Epilogo

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“Credevi forse che ci fossimo dimenticati di te, Umano?”

La creatura, avvolta dall’oscurità più nera, era seduta ai piedi del letto, e i suoi occhi più rossi della brace erano fissi su quelli del vecchio nobile, ormai costretto al riposo da qualche giorno. La camera da letto, adorna di ben poche cose al di fuori dei numerosi tomi che riempivano la grande libreria, era illuminata dal sole al tramonto che filtrava attraverso le pesanti tende.
I bianchi capelli dell’uomo contrastavano con la preziosa seta scura dei cuscini, e la nera maschera, adorna delle numerosi croci blu, giaceva sul tavolo poco distante. Da molti anni, il Visconte la indossava solo per ricevere ospiti importanti. Nella sua magione, la servitù era dispensata dal seguire molti canoni del galateo sathoriano.

“Dimenticati? Tutt’altro, amico mio, tutt’altro. Vi stavo aspettando. Sono tanti anni ormai che non vi fate vivi. Spero abbiate una buona giustificazione, iniziavo a sentire la mancanza.”

La voce del Nobile era ormai indebolita dal tempo, ma ogni parola era chiara, precisa come un taglio di rasoio. Gli occhi possedevano ancora quella fredda luce che avevano in gioventù, ed erano fissi su quelli del Demone, come a sfidarlo ad abbassare lo sguardo.

“Non giocare con me, Mortale! Credi forse di esserti nascosto per tutti questi anni, ma non si sfugge al mio Signore. Se non ci siamo palesati è solo perchè non eri più importante per noi!”

Il vecchio Nobile si sistemò con noncuranza il cuscino dietro la schiena, e tornò a fissare la creatura.

“Dunque confermi la mia teoria. Sono avvezzo ai vostri inganni, e non sarà certo una frase inventata sul momento a dissuadermi. La verità è che non potevate trovarmi, non è così? Per voi sono sparito. Per tutto questo tempo, avete fallito. Chi l’avrebbe mai detto?”

Con un ruggito e un balzo, il Demone si fece in avanti sul letto, fermandosi a una certa distanza dal volto del Nobile. La furia provocata dalla risata dell’uomo fece incendiare ancora di più i due fuochi sul suo nero volto.

“Sono qui per la tua anima, Umano! Hai stipulato un patto, e ora sono giunto a riscuotere cosa ci spetta in cambio per ciò che ti abbiamo dato! La tua anima ci appartiene, e non ci sarà nessun trucco o stratagemma che potrà salvarti questa volta!”

Un sorriso beffardo apparse sul volto del Nobile, scuotendo le numerose rughe sul suo volto. Senza distogliere lo sguardo, raccolse una busta dal fianco del letto, e la avvicinò al mostro.

“Nessun trucco, puoi star tranquillo. Non mi abbasserei a tanto, ormai dovreste saperlo. Ma non potrò comunque darti la soddisfazione che cerchi. Il motivo… Beh, il motivo è scritto qui dentro. Leggi, se vuoi.”

“Ti ho già detto che non mi interessano i tuoi scherzi, Mortale! Nessuno si è mai sottratto al Patto! Tu non sarai certo il primo! Puoi credere di esser grande, ma per i Quattro sei e resti una formica!”

Il nobile non cessò di sorridere, né di fissare gli occhi di fuoco del Demone.

“E allora dimmi, amico mio, come mai non riesci ad avvicinarti? Se è la mia anima che vuoi, e se davvero dici che ti appartiene, perchè non me la strappi di dosso?”

Il Demone ruggiva e imprecava, ma non riusciva a spiegarsi cosa stesse accadendo. Il vecchio sembrava circondato da una barriera invalicabile.
La voce del Nobile risuonava nella stanza, chiara e forte come non lo era da tempo.

“Vedi, è molto semplice. La mia anima non vi appartiene più. Non c’è nessun contratto, nessun accordo. Un giorno di molti anni fa’ mi trovai a contatto con quella creatura mistica nota come Fenice. Sotto l’influsso del suo immenso potere, il mio fato venne messo al vaglio delle genti d’Oriente. Quella nera maledizione che mi infliggeste fin dalla nascita giunse al suo apice, la terribile Invidia che sempre mi ha attanagliato mi trasformò in una creatura animata solo dall’odio e dal rancore. Ma nonostante tutto, venni comunque perdonato. Fu un cortigiano della Mano del Fato, pensa, a farlo. Se non erro, è da allora che non riuscite più a entrare in contatto con me, giusto?”

Il Demone era ormai furente. Con uno scatto, mutò uno dei suoi arti in una grande lama, e si scagliò verso il volto del Nobile, ma con la stessa forza venne rimbalzato indietro. Come se non fosse successo niente, il vecchio continuò nel suo monologo, e sembrava quasi che ad ogni parola il suo avvizzito volto riacquistasse la fiera vitalità dell’ormai lontano passato.

“Quel fatidico giorno, il potere della Fenice fece sì che il mio cuore si colmasse nuovamente di ciò che per troppo tempo gli era mancato. Qui di fronte a te credi di vedere colui che per tanti anni fu il vostro giocattolo, ma in realtà io non sono più quel misero uomo.
Io sono i miei e i loro ricordi.

Sono Lord Anarkand Sangueforte, che per sette anni sostenne sulle sue spalle le sorti della casata del Giglio rosso.
Sono il Visconte Longini, massimo sapiente di Sathor, e detto “Il Saggio” dal popolo.
Sono il bambino che giocava in strada, senza nessuna preoccupazione, e con la purezza dell’infanzia nel cuore.

Sono i ricordi della Dama Bianca, del Visconte Lougrein e di sua moglie Vezzosa, di Sir Tito Callisto Oricalchi, di sir Isaac e di suo fratello Ismael, e sono i ricordi del Conte Viligelmo. Io sono Sathor, al pari di loro, come lo è il più sventurato paria. Io sono le Sette Corone, sono l’amore per la mia patria, e il rispetto per tutto ciò che la costituisce, sono i 3 pilastri della nobiltà, e sono la forza d’animo del popolo.

Io sono i lunghi giorni e interminabili notti passate sui polverosi tomi di Arthenia. Sono le discussioni con Mastro Thelonius e Lord Lionello Squarcialupi. Io sono il profumo della tisana bevuta in compagnia col Conte Eberardo Caniscalchi, e il calice di vino offerto al Gran Siniscalco Strichetti. Sono la diplomazia di Marzio e la cautela di Baol. Sono lo sguardo di Lady Romelia quando scruta l’orizzonte dal ponte della sua nave.

Io sono il ricordo del caldo sole di Alemar. Sono il sorriso del Conte Ullian, e la risata di Katrinalea. Sono la dolcezza di Izzie e la forza di Zadnja, sono le storie di Jep e la saggezza di Padre Darius. Sono la furia di Shillark e la calma del Dragone Shinarui. Sono la furbizia dei fratelli Navarko, e la compassione di Cid. Sono il suono della tromba di Corcoran, dei sonagli di Yelena, e sono il silenzio delle ombre di Malusha.”

Il Demone era immobile, ma la sua rabbia era quasi palpabile. Una creatura della sua potenza non era abituata a provare frustrazione, eppure per qualche ragione il volto sorridente del Nobile sembrava annientare tutta la sua temibile forza.

“Tutto questo non ha nessun significato! Tu sei un uomo, un granello di polvere sul mondo, tu ci appartieni, sei sempre stato nostra proprietà, e sempre lo sarai!”

“Ancora non capisci, messaggiero di Orione? Questa è la mia anima adesso! L’Anarkand che cerchi non esiste più!”

La voce del mostro sembrava ormai un urlo straziato. Messo innanzi al suo misero fallimento, il Demone si sentiva schiacciato e, per la prima volta in tanti secoli, si sentiva piccolo e incapace.

“Tu sei dannato in eterno! Credi forse di potertela cavare con così poco? Cosa ne è dei tuoi genitori? Di tutte le persone a cui hai fatto del male? Credi di esser stato affrancato dalle tue colpe?”

“Oh no, certo. Ciò che ho fatto sotto il vostro influsso è una macchia indelebile, una terribile spina nel mio cuore. Ma non sta certo a voi giudicarmi. Io non vi appartengo più. Non ci credi ancora? Guarda nel mio animo, e prova a prenderlo. Vi troverai davanti le letali lame di Lucius, il possente scudo di Lougrein, il coraggio di Tito, e la determinazione di Dalila. Vedrai una invalicabile fortezza costruita con l’innocenza della Marchesa Vezzosa e con la nobiltà del Conte Viligelmo, le cui mura sono tanto alte quanto il valore di Estrella, e tanto imponenti quanto sir Zed. Il ricordo di ciò che ho passato con loro mi ha tenuto in vita per tutti questi anni. Mi ha dato la forza di diventare migliore, un uomo più degno di stare al mondo, piuttosto che l’ignobile creatura che avreste voluto farmi diventare. Mi avete spinto all’ossessivo arrivismo, mostrandomi ogni volta qualcuno più grande di me, costringendomi a invidiarlo. Vostro malgrado, tutto questo è finito, ormai tanti anni fa’. Io sono stato affrancato dall’Invidia, e così voi avete perso il mio vincolo con me. Non oso nemmeno pensare quante risorse abbiate bruciato per prevedere il giorno della mia morte. Ebbene, goditi lo spettacolo.”

“Tu muori solo, Anarkand! Nessuno è qui con te, se non le Ombre! E le Ombre sono da sempre i tuoi unici compagni! I tuoi soli amici! Il tuo inizio e la tua fine!”

“Oh, tutt’altro. Io sono in ottima compagnia. I miei ricordi sono tutto quello che mi serve. Ora vattene, non hai più nulla da fare qui.”

Il Demone fece per controbattere, ma il nobile aveva già chiuso gli occhi, con ancora quel sorriso di sfida sul volto.

Qualche ora dopo, l’anziana cameriera entrò nella stanza. Non v’era traccia del Demone, nemmeno una piega sul lenzuolo. Era tutto come l’aveva lasciato, tutto in ordine, come piaceva al Visconte. La serva fissò il suo padrone per lunghi minuti. L’espressione del Nobile era serena, come quella di chi sa di aver finalmente terminato un lungo lavoro. Raccolse la busta che ancora stava tra le dita del vecchio, la aprì e una lacrima scese sul suo viso.

C’era solo un umile foglio di carta, con scritto in caratteri semplici:

“Grazie di tutto, amici miei.”

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