Donne senza uomini

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Stava giocherellando ossessivamente con un nastro blu che le serpeggiava sinuoso tra buona parte delle dita della mano manca: era così distratta che la sorella dovette alzare la voce per ottenere la sua attenzione.
“Willy! Per gli Astri ma cos’hai?” Gertrude l’ammonì offesa, lo sguardo curioso e la bocca arricciata all’insù.
Stava per rispondere se non che fu un altra a farlo al suo posto “Secondo me la questione non deve in alcun modo interferire con i pensieri che già distraggono la nostra famiglia”, disse Ophelia, risoluta.
Parlavano di Lord Frederich e del modo, quantomeno avventato, con cui si era guadagnato le ire del padre, e non solo.
“Mi permetto di dissentire di te, mia cara” la voce di Inge risuonò perentoria “Qvesto tipico di Steiner, io crede. Finalmente sua vera natura divenuta palese anche di delegati esteri”.
“Considera, tuttavia, che molti hanno seguito di lui, forse divenuto perfino eroe per stolti che accompagnato. Io domanda di lui se in qualche modo rende conto di sue azioni… Perzone seguono sue cesta, possibile che non riesca a mettere madrepatria innanzi zuoi egoistici interessi?” Raquel rimase per un po’ immersa nei suoi pensieri, come se ne sentisse il peso.
Wilhelmina si ritrovò a fissarla, senza quasi rendersene conto: aprì bocca come per dire qualcosa però non proferì parola.
“Sorelle, possibile che non possiamo goderci un tè senza che i drammi ci travolgano? Suvvia, si sta freddando anche lo strudel!” Romilda richiamò a se l’attenzione e senza aggiungere altro tutte e sei le Sorelle afferrarono la tazza innanzi a loro, sorbendone un generoso sorso. Simultaneamente poi, riappoggiarono il recipiente nel piattino, producendo un rumore secco e breve.
Scoppiarono in una fragorosa risata, tutte meno Wilhelmina che, nuovamente assorta nei suoi pensieri, fissava un uccellino, un pettirosso, cinguettare nel davanzale dell’unica finestra presente nella sala.

***

La fredda spelonca che l’ospitava quella notte grondava di umidità da ogni pertugio, ma per un essere nelle sue condizioni ciò non era affatto un problema: se ne stava seduta a fissare la notte oltre la soglia, silenziosa e assorta.
Pensava ai giorni trascorsi, al parto cui suo malgrado aveva assistito: le urla della madre che si confondono con quelle del figlio appena nato, i timori e le apprensioni per una nuova fragile vita venuta al mondo.
Aveva proteso le mani, diafane e inconsistenti, verso la madre impaurita, percependo tutta l’inquietudine che quel parto complesso le stava procurando: se l’avesse toccato poi… E invece l’avevano trattata come la più squallida delle ladre, sottraendole a gran velocità il pargolo dalla vista.
Se avesse avuto una coscienza, probabilmente avrebbe dovuto perpetrare una strage, non foss’altro per l’insulto alla sua pur nota intelligenza: e invece aveva continuato a proporre il suo aiuto, certo non per nulla in cambio ma fornendo altresì una garanzia che solo il Magus dello Spirito avrebbe potuto assicurare loro.
Aleggiava, spettrale ed inquieta verso quella fonte insidiosa nella speranza di instillare quantomeno la stessa fiducia di un marchingegno di più che dubbia provenienza: ma non ci riuscì. Lei che più di tutti aveva patito il dolo del tradimento era dunque indegna dell’altrui fiducia: ironico, quantomeno. Ma non rise, perché d’un botto tornò la Signora dei Luciferi e fece ciò che più le era familiare: mise a disposizione di un gruppo di stolti il suo intelletto portentoso, quell’abilità di ordinare in modo razionale e produttivo tutti dati in suo possesso, quel peculiare intuito analitico che l’avevano consacrata a Signora del Pentamalo.
L’aver vomitato la sua cruda verità addosso a quegli spavaldi incoscienti faceva di lei un mostro? No, era la non morte a renderla raccapricciante, per giunta avvelenata da quel bisogno di vendetta che attanagliva i suoi resti mortali.
Quell’attacco d’ira incontrollato innanzi all’offesa del suo intelletto e allo sconsiderato impiego del libero arbitrio, quella era pura Alice Becker.

***

Sentiva le urla di Kinsalth fin dentro la sua tenda: sbraitava e gridava come un pazzo, come solo quando l’Arciduce in persona gli diceva di fare!
Da dove venivano quegli stolti invasori, forse non sapevano che Hobgar in persona presidiava l’accampamento??
Sentì il corno della chiamata e capì che era arrivato anche per lei il momento della battaglia.
Si preparò nei pressi del trabucco, la corta lama infilata alla bene e meglio nella cinta: nel giro di qualche attimo era fuori, nel gelo della steppa a trascinare innanzi al cancello dell’altare di Echaton le macchine da guerra.
Feccia umana si stava asseragliando dietro le lunghe inferriate, la stessa feccia che componeva buona parte della carne da macello dell‘esercito del Guercio!
Avanzò al suo meglio mentre il trabucco traballava ad ogni scossa: la donna che l’aiutava sembra anche più impaurita di lei, come se fosse possibile!
Dalle retrovie sentì i passi pesanti dell’Arciduce incedere, mentre il suo fidato Araldo, Kinsalth, ne elogiava le gesta: avrebbe voluto voltarsi ma preferì restare concentrata sul suo compito.
Gridò contro le podestà dell’Orfiamma, i loro Dei e gli stolti piani che li avevano portati in bocca nientemeno che dell’Arciduce della Tirannia.
In breve le parole lasciarono il posto alla schermaglia: per primo cadde il cancello, e fu solo grazie al suo trabucco caricato a dovere! Ma nessun merito le fu riconosciuto anzi il suo premio era la battaglia: fu ordinato l’assalto frontale e la schiera, di cui faceva parte, obbedì senza esitazione.
Si ritrovò trascinata dentro il piazzale dell’altare quasi senza muoversi, la corta lama sguainata al meglio delle sue possibilità: ma non era un hob, era carne da macello, e ben presto la prima fila avversaria la mise fuori combattimento. Si ritrovò a terra, grata d’esser stata utile alla casua della Tirannia, perché se non crepavano in battaglia un destino peggiore della morte attendeva gli inutili scarti dell’esercito di Hobgar, ovvero gli uomini. Aveva visto torturare tanti di quegli stolti che avevano mal servito l’Arciduce da aver capito alla perfezione la differenza tra un soldato buono ed uno inutile.
Si accasciò al suolo quasi grata della fine del suo servizio ma quando la morte stessa stava per ghermirla qualcosa la strappò via al trapasso: un uomo dalle molte cicatrici sul volto la risvegliò, forse sanando parte delle numerose ferite che la piagavano. Sbraitava qualcosa di assurdo con la sua voce roca ma quando si accorse di essere tra le file nemiche aveva perso la sua attenzione: “MEGLIO LA MORTE! MEGLIO LA MORTE CHE TORNARE NELLA TIRANNIA COME UN TRADITORE!!”.
Quando vide che l’uomo non la considerava affatto, si mise a scalciare e mordere come un animale selvaggio: avrebbe saggiato i suoi denti se non aveva intenzione di ascoltarla!
D’improvviso, vide che quel pazzo veniva colpito dai suoi stessi compagni ed il suo tentativo di calmarla andò definitivamente in malora: al contempo, nuove ferite si aprivano nelle sue carni e allora capì che alfine la morte sarebbe giunta presto a ghermirla.
O a liberarla, finalmemte.

***

Erano passati ormai alcuni giorni dall’intervento ed era già stata in grado sia di alzarsi che di fare qualche camminata ma soprattutto di vegliare la salma del padre scomparso.
Aveva visto tanti di quei dignitari da farle venire la nausea: la sala che ospitava con il corpo esanime di Lord Erik Mac Dussel era talmente ricolma di doni ed omaggi che ormai solo pochi individui alla volta riuscivano effettivamente a portare il loro estremo saluto al Frenhin caduto.
Giungevano da ogni dove, con chissà quante ore di viaggio senza sosta sulle spalle, tutti con un boccale in mano: Alan Marlour e mastro Floki si occupavano sia di spillare la birra ad ogni nuovo venuto che di cambiare il fusto con regolarità, così che nessuno patì mai la sete. Regalavano inoltre aneddoti preziosi sul loro vecchio compagno di ventura e alla fine, pur senza tristezza, una lacrima solcava anche i volti dei più preparati.
La madre ed i fratelli non se ne erano mai andati, anche mentre lei indugiava ancora nel suo letto di recupero: lady Yara aveva provveduto alla vecchia amica ed ai suoi figli, fornendo loro sempre una storia interessante da ascoltare o una qualche cerca improbabile nei luoghi più remoti del palazzo di Lencoe. Mancavano solo sir Nathan e lord David, il padre di Garreth, la cui ignota fine era una cicatrice che ancora doleva nel cuore della sua vecchia compagine.
Quando alfine lady Olivia le diede il permesso di alzarsi da letto, si precipitò a fare il suo dovere: accantonò temporaneamente la questione del testamento, per quanto assurdo gli fosse sembrato alla prima lettura. Voleva vederci chiaro, ma a mente lucida, con calma: adesso voleva solo stare con la sua famiglia.
Erano trascorsi quasi dieci giorni e ancora la calca non accennava a diminuire: solo la notte si ritrovavano a vegliare in pochi intimi. Quella sera, mentre Floki ed Alan andavano a recuperare l’ennesimo barile e la madre con lady Yara portava a letto il piccolo Cameron, esausto, c’era solo lei, seduta contro il muro, a vegliare il padre morto.
Percorse il viale dei ricordi, nella speranza di piangere a dovere, come se le lacrime fossero un tributo dovuto, nonostante tutto: non ci riuscì, anzi, a più riprese, si ritrovò a ridere da sola, come un’isterica. Non poteva farci niente: era stato severo, soprattutto con lei, ma mai arido e con l’allargarsi della famiglia aveva scoperto una serenità che nel corso di quella vita piena di avventure non aveva mai assaporato.
D’improvviso sentì dei passi leggeri avvicinarsi e dalla penombra riconobbe immediatamente i lineamenti delicati della piccola Erika, sua sorella minore: le si sedette accanto, prendendola per mano.
“Come stai?” le chiese decisa, indicando la sua nuova gamba.
“Bene, direi. Ogni tanto s’inceppa, ma immagino di potermi accontentare” le rispose sorridendo.
“E allora perché sei triste?” era identica a sua madre: pochi giri di parole, subito al nocciolo della questione.
“Mm, ti direi per papà?” le chiese titubante.
“Ma smetti, sappiamo entrambe che sarebbe successo, esattamente così, con lui che accidentalmente finiva tra le grinfie di un brutto ceffo per salvare qualche incompetente… ”
“Magari non proprio accidentalmente… Diciamo che potrei avergli accennato i piani thersiani sul portale e gli attacchi che avrebbero potuto conseguirne… Sai, mi aveva detto che non voleva morire a letto… Però…” fissò suo padre, come a cercare la sua approvazione, inutile dire che non si mosse.
Erika rimuginò un attimo, quasi a cercare le parole giuste: alfine riprese parola. “Mamma è troppo dura con te: la capisco ma proprio non ce n’è motivo. Sai fare la cosa giusta per coloro che ami, al di là delle conseguenze. Papà sarebbe fiero di te.”
Eccola la lacrima che aspettava: era una sola ma bruciava come il fuoco.
“Bene, senti un po’, ti andrebbe di ascoltare una canzone? È una variante di quella che ti cantava papà: l’ho sentita circolare a palazzo e sono sicura ti farà stare meglio” le disse Erika, gli occhi appena un po’ lucidi.
“Volentieri”.
La ragazzina le si sistemò accanto e quando ebbe trovato la posizione giusta intonò una canzone meravigliosa.
Quando ebbe terminato, la strinse forte a sé, finché non si addormentarono entrambe.

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