Eppure una occasione c’era pure stata

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Artemisia Rhododendron Blanchefort era Zitella.
Non c’era un modo carino o simpatico per dirlo, era semplicemente zitella. Aveva superato i 30 già da due anni e non avendo sangue di drago, ne’ di altra creatura soprannaturale di sorta, la sua età pesava.
Pesava ai suoi genitori, che si ritrovavano una scheggia vagante per casa con il carattere di un’adolescente in piena crisi ormonale e pesava a lei, che vedeva il decadimento continuo nel suo corpo. Avrebbe voluto urlare di smetterla, che aveva BISOGNO che niente cambiasse.
Eppure di occasioni ce ne erano state, come quella volta che i suoi genitori si “innamorarono” di quel suo amico di infanzia e proposero un matrimonio combinato alla tenerà età di 10 anni. A lei sarebbe stato anche bene, purché le avesse lasciato la libertà di continuare a studiare per conto proprio. Ma giunta l’età di matrimonio lui era troppo spaventato anche solo di avvicinarsi a quella pazza furiosa. Doveva aver intuito qualcosa.
Quello che invece non aveva intuito proprio niente era l’amico di suo padre.
Beh, Amico: il massimo che si poteva avere nell’alta società di Valdemar era una conoscenza in comune infarcita di falsi complimenti, potins (pettegolezzi) e piccoli dispetti.
Era un uomo vecchio, al limite del ridicolo. Avrà avuto il doppio del’età di suo padre. L’aveva conosciuto al club di Piquet. Come si chiamava? Era un nome comune tipo Victor, Antoine, Guillaume, uno da vecchio, insomma. Però era un La Fosse, quello se lo ricordava bene.
Aspetta. Non era invece un Cimanteau?
Dannazione, il suo cervello tendeva a dimenticare informazioni utili e dannose come quelle.
Però la cuoca se la ricordava bene.
Beatrix. Aveva quel nome sofisticato ed era solo una povera di proprietà del vecchio, una serva.
Era rubiconda, sempre allegra, felice, faceva sentire tutti a casa. Credeva che significasse essere felici quando mangiavano cibo buono e si sentivano coccolati. Non come le case di valdemar che sono piende di etiquette, bon ton, savoir faire… Noia, distanza e distacco.
Gli incontri con la famiglia di Antoine (chiamiamolo così, non possiamo additarlo come “quel vecchio ingenuo che non sapeva a cosa andava incontro”) si erano fatti frequenti già da quando la moglie di lui era ancora viva. Soffriva di gravissimi crisi epilettiche e la vecchiaia avanzata stava ormai ponendo fine alle sue riunioni con il circolo delle Coquet.
Erano quindi comuni i pranzi, le partite a volano, le passeggiate lungo fiume, la noia, la NOIA, LA NOIA.
Ma una cosa si ricordava sempre: i banchetti. Meravigliosi banchetti luculliani cucinati alla perfezione. E i macaron: croccanti, colorati e lisci come perle.
Rhododendron aveva 25 anni quando finalmente la vecchià schiattò e a detta di sua madre era anche l’ora perché Antoine aveva da tempo messo gli occhi sulla sua “bambina”.
Fu un funerale veloce, pacchiano, con tante persone che piangevano profusamente alla memoria di una persona che avranno visto si e no una o due volte in vita loro. Madame Louise si chiamava. O era Adele?
Sniffò appena un po’ di sali corroboranti. In piccole dosi l’aiutavano a stare meglio, ad essere più tonica, felice. O forse era solo suggestione?
Tornando alla cuoca, a Beatrix.
Era l’unica davvero dispiaciuta per la morte della padrona, perché era l’unica nella casa a farle qualche, raro, complimento. Quindi quando Artemisia la vide più bianca del solito e stanca non vi fece molto caso.
I preparativi per il matrimonio tra Artemisia iniziarono nemmeno dopo una settimana dal funerale. Suo padre convinse il vecchio della sua necessità di avere una donna giovane accanto, che gli avrebbe fatto dimenticare la tanto compianta defunta moglie.
Artemisia seguì tutto noiosamente.
Il primo giorno sua madre le mostrò vedere bozzetti di vestiti e Artemisia annuiva ad ogni proposta. Annuiva sempre. A qualunque cosa, purché smettessero di tormentarla. Non vedeva l’ora che tutto tornasse alla normalità e che lei potesse di nuovo tornare alla capanna ad operare. Poi la fece misurare da sarti come lei misurava i cadaveri per le autopsie.
Al secondo giorno, le fece assaggiare torte, mentre ascoltava musica.
“Sai?” disse sua madre al secondo giorno di preparativi. “Ora che stai per diventare una vera moglie, dovrai smettere con i tuoi giochetti al capanno. Una signorina per bene non si diletta a tagliuzzare animali.” Animali. Erano anni che curava a titolo gratuito tutta la servitù della casa e i poveri delle vallate circostanti. Certo, ogni tanto qualcuno moriva, ma sarebbero morti comunque se non fossero stati curati. Decise comunque di tenere queste considerazioni per se. Sorrise.
Però la cuoca nell’angolo sudava copiosamente ed era ancora più bianca. Forse era tesa per le scelte che avrebbe preso sua madre sul menù?
Dal terzo giorno in poi i giorni si susseguirono in una spirale di terrore che la futura sposa riuscì a sopportare solo grazie all’estraniazione. Tecnica che ormai metteva in atto in tutti quegli orribili contesti sociali con troppa gente, troppe scelte, troppa luce, troppo rumore, troppo CAMBIAMENTO.
Fu così che al sesto giorno, il giorno prima delle nozze programmate l’urlo straziante che giungeva dalle cucine la prese completamente impreparata. Era in quella che sarebbe dovuta diventare camera sua, in stato catatonico seduta sul letto.
Capì che era la voce di Beatrix al primo momento.
Già immaginava la donna con profonde ustioni su tutto il corpo dovute a qualche pentola di olio bollente cadutale addosso, o con una gamba fratturata cadendo da una scala altissima mentre cercava di prender le più preziose spezie nascoste nelle mensole in alto, o con un dito tagliato da una fedele mannaia diventata improvvisamente traditrice e infida…
Fu un’enorme sopresa quando spalancando la porta delle cucine si ritrovò davanti la donna sul pavimento a contorcersi in preda a spasmi. Si teneva la pancia.
Registrò di sfuggita il nugolo di inservienti che come proiettili lanciati da polvonigra giravano per la cucina senza sapere che fare.
Rhododendron guardò la cuoca, l’esaminò a fondo con lo sguardo e un dubbio atroce le sfrecciò per la mente.
Si abbassò e tastò l’addome della donna, che cercava di scacciarla, inutilmente.
Un urlo ancora più straziante, come se quella avesse trovato un altro paio di corde vocali che teneva da parte per un occasione speciale, invase non solo la cucina, ma la casa, la tenuta, i prati circostanti…
L’appendice.
L’acqua bolliva e vi immerse un coltello.
Intanto intorno a lei le domestiche erano corse a chiamare il signore della magione.
Guardò il coltello e le sembrò pulito. La donna nel frattempo era svenuta. Bene. Una cosa in meno a cui pensare.
Si abbassò e incise. Ricordava ogni minimo particolare, la pelle che si apriva, gli organi sotto, la membrana ormai punta da quello che sembrava più un pungiglione di una enorme ape infetta che un’appendice umana.
Operò con calma, anche quando sentì il rumore degli stivali del padrone e gli zoccoli degli inservienti che correvano dall’ingresso verso il salone e in direzione delle cucine per vedere cosa era successo. Si frugò con pazienza sotto alle vesti fino a raggiungere la chatelaine a cui aveva attaccato le forbici, il filo, l’ago e un paio di boccette di estratti d’erbe medicinali.
Stava ormai finendo di chiudere l’appendice con la dovuta perizia per evitare che si ripresentasse una infezione fatale quando il Antoine piombò in cucina con un nugolo di servitori al suo fianco.
Quello che seguì dopo era abbastanza nebuloso. Troppo caos, troppo rumore, troppe grida, gente che sveniva. Certo, non doveva essere passata molto bene lì, inginocchiata sulla cuoca, con un coltello ai piedi e quella aperta come un maiale da farcire il mardì gras.
A tutt’oggi le risultavano oscure le ragioni per cui poi il matrimonio era stato annullato e i suoi genitori l’avevano riportata di tutta fretta a casa.
Non c’erano più state cene a casa di Antoine, ne’ tantomeno nuove richieste di matrimonio.
Per certi versi meglio così, o non sarebbe mai potuta partire alla Ventura con Xiomara e Candrana. E, soprattutto, non avrebbe mai conosciuto Jean Claude. O si scriveva Jan Clode? Dannazione, era una delle persone più importanti della sua vita e non sapeva nemmeno come si scriveva il suo nome. E adesso, magari, non ci sarebbe stata più occasione di chiederlo.
Ad ogni modo, anche ora, che tutto era andato storto, che era stata portata via chissà dove dall’eccellentissimo e illustrissimo Caliban, assieme a delle “amiche” (erano amiche? Quella era amicizia?), riteneva che ne era valsa la pena.
Ne vale sempre la pena, se si può salvare qualcuno. Almeno, uno deve tentare.
Sniffò altro sale. Menta. La prossima volta avrebbe provato a farli alla liqurizia.

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