Dagli appunti del bardo – Le sbronze di Gawain, parte III

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Stavolta giuro che non ho fatto nulla per farlo sbronzare. Ha fatto tutto da sé. Ecco. È bene mettere in chiaro i dettagli. Per il futuro, capite.

Sono passati circa sei anni dall’ultima volta che Gawain si è sbottonato sulla sua vita passata. Prima di qualche sera fa non è che ci avessi capito granché: la mia immaginazione non sempre riesce a colmare appieno i vuoti che il mio amico lascia nella sua narrazione. Magari mia figlia avrebbe potuto dirmi di più, ma sinceramente ho sempre avuto paura di chiederglielo. No, beh, mettiamola così: preferisco scoprire da solo ciò che vorrei sapere, ne va della mia reputazione, e poi è divertente. E poi spero vivamente che Gawain e la mia Lyne non siano così tanto in sintonia, altrimenti è una tragedia. Voglio dire, chi augurerebbe alle persone che gli sono più care di fare la vita che fa Gawain Bluemaster? Ecco, non io. Decisamente no.

Infatti, guarda caso, le informazioni che sto per appuntare qui le ho avute per caso dopo la più cruenta battaglia che mi è capitato di vedere negli ultimi dieci anni e, credetemi, non ne ho viste poi così poche.

Mi trovavo insieme a Rogue, al mio grande amico Solarian e al buon vecchio Silver negli Altopiani per cercare una rarissima componente per uno dei miei strumenti (e, diciamocelo, per sgranchirci un po’ le ossa contro i nostri beneamati Cattivi, in questo caso, in prevalenza hobgoblin). Una piccola fortezza era stata presa d’assedio da un battaglione di queste simpatiche canaglie e avevamo deciso di andare a dare un’occhiata, casomai servisse una mano.
Ricordo ancora il momento in cui approdammo dentro la rocca grazie ai venti della magia invocati dalla sempre splendida Rogue (e quando li invocava diventava ancor più deliziosa): c’era solo un piccolo esercito male allestito contro una vera e propria piccola orda di massacratori. Però, in compenso, avemmo modo di deliziarci le orecchie grazie alle note melodiose di una voce a me ben nota:

“MA COME DIAVOLO PRETENDETE DI COMBATTERE AL MEGLIO SE NON AVETE PIÙ NEMMENO UN GOCCIO DI BIRRA?”

Ah, beh, sì, adesso sì che le forze erano squilibrate… nel senso che gli hobgoblin non avevano alcuna speranza di farcela contro un Gawain Bluemaster forzatamente sobrio.

Infatti, di lì a pochissimo, nemmeno il tempo di salutarci, la porta del maniero venne divelta… ma non dagli arieti hob, bensì dalla voglia di menar le mani del mio violento e simpatico amico, che a noi lasciò solo le briciole. La battaglia finì a sera inoltrata: le perdite dei miliziani furono irrisorie, mentre gli hob finirono in rotta forzata.
Fu uno spettacolo davvero appassionante: mentre io e Rogue invocavamo i venti della magia per confondere le loro menti bacate e bruciacchiare le loro dure scorze (l’avevamo presa come un’attività a scopo ludico, visto che alla fin fine non ce n’era decisamente bisogno), Solarian e Silver seguivano con un certo gusto l’uragano Gawain che tagliava in due l’esercito nemico, e si erano equamente spartiti il campo di battaglia. Ah, sì, tra le altre cose, bell’oggettino la spada che aveva in mano l’Angelo Nero… ma sto divagando. È che mi piace molto raccontare le battaglie, soprattutto quando sono così interessanti e soprattutto quando sono così ricche di dettagli, come dire, folkloristici.

Certo è che a sera gli hob erano finiti e così la birra, e questo era intollerabile per Gawain (e, a dirla tutta, anche per noi). Fortunatamente, Silver aveva con sé le sue riserve personali di rhum e qualche boccone di deliziosa carne affumicata… Rogue non perse tempo: rimandò a dopo la cura dei feriti meno gravi e invocò la benedizione della divina Ellesham su quel dignitoso (ma misero) pasto. Di colpo comparve un banchetto pressoché infinito, allestito con le migliori delizie del Creato, grondante alcool di ogni qualità: con questo Rogue si conquistò il merito di aver sorpreso profondamente il nostro Gawain. Era da tempo che non lo vedevo sgranare gli occhi di fronte a qualcosa.

Tuttavia, lo stupore non gli impedì di fiondarsi immediatamente sul barile più grosso presente sulla tavola… la cosa interessante è che sembrava non avere fondo: più beveva da esso e più sembrava si colmasse di nuovo. Quindi, forse un po’ stanchino per la battaglia che, per quanto non così impegnativa per un tipo come lui, gli aveva succhiato via non poche energie (il che probabilmente era dovuto al fatto che non aveva potuto bere prima), Gawain fu presto piuttosto sbronzo e facile di parola.

Mentre Silver sfidava sventurati soldati (esausti) a piccole gare di bravura con la spada, mentre Solarian sedeva tranquillo in un angolo a meditare, mentre Rogue danzava cantando in mezzo a una folla di militari in estasi (per la presenza di una donna, e addirittura così bella e in gamba, nelle loro fila), io me ne stavo a fissare il mio amico che aveva riacquistato lo stesso sguardo assente di qualche anno prima, quando avevo accolto le sue confidenze presso il Galletto Sbronzo…
Così, pensai, o la va o la spacca: mi sedetti vicino a lui e non dissi niente. Magari il metodo di Lyne funzionava anche meglio dei miei.

Incredibile ma vero, non so per quale legge della psicologia umana, Gawain iniziò a parlare praticamente nello stesso momento in cui mi sedetti. Era come se non mi vedesse, però gli ero indispensabile come molla, come interlocutore fittizio, come ‘quel certo qualcosa’, non lo so: so solo che se non gli fossi andato vicino non avrebbe parlato. Valli a capire, questi angeli neri.

“Eh, sì. Eh, già. Non son cose da vedersi, queste.”
Un buon inizio, peccato che non si schiodava da questa frase. La ripeteva in continuazione. Il metodo di Lyne funzionava solo per Lyne. Accidenti, che sfortuna.
Dopo l’ennesimo ‘non si possono vedere queste cose’ non ressi più e, in uno slancio dovuto forse all’alcol che avevo in corpo, e non era poco, gli presi il testone ricciuto fra le mani e lo attirai verso di me. Lui non oppose resistenza unicamente perché era sorpreso e sbronzo al tempo stesso, altrimenti gli sarebbe bastato gonfiare una vena per scagliarmi a cinque piedi di distanza.
Invece piantò i suoi occhi nei miei e rimase così, attonito, come se non mi vedesse proprio. Gli dissi la cosa più stupida che mi venne in mente.
“Ma che cosa diamine è che vedi?”
Funzionò.

“…Devo andare a vendere il grano a Garel, capisci? Ci sto andando. Mio padre mi ha dato il suo spadone, non lo so perché… non l’aveva mai fatto prima… e poi io non so nemmeno usarlo, non ho mai preso un’arma in mano… vado a Garel però… ci vado perché così posso regalare alla mia Keyl una palla di pezza colorata e un cavalluccio a molla, ci si divertirebbe tanto… e poi magari, se lo vendo bene, posso prendere qualcosa anche per Meyl e Reyl, magari qualche dolcetto… e un fermacapelli in osso intagliato per Ania, mi piacerebbe regalarglielo se posso…”
Funzionò anche troppo bene.

“…Sono arrivato, adesso, e il grano mi riesce di venderlo… il prezzo non è così buono, non ce la faccio con il fermacapelli, però ho i dolcetti e i regali per Keyl… ma a che mi potrà mai servire questo spadone? Non lo so… ma non vedo l’ora di essere a casa…”
C’è qualcosa che non va…
“…Sai, tra due giorni è il suo compleanno, compie giusto un anno, è tanto carina la mia piccola… e anche le altre lo sono, le guanciotte sembrano meline selvatiche mature, baciate dal sole… penso a loro e alla mia bellissima sposa… sono quasi arrivato a casa…”
Sì che c’è qualcosa che non va… cosa sono quelle gocce di sangue che rotolano giù dagli occhi di Gawain? Miseria ladra, mi sa che siamo arrivati al nocciolo della questione… speriamo che nessuno si accorga di niente… macché, sono tutti sbronzi…
“…Ma cos’è quest’alone rosso che avvolge la campagna? Non sarà scoppiato un incendio da qualche parte? Ma quella è la direzione del villaggio… mi sbrigo, scendo dal carro, inizio a correre… la mia famiglia… dove saranno? Staranno tutte bene? Le case sono tutte bruciate… stanno ancora ardendo sotto ai miei occhi… corro come un pazzo verso casa… ci sono morti ovunque… ovunque… sono orribili, li hanno… chi ha fatto questo… sono mutilati… straziati… lacerati… la mia casa, ecco la mia casa…”
Oh, no.
“…la porta è sfondata… Ania… Ania… NOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!”

Lo tiro sotto il tavolo perché non lo vedano in queste condizioni. Incredibile, mi segue.
“….lei è… lei è spezzata… inchiodata sottosopra all’architrave della porta… le interiora che fuoriescono da una ferita profonda nell’addome… non faccio in tempo a volerla tirare giù… le mie due bambine… Meyl… reyl… decapitate… entrambe… appoggiate allo stipite della porta… io… io… sto per cadere… ma dalla porta escono due fottuti… due maledetti… due schifosi drow… luride bestie nere del Male… sollevo lo spadone… li colpisco, li colpisco, li colpisco ancora, ripetutamente, devono morire, morire tutti, bastardi che mi avete preso la mia famiglia NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!”

La sua ferita adesso è anche mia. Come potrebbe non esserlo, del resto. A malapena gli tappo la bocca. Questo Gawain nessuno lo dovrebbe incontrare, nemmeno io avrei il diritto di starmene qui a guardarlo. Ma forse è meglio che qualcuno sappia, dopotutto. E’ così dura portare i pesi da soli. Questi pesi, poi.
“…Li ho massacrati entrambi… ora mi chino, abbraccio le mie gioie, la mia splendida donna… e vedo all’interno anche mio padre… sembra vivo… ha una lancia piantata nella schiena che quasi lo sostiene… a tradimento, l’hanno colpito… hanno portato via tutti… e Keyl? Dov’è Keyl? Dove la mia piccina? La cerco, la cerco, ma non la trovo, cani bastardi! E ce ne sono altri! Voi, voi, luride carogne nere! Morite tutti, MORITE TUTTI!!!”
Riesco quasi a sentire il clangore delle lame. I drow devono essersi sentiti arrivare addosso una tempesta in piena regola.
“…Ho tante ferite addosso… mi hanno colpito in continuazione… ma sono tutti morti, e io sono vivo…  ma no, sono morto anche io… Ania, Meyl, Reyl, mio padre… e Keyl, dov’è Keyl? Se la sono presa loro, quei bastardi… me l’hanno presa… me le hanno prese tutte… hanno ucciso anche la mia piccola… non aveva nemmeno compiuto un anno… nemmeno un anno…”

Non disse altro. Gawain ripiombò nel suo silenzio catatonico. Rimase sotto il tavolo e dopo qualche giro di clessidra si addormentò senza dire nient’altro.
Io però riuscivo a vederlo. Riuscivo a vederlo il fuoco che lo divorava dentro. Adesso sì, lo capivo.
È stato come essere presenti. E, forse, non avrei mai voluto condividere quest’esperienza. Rimasi a fissarlo con la bocca aperta, come se avessi appena assistito alla cosa più tremenda che mi fosse capitata in vita mia. Per Ellesham, quella era veramente la cosa più tremenda. In assoluto.

Io non c’ero quando nel villaggio dove sono nato successe la stessa cosa accaduta a Gawain. Non c’ero perché io sono proprio il frutto di tutta quella violenza. Case bruciate e insozzate di sangue, donne violentate e sgozzate nel modo più atroce, giovani fiori divelti e spezzati che nessuno avrebbe più potuto far fiorire. Passai una mano fra i capelli di Gawain: adesso sapevo. Adesso conoscevo la sua storia, e finalmente anche la mia.
Lasciai dormire il mio amico. Rimasi sveglio tutta la notte a vegliare su di lui. Non ce n’era bisogno, ma lo feci lo stesso. E mi ripromisi, un giorno, di dirgli che mi aveva raccontato tutto, e di spiegargli anche come mai potevo comprenderlo così bene.

Un giorno, sì, l’avrei fatto. Ma sicuramente non il giorno dopo.
E nemmeno domani.
Domani, proprio no.

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