Era solo una bambina

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Notte Decima Ottava della Luna di Sirio, Anno 5 ER

Dintorni di Magnirocca, Ramana

Era “solo” una bambina…

Dopo il colpo possente inferto a piene mani, la testa del fanatico che le stava innanzi roteò un paio di volte, prima di cadere a terra: forse era il buio, forse il movimento paradossalmente armonico, sembrava il giocattolo di un bambino.

Aveva il viso delicato e armonioso di un angelo: neppure il più dotato dei pittori avrebbe potuto immaginare una bellezza così. Ma ciò che l’aveva colpita maggiormente era il colore dei suoi capelli: un castano particolare, incredibilmente simile a com’era il suo, almeno prima della fine della sua vecchia vita.

Col senno di poi, forse la rosa candida che le cingeva i capelli avrebbe dovuto metterla in guardia: dopotutto però era “solo” una bambina…

La palla chiodata del mazzafrusto era penetrata così in profondità nella cassa toracica del suo avversario che dovette usare entrambe le mani per estrarla: si portò dietro talmente tante delle interiora dello sventurato barbaro che Francisco non riuscì a trattenere una smorfia di disgusto.

Intorno a loro si dilungava, stancante, la fase finale dello scontro iniziato quella stessa mattina con i barbari irrequieti intorno a Ramana: le posizioni erano solide e la notte avrebbe ben presto preteso il suo dazio.

Ottavia poteva tranquillamente lasciare il drappello dei suoi “Ragazzi” a finire il lavoro sporco ma Francisco sapeva che quei disordini erano solo un pretesto: era arrivata agitata, nervosa, nemmeno il tempo di ammorbidirla con una bevuta che si era già quasi completamente ricoperta di sangue.

Quando quella che era “solo” una bambina si fece saltare all’interno della tenda di comando, il boato fu così fragoroso da far presumere, a posteriori, che doveva essere stata completamente imbottita di polvere nera.

Tika, una dei “Ragazzi” storici di Ottavia, era troppo vicina al momento dell’esplosione: in dieci della Masnada morirono in tutto quel giorno, e, mentre cercavano di ricomporre i cadaveri, di lei si riuscirono a recuperare solo tre dita, nemmeno complete per la verità, ed entrambe le rotule.

“Checcazzo” pensò Ottavia mentre ancora il rumore dell’esplosione le faceva fischiare le orecchie “come faccio a dare il Congedo a queste quattro ossa?!?”

Lei, Ottavia, era sopravvissuta per un fortuito disegno del Fato: Tika le somigliava e talvolta, per sviare il nemico che si insinuava ovunque, la sostituiva nei concili di guerra.

Mentre si allontanava dal campo quel giorno maledetto, il dolce angioletto le era perfino sfilato accanto, gioviale, e in quel momento l’unica cosa che aveva pensato era che non doveva essere tanto più grande di come sarebbe stata a quel tempo la bambina che invece era morta nel ventre della sua Amanita.

In seguito, nel raccogliere i poveri resti dei suoi compagni, Ottavia non poté fare a meno di pensare che forse un veterano dell’Immacolato non sarebbe caduto nella trappola e avrebbe colpito il bersaglio giusto.

Dopotutto, però, era “solo” una bambina.

Il colpo che le arrivò da dietro la paralizzò, anche se in vero avrebbe potuto contenerne i danni, se solo non si fosse impuntata nel voler dividere l’avversario che aveva innanzi in due metà perfette: solo quando il suo scopo fu raggiunto si girò per valutare il da farsi. Tentennò più sorpresa che intimorita, mentre anche colei che l’aveva colpita era indecisa sul da farsi: fu solo grazie a Francisco che quell’en passe si risolse. Con un rapido, brutale fendente tagliò il braccio della sventurata barbara all’altezza del gomito, lasciando però la mano del nemico e soprattutto il di lei pugnale nel fianco di Ottavia.

“Cazzo FF, potevi aspettare che ritirasse il colpo!”

Ottavia finì il lavoro, decapitando la donna con un colpo preciso: il fendente fu così rapido da sorprendere Francisco, che se lo vide vibrare a una spanna dal volto.

“Non c’è di che, STRONZA!”

Recuperata la calma, Francisco liberò rapidamente l’Alfiere dal pugnale conficcato sul fianco, senza che Ottavia si lamentasse più di tanto: sospettavano entrambi che l’ebrezza avesse giocato un ruolo fondamentale nel farle sopportare il dolore.

“E comunque, se aspettavo ancora un po’, dovevate prendervi una stanza: che cazzo hai stasera?!? Dov’è Cristilde? Sai che non ti è permesso uscire da sola la notte…” Cominciò a deriderla mentre le tamponava la ferita con uno dei suoi proverbiali fazzoletti ricamati.

“Ero alla ricerca di un vero uomo, FF: che ne dici di farmi compagnia stanotte?”. Sorrise sorniona ma, in quelle condizioni, coperta in egual misura di sangue, interiora nemiche e fango, Ottavia non doveva sembrare tanto diversa da quelle oscene creature partorite durante i peggiori rituali dei devoti di Orione.

“Col cazzo! Non sono la ruota di scorta di nessuno! E poi ho già preso accordi con l’elfa che ho incontrato a Magnirocca: se gioco bene le mie carte, stasera nemmeno mi tocca pagare!”

“FANCULO FRANCISCO!”

Si allontanò dal cuore dello scontro, che invero stava comunque volgendo al termine: alla tenda da campo riuscì a finire di medicarsi e a darsi una bella ripulita o sarebbe stato impossibile per i suoi nemici riconoscere da lontano i suoi colori.

Molto più tardi quindi, cercò un posto dove stare da sola, lontano dal ricordo della sgradevole conversazione di Magnirocca: non riusciva a pensare ad altro, soprattutto alla reazione di Cristilde.

“TU SEI MEGLIO DI COSÌ!”

“NO, CRISTILDE, IO SONO ESATTAMENTE COSÌ, O NON SAREI SOPRAVVISSUTA, NON SAREMMO SOPRAVVISSUTI, A TUTTO QUELLO CHE È SUCCESSO!”

Ed era vero: alla fine della Guerra, così come nella Scacchiera, pensare era un lusso che non poteva permettersi. La gente, la sua gente, moriva mentre si prendeva il lusso di indugiare: no, era sicura, c’era solo una strada da percorrere.

Registro o no, Vinicio avrebbe dovuto provare la sua innocenza o morire tentando di farlo, e questo

era davvero MOLTO più di quello che concedeva di solito.

“Maledetta spilla”, pensò.

Cristilde? Avrebbe capito, senza dubbio, lei capiva sempre tutto e gli altri avrebbero imparato: l’unico imperiale “buono” è un imperiale morto.

Mentre cercava di prendere sonno in una tenda lasciata vuota da uno dei caduti, riconobbe all’esterno i passi leggeri e delicati di Francisco, inconfondibili: non lo vedeva ma era sicura che si stava sistemando addosso a un barile che aveva notato accanto all’ingresso della tenda. Ben presto cominciò a russare come un trombone, ed anche quella era una delle caratteristiche che le avrebbe permesso di riconoscerlo in mezzo a un plotone intero.

Dopotutto quelli non erano “solo” dei Ragazzi: erano i SUOI Ragazzi.

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