Eremo di Pietralba. Mese del Mago. Alba del quinto giorno.

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– Mi fa piacere che tu sia passato da me prima di partire, fratellino.
– Non potevo certo andarmene senza salutarti, sorella.
– Dunque sembra che sia giunto il momento di vedere se avevamo ragione, non è così?
– Sì, infatti.

Hakù sfiorò con la mano la distesa di pergamene che si estendeva su un solido e immenso tavolo di quercia un po’ sciupato e macchiato di inchiostro. Melisenda e Hallanor ne avevano fatto il loro angolo da lavoro, e notte e giorno frugavano fra quelle oscure parole, rivoltandole come guanti, nel disperato tentativo di scoprire qualcosa prima che ci riuscisse il loro nemico prediletto. La veggente in particolare non si allontanava praticamente mai da quella postazione: le poche ore di riposo le trascorreva su un pagliericcio lì accanto e sembrava non sentir mai né stanchezza né il peso dei fallimenti. Raramente discorreva con qualcuno che non fosse il suo compagno di studi (che in quel momento era andato a farsi un meritato pisolino) e ancor più raramente si rivolgeva a qualcuno con un residuo di dolcezza nella voce. Più frequentemente grugniva qualche rapida risposta, del tutto assorta nel suo alacre e disperato lavoro di ricerca. Tuttavia, anche le parole di Hakù erano diventate talmente rare che, quando lui decideva di fargliene dono, Melisenda non se le lasciava sfuggire.

– Mi spiace di non poter venire con te…
– Non preoccuparti.
– …ma tu vedi di fare come se ci fossi, intesi?
– Non capisco cosa vuoi dire, sorella.
– Sì che capisci, testone.

La veggente sospirò, passandosi una mano sotto il velo, e poi levò lo sguardo verso quello calmo e glaciale del fratello, dal quale non traspariva alcuna emozione. Con lentezza, si alzò dalla comoda sedia imbottita che le era stata fornita e andò a scartabellare alcuni fogli impilati sull’altro capo del tavolo, continuando a cercare finché non ne estrasse uno, tutto macchiato di inchiostri colorati e su cui diversi disegni si erano accalcati evidentemente in tempi diversi, visto che alcuni erano scoloriti, altri ben nitidi. Lo contemplò per un attimo, dopodichè lo passò al samurai che rimase qualche istante a fissarlo, cercando di capire cosa mai potesse significare. Su un angolo c’erano quelle che sembravano vecchie macchie di sangue che qualcuno aveva cercato di ripulire.
Poi Hakù iniziò a intuire. Alzò lo sguardo verso Melisenda, che nel frattempo aveva riguadagnato la sedia, e lo osservava, con le dita intrecciate, attendendo pazientemente.

– Ci sei riuscita, quindi?
– Beh, quasi. – la veggente sorrise stancamente – ho avuto un’intuizione notturna.
– E queste? – il samurai aggrottò le sopracciglia, indicando l’angolo macchiato di sangue.
– Ci ho messo un po’ troppo tempo a dar corpo all’intuizione.
– Capisco… e pensi che funzionerà?
– Non lo so. Ci sto riflettendo. E tu, a che punto sei?
– Purtroppo sono molto più indietro di te.
– Sbrigati, allora. Io per ora non posso starci dietro granché, lo sai.
Hakù puntò il dito sulla pergamena. – Non approvo ciò che hai fatto per avere la tua vendetta, sorella.
– Io non approvo nulla di ciò che fai, ma ti voglio bene lo stesso.

Hakù scosse il capo, ma non era adirato con lei. Melisenda non mentiva e lui sapeva che era vero, indubbiamente lei gli voleva davvero bene, e ormai si rendeva conto che anche lui ne voleva a lei. Adesso, forse, iniziavano anche ad assomigliarsi un po’ di più, e riuscivano a capirsi meglio l’un l’altra.
Il samurai si sistemò l’armatura e si accinse a partire, sacca in spalla. Si sentiva insolitamente irrequieto, ma come al solito non lo dava a vedere. Eppure era convinto che sua sorella si rendesse conto benissimo della sua inquietudine: dopotutto, se avessero avuto ragione… se per disgrazia le parole di Ylan-Sho si fossero dimostrate vere… e i due fratelli non avevano mai avuto dubbi che così sarebbe stato, soprattutto dopo che Desmodar aveva guadagnato un corpo mortale per ben altra via…

– Allora io parto.
– Fa’ buon viaggio… anzi, aspetta un attimo…
Melisenda si alzò nuovamente dalla sedia, guardando il fratello dritto negli occhi e avvicinando il suo volto a quello di lui, fino a mettersi in punta di piedi per poterlo vedere ancor meglio. Si sfilò anche gli occhiali scuri per fare in modo che lui potesse imprimersi bene in testa ciò che aveva da dirgli. Avendola così vicino a sé, Hakù poté rendersi conto ancora una volta di quanto i lineamenti di sua sorella gli ricordassero, seppur vagamente, quelli di suo padre.
– Ricordati che il saggio non tenta di impedire all’acqua di cadere, ma trova un modo per non bagnarsi, almeno fino al giorno in cui sarà in grado di comandare le nuvole…
Il samurai aggrottò le sopracciglia. Erano parole di Kasumoto, quelle. Le ricordava perfettamente, anche se da molto tempo ormai non pensava più alla saggezza insita in esse. Inoltre, ancora non si era abituato del tutto al nuovo contegno di sua sorella la quale, finalmente, riusciva a fare serenamente i conti con tutto il suo passato, arrivando addirittura a far propria parte della tradizione di un mondo che aveva recisamente rifiutato, dopo esser diventata orfana. Non che a lui dispiacesse, certo. Cinque lune prima ancora la vedeva schiumare di rabbia ogni volta che si faceva il nome di Kasumoto, e invece adesso…
Hakù annuì lievemente, ma Melisenda non aveva ancora finito.

– … e ricordati anche che se morirai inutilmente per qualche motivo stupido troverò il modo di perseguitarti per l’eternità, dovessi dannare la mia anima insieme alla tua…
Hakù scosse la testa, sostenendo senza difficoltà lo sguardo penetrante della sorella. La conosceva abbastanza da poter dire che non stava esagerando e che sarebbe stata prontissima a mantenere la promessa, ma il samurai scrollò le spalle con la sua solita calma.
– La tua concezione dell’inutilità e della stupidità è molto diversa dalla mia.
– Non girarci intorno. Sai che cosa intendo.
– Conosco l’arte della guerra, sorella mia. Credo di esser in grado di rendermi conto quando attaccare e quando stare in agguato. Fra le virtù dei samurai c’è anche la pazienza.
– Ecco, bene, e allora vedi di non rovinare tutto… ricordati che c’è chi fa affidamento su di noi, su tutti e due, e nessuno dei due serve a nulla senza l’altro… inutile cogliere frutti prima del tempo, sono acerbi e danno il mal di pancia invece che sfamarti.
– Me ne rendo ben conto… tuttavia non ti farò promesse che non so se potrò mantenere.
La veggente sbuffò, incrociando le braccia. – Sapevo che l’avresti detto… beh, io ti ho avvertito… poi non lamentarti se andrai incontro a una sorte orribile per mano di tua sorella…
Il samurai si lasciò sfuggire un mezzo sorriso, senza ben sapere perché, e si avviò alla porta, senza aggiungere altro. Melisenda tornò a immergersi fra le sue scartoffie, tracciando segni con l’inchiostro su una pergamena sgualcita.

– Lo sguardo di Hor-Yama non proteggerà per sempre la mia anima.
Hakù si voltò verso di lei, ma Melisenda non aveva alzato la testa né aveva smesso di scrivere.
– Non lasciarmi sola proprio adesso, fratellino.
Hakù rivolse un ultimo, lungo sguardo alla figura china sul lungo tavolo, stringendo appena le labbra. Improvvisamente, la sua testa si lasciò sfuggire un impercettibile movimento di assenso. Subito, come temendo di esser stato visto, il samurai si voltò di nuovo, uscendo definitivamente dalla stanza silenziosa.

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6 commenti

  1. il custode deve avere detto na cosa simile…del tipo è ora aperta la caccia al samurai obeso…

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