.
Non che si sentisse magnificamente, dopotutto. Anzi. Col tempo si era resa conto che prima portava a termine la vendetta che aveva giurato di compiere e meglio sarebbe stato.
Il problema è che aveva iniziato a sentirsi di nuovo un po’ ansiosa. Forse perché Nigredo era confinato chissà dove, allentando la presa sull’impronta che aveva lasciato in lei, o forse perché Nihal aveva proprio ragione: per quanto fredda e distaccata potesse diventare, per quanto l’odio potesse colmarle il petto, c’era un angolo di sacra intimità, dentro di lei, che nemmeno il furioso Oyg-Mazel poteva scandagliare in profondità, poiché difficilmente ne avrebbe compreso la misteriosa natura.
Aveva difeso quel tesoro remoto con le unghie e coi denti da qualsiasi ingerenza esterna, che fosse l’umiliazione inflitta da Desmodar Sceleron al suo orgoglio o la furia devastante del suo desiderio di vendetta. Era una presenza così tenace da riuscire a sopravvivere a ognuno degli stravolgimenti che si erano susseguiti, e anzi, si era ingigantita a dismisura negli anni del circo, per poi arrivare ad essere un’impercettibile macchiolina, tiepida ma ben viva.
Minima, irrilevante forse, ma c’era. Eccome se c’era. E adesso quest’ombra diafana la punzecchiava, timidamente, per ricordarle la sua esistenza.

…ciò che mi hai donato mi lega per sempre a te.

Sarebbe stata l’indicibile potenza latente di quell’angolo segreto a salvare l’anima di Kasumoto. Quella era l’unica cosa che lui non potesse più comprendere e alla quale gli sarebbe stato dura opporsi.
Se non avessero commesso errori, certo.
E lei non ne voleva commettere. No davvero.

*    *    *

Doveva essere davvero stanca, altrimenti non si sarebbe mai assopita in quel modo, abbandonata scompostamente sul tavolo. Fra le dita stringeva ancora la piuma d’oca con la quale stava scrivendo, il cui pennino ormai era secco, incrostato di inchiostro rosso. La falce di luna calante ormai era scomparsa dietro le colline e tuttavia l’alba ancora non accennava ad arrivare. Mentre si stropicciava il viso per tornare in sé, percepì distintamente il rumore che l’aveva svegliata: infatti, dal giaciglio poco distante da lei si innalzava un debole gemito.

Oroboro… l’eterno ritorno dell’uguale… oroboro… io vedo…
– Oh, eccolo… Iniziavo quasi a preoccuparmi.

Lentamente si alzò, avvicinandosi al basso tavolino accanto al giaciglio, immergendo le mani in una bacinella piena di acqua e neve, ormai quasi del tutto sciolta. Il freddo pungente le fece arricciare appena le labbra, ma non si scompose ulteriormente nemmeno quando strizzò forte una pezza di stoffa bianca e profumata che da qualche decina di minuti attendeva paziente il suo turno.
La veggente afferrò con fare pratico il panno tiepido sulla fronte dell’ammalato e lo sostituì con quello gelido che aveva appena preparato. Mastro Kiranus Paracelsius gemette debolmente, ma sarebbe stato difficile dire se si fosse davvero accorto di qualcosa.

– Capite una parola di quello che vi dico, Maestro?
– Il leone… l’eterno flusso…. Oroboro… – si ostinava a delirare l’alchimista.
Mel’Ishnd sorrise appena, scrollando le spalle, e gli passò una mano fra i lunghi capelli scarmigliati, sistemandoli in modo che non si impigliassero durante le frequenti crisi del paziente.
– Suvvia, Kiranus, fate il bravo… è tutto passato, anche se voi non lo sapete… shhh… riposate… non è ancora ora di ingollare quella robaccia che vi danno per riportarvi alla normalità…
– Or… ob…
– Da bravo… dormite adesso… voi che potete…

L’alchimista sembrò calmarsi e il suo respiro tornò regolare, anche se Mel’Ishnd era sicura non potesse essere per merito suo. Non le interessavano le arti dei cerusici, dopotutto. Le importava la sanità mentale dell’alchimista, questo sì, ma per il resto non aveva il tocco della guaritrice professionista e mai l’avrebbe avuto. Ma che importanza aveva? Non era certo nata per risanare pietosamente le piaghe degli ammalati. Anzi, solo il pensiero la faceva scoppiare a ridere.

Il suo campo, per quanto negli ultimi tempi l’avesse trascurato, era evidentemente un altro, e non poteva farci nulla: ormai le bastava sfiorare la pelle del volto di qualcuno per cui nutrisse un minimo di apprensione o di affetto per percepirne i sentimenti, i dolori, la storia presente e quella futura. Niente di preciso, in verità: intuizioni fugaci, impressioni incancellabili e qualche stralcio di visione. Ma per lei tutto ciò era un segnale più che sufficiente: stava tornando quella di un tempo. Anzi, no… finalmente stava preparandosi a percorrere la sua vera strada. Consapevolmente, finalmente sciolta dai vincoli imposti dalle ombre del presente e del passato.
Comunque fossero andate le cose, il suo tempo nell’Occaso stava per scadere.
Non sarebbe rimasta lì che per qualche luna ancora.
Se fosse sopravvissuta, sarebbe senz’altro tornata a casa. Adesso, improvvisamente vedeva con chiarezza anche dove avrebbe dovuto recarsi e cosa avrebbe dovuto fare.
Il Deserto la chiamava a sé, evidentemente, e finalmente lei riusciva ad udire il suo richiamo, anche se ancora in sordina.
La storia, quindi, stava per giungere a un epilogo. Presto ogni cosa avrebbe avuto un nuovo significato e una nuova collocazione e, infine, avrebbe potuto cominciare davvero a scegliere.
Avrebbe continuato a cercare il modo di distruggere definitivamente ma-jin unicamente perché era suo desiderio farlo. Avrebbe calcato le vie della ricerca a fianco di Miralys, se la sua consorella avesse accettato la sua compagnia. Avrebbe tenuto d’occhio la lunga strada che attendeva i passi di Alehandro e ascoltato le sue storie finché le sue orecchie non si sarebbero consumate, imparando nuovamente a ridere senza che le ombre deformassero i suoi sorrisi in ghigni beffardi.
Stranamente, dopo tanto, sentiva di nuovo un forte, violentissimo attaccamento alla vita.
La rivoleva indietro. Anzi, voleva proprio iniziare a vivere daccapo. Ma una vita vera, stavolta.
Oyg-Mazel e Oyg-Kenen si sarebbero spartiti equamente la sua anima.

Il cerchio è chiuso. Nessuna catena ti leghi più all’ombra. Tua figlia ti chiama a sé.

Mancavano ancora due ore all’alba.
Deve funzionare. Tutto questo deve finire.
Il pennino tracciò le ultime, lente volute d’inchiostro sulla carta ingiallita.
E quando avrò finito con te, ma-jin, con un po’ di fortuna pareggerò i conti con il sangue del mio sangue.
Richiuse il libro sacro, deponendolo sulle ginocchia.
Così, potrò tornare nel Deserto e vendicare la mia gente.
Socchiuse gli occhi.
E dopo…. Finalmente…
Sollevò la testa.
…sarò davvero libera…
Sorrise.
…finalmente libera.

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Commenti

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9 commenti

  1. Ma ‘un si potrebbe andare nel Deserto per direttissima, Mela, e lasciar perdere quel bacapalle del Majin? Ovvia, vi riprendete il babbo dalla Kyujidren, baci, abbracci e basta parlare del CDS… Ci stai?

    Ebbrava, carissima, davvero un bel lavoro, mi associo alle tue lettrici…

  2. Grazie a tutti, intanto…

    Mira: la gente imparerà a temerci… ihihih…

    Eli: qualsiasi cosa applicato a Mela diventa immediatamente contorto! :PPP

    Cla: ma ceeeerto! Basta che me lo lasci più o meno vivo e vegeto, che ogni tanto mi serve!

    Noctulio: sì, caro, mi sta bene, ma ricordati che una volta che gli hai fatto uno sgarbo, quello non ti molla più… e poi, c’è da dire che prima del Deserto rimane sempre da sculacciare Little D…

  3. Quasi quasi lo mando a Sathor, ma poi mi prende delle cattive abitudini…. 😀
    Macché collegio!
    Clisteri di Olio di Ricino, e pedalare!

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