Eremo di Pietralba. Ottavo giorno del mese del Mago. Pomeriggio.

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Sua Maestà, la Regina Eterna Elanei, attraversò i corridoi dell’eremo quasi senza toccare le ampie lastre di pietra levigata del pavimento, leggera e armoniosa nei movimenti come sempre, ma evidentemente trafelata, desiderosa di raggiungere prima possibile il piazzale esterno, dove una piccola comitiva proveniente da Morn la stava attendendo.
Quando venne investita dalla soffusa luce del meriggio, lo spettacolo che le si parò davanti le sembrò ancor più desolante di quel che si era immaginata, ma la sua attenzione venne catturata dall’avanguardia del gruppetto, composta essenzialmente da una persona che stentò quasi a riconoscere: Hakù Sushimada, il coraggioso e schivo figlio della stirpe dei guerrieri dell’Est, si reggeva a malapena dinanzi a lei, ostentando il braccio steccato appeso al collo, completamente senza vita e ormai livido fino alla punta delle dita, e un corpo interamente ricoperto di orribili piaghe che attraversavano ogni centimetro della sua pelle, intrecciando un macabro mosaico di vene rigonfie e pustole in decomposizione pronte a rigettare un disgustoso pus giallastro. Al suo fianco era stato deposto il corpo di un uomo che lei non aveva mai visto: un orientale, dati i lineamenti, e sicuramente un samurai. Giaceva senza vita, straziato da orribili ferite, ma pur nella morte appariva comunque composto e impeccabile.
Da molto tempo ormai la regina era avvezza a trovarsi dinanzi a gente che aveva un così disperato bisogno del suo aiuto, tuttavia non poté non rimanere interdetta per qualche attimo, cercando di far digerire alla sua mente così pura uno spettacolo così orrendo. Quasi non si accorse che qualcosa, per l’esattezza un sari di lucida stoffa verde smeraldo ricamata d’oro, aveva appena frusciato a poca distanza dalla sua lunga veste candida e che un altro paio di occhi, protetti da lenti scurissime, fissavano Hakù con evidente interesse.
Il samurai sembrò fare uno sforzo indicibile per rompere il silenzio, ma dalla sua espressione non si sarebbe potuto dire a chi si stesse rivolgendo.
– È tornato… lui è tornato…
– Lo immaginavo.

Elanei spostò lo sguardo verso chi aveva proferito laconicamente quelle ultime parole, senza capir bene il significato di quel brevissimo scambio di battute. Stava per aprir bocca per chiedere spiegazioni ma, dopo aver sedato un tremendo attacco di tosse che lasciò i presenti senza fiato, il samurai parlò nuovamente, indicando l’uomo steso a terra.
– Mia Regina… chiedo il permesso… di… – tossì di nuovo – una… pira. Una pira funebre…
– Non aggiungete altro, nobile samurai, – Sua Maestà lo interruppe, risoluta – il vostro compagno verrà onorato come merita e verrà dato ordine immediato perché venga allestito tutto il necessario… ma non vi farò fare un altro passo se prima non vi sarete fatto prestare le cure che necessitate… e non ammetterò repliche.
– Mia regina… io sono.. un sacerdote… del divino Kainus…
– Vi ho già detto che non ammetto repliche. Voi non farete proprio nulla, conciato così. Ma non temete, ci vorrà giusto qualche attimo.
Con un ampio sguardo, la bianca fanciulla si guardò attorno. Chi era giunto insieme al samurai versava in condizioni decisamente migliori di lui. In qualche attimo si convinse che, se voleva un resoconto dettagliato di ciò che era accaduto, non era certo Hakù la persona adatta a cui richiederlo. E le ci volle un altro attimo per decidere che l’unica persona in grado di tirar fuori dal samurai ogni singolo dettaglio utile era lì accanto a lei a fissare la scena, silenziosa e impassibile.
– Dama Melisenda, occupatevi voi dei preparativi per le esequie funebri di questo nobile guerriero. Vostro fratello vi raggiungerà non appena il suo corpo sarà mondato dal morbo che lo affligge.
Senza proferir parola, la veggente girò sui tacchi e svanì nel corridoio.

***

Le fiamme danzavano sulla pira già da diverse ore, oramai, tanto che il sole era già tramontato da un pezzo: il corpo di Taro Oreshin si era dissolto lentamente in una sottile nuvola di polvere che ondeggiava rilucendo per qualche istante prima di venir trascinata via dalla pungente brezza notturna. Ormai, comunque, non erano rimasti che pochi tizzoni fumanti che di lì a poco sarebbero crollati in braci ardenti, per poi spengersi del tutto.
Restituire il suo corpo all’acqua e alla terra… Hakù aveva fatto tutto ciò che doveva, per Taro Oreshin. Aveva assistito al rogo del cadavere fin dal primo momento, e non si era mai allontanato da esso. Ormai se ne stava lì da solo da non sapeva più quanto, ma a malapena se n’era reso conto. I suoi occhi erano ancora gonfi di lacrime che non ne volevano sapere di rotolare giù e bagnare le sue mani, nelle quali iniziavano a formarsi delle piccole croste che sarebbero cadute solo qualche giorno più tardi. Ma non era più a Taro che pensava, né al momento della sua morte.
Nella sua mente, Hakù continuava a rivivere ogni singolo attimo della notte di sei anni prima, la notte in cui lui non l’aveva ucciso, no, ma si era portato via tutta la sua innocenza, la sua felicità, la sua infanzia e l’uomo che più di ogni altro al mondo amava e stimava: suo padre. Lui aveva ucciso il grande maestro Kasumoto senza alcuna pietà, risparmiando invece il suo allievo solo perché non gli avrebbe dato alcun gusto prendersela con un’autentica nullità. E Hakù era ancora un’autentica nullità, agli occhi del suo peggior nemico. Era stato lui stesso a ripeterglielo, dopo averlo umiliato. 
E non bastava, questo, oh no! Lui aveva orribilmente insultato la memoria di Kasumoto, e anche quella cagna di Maliandar si era permessa di infangare il suo nome: Hakù si sentiva schiumare di pura rabbia al pensiero, e avrebbe voluto cedere all’odio e all’ira e abbattere impietoso le sue lame su entrambi e massacrarli senza pietà… Un fuoco inestinguibile lo aveva arso dentro per tutto il tempo (e quanto, quanto era stato lungo!) in cui era stato costretto a contemplare l’aguzzino di suo padre e la vergogna della sua stirpe senza poter fare assolutamente nulla, ad ascoltare le insinuazioni di quella serpe che lo accompagnava, a trattenere la sua furia che cresceva ogni momento di più…
Stava ripensando a tutto questo, e i muscoli del suo volto erano ormai contratti allo spasmo, quando sentì qualcosa di tiepido e morbido insinuarsi con dolcezza fra le dita della sua mano, stretta a pugno contro la sua coscia. Era un’altra mano. Che lo tirò leggermente in direzione dell’Eremo.
Come in trance, Hakù obbedì a quel misterioso richiamo, e si allontanò silenziosamente dalla pira ormai spenta, senza voltarsi indietro.

***

Portando la tazza alle labbra, il samurai si chiese da quanto tempo non assaggiava un tè fatto come la tradizione comandava. Ma certo, sì, ora ricordava. Quella notte. Quella notte lui e suo padre erano entrambi inginocchiati davanti al basso tavolino dove consumavano i pasti, e si preparavano a coricarsi di lì a poco… Kasumoto lo guardava sorridendo, calmo e tranquillo come al solito, mentre sorseggiavano un tè verde proprio come quello che stava bevendo adesso… così caldo, così profumato, così… così…
– Adesso basta ripensare a quella notte…
Hakù si riscosse. Lentamente, spostò lo sguardo su sua sorella, seduta davanti a lui, che aveva atteso pazientemente tutto quel tempo prima di rivolgergli la parola. Era tranquilla, impassibile, e quasi il samurai stentò a riconoscere sia lei che se stesso. Per un attimo, gli era addirittura sembrato di essere nuovamente insieme al suo maestro, e quasi i suoi occhi lo avevano ingannato. No, era stato il suo cuore ad ingannarlo. Ma lei, come diavolo aveva fatto a capire…
– …dai, forza, ora raccontami tutto.
Doveva apparire davvero sconvolto. Sì, doveva essere per questo. Oppure no. Dopotutto era una veggente. Oppure lo amava tanto da aver imparato a leggere nei suoi pensieri. Anche Kasumoto li indovinava sempre. Anche suo padre gli parlava così. Anche il suo maestro si prendeva cura di lui. Una lacrima gli sfuggì, finalmente, correndo veloce lungo la sua guancia.
– Lo ha insultato… ha insultato la sua memoria… ha detto che… che…
– No, no, fratellino, non così. – Melisenda avvicinò le dita alle guance di Hakù, passandole sul rigo bagnato che la lacrima aveva lasciato dietro di sé. – Dall’inizio, ti prego. Parti dall’inizio. Raccontami tutto, per filo e per segno.

Nonostante fosse assolutamente spossato e ancora fremesse per gli eventi che si erano consumati il giorno precedente (e certamente anche a causa di tutto ciò che questi avevano rievocato nella sua memoria), fermandosi più volte a scegliere le parole e a dominare i suoi sentimenti, Hakù le raccontò ogni singolo dettaglio del suo incontro con ma-jin e degli eventi della giornata. Di tanto in tanto la voce si incrinava in una nota di rabbia e pianto, ma sua sorella non lo interruppe mai, nemmeno una volta, fino alla fine.
– …infine, se n’è andato insieme a lei… ed io ho…
– …va bene, basta, ho capito. Prendi un altro po’ di tè. Hai la gola riarsa.
Melisenda passò la mano sotto il velo che le copriva i capelli, sospirando e riflettendo sull’accaduto.
– Non ti ha ucciso. Non vuole ucciderti, per ora. Meglio così. E quanto a me, presto o tardi gli diranno che esisto, se non l’hanno già fatto. Bah, possiamo ancora farcela. Poteva andare peggio.
– Dobbiamo… dobbiamo assolutamente distruggerlo…
– Noi non possiamo distruggerlo, Hakù, ricordatelo. Non adesso.
– Lo so, certo… intendevo…
– Ma certo, fratellino, ho capito. – Melisenda si alzò, appoggiando le mani sui braccioli della sedia dove si era accomodato il samurai, esausto. – Non gli daremo tregua. Mai, te lo prometto una volta di più. Ma il lavoro che ci attende adesso ha la priorità sul resto, e lo sai. Se avremo successo, sarà un duro colpo alla sua autostima, e ci guadagneremo un nemico giurato che non ci lascerà più in pace finché vivremo… sarà dura sopravvivere… ma siamo pronti a sobbarcarci questo carico, no?

No, aspetta. Cos’è che hai detto? Sobbarcarsi il carico… sua sorella voleva forse dire che intendeva seguirlo anche dopo questa faccenda? Hakù sentì che ogni fibra del suo corpo si ribellava al pensiero. Lei non meritava certo un’esistenza come quella che si era scelto lui. Aveva diritto ad essere felice. Era sua sorella, che diamine! E se l’avesse portata con sé, e se non avesse potuto proteggerla, e se lui se la fosse presa con lei? Rabbrividì al pensiero. No, no. Non lo avrebbe mai permesso. Lei era stata la gioia di Kasumoto, che non avrebbe certo desiderato per lei un futuro come quello che sembrava così disposta ad abbracciare.
– Sorella, quando questa storia sarà finita, non voglio che tu mi segua… tu meriti di vivere una vita migliore… io voglio che tu sia felice… nostro padre avrebbe voluto così…
 Melisenda osservò per una frazione di secondo il fratello con un’espressione di incredulità totale stampata sul volto. Un attimo dopo, scoppiò in una risata talmente fragorosa che il samurai quasi si indispettì.
– Hakù, fratellino mio adorato, – Sua sorella quasi gridava, adesso – ma non ti rendi conto che tentare il tutto e per tutto per salvare nostro padre è già una condanna per tutti e due? E rinunciare a liberare la sua anima è fuori discussione, no? Dopotutto, è per causa nostra che si trova lì! Non ti rendi conto che per lui sarà un’offesa mortale, e che non lascerà mai più in pace né te né me finché avremo vita?
Il samurai abbassò leggermente la testa. Aveva ragione. Per amore di Kasumoto ci sarebbe entrata dentro fino al collo anche lei. Ma lui avrebbe dato qualsiasi cosa per poterglielo evitare. Era sua sorella. Non era una compagna di viaggio qualsiasi. Era la sua unica sorella…
– Che razza di idee ti vengono, poi? – la voce di Melisenda tornò controllata e tranquilla, ma indubbiamente amara – Credi che potrò mai più riuscire o accettare di vivere una vita serena e felice, dopo tutto ciò che mi è successo? Credi che potrei passarci sopra come se nulla fosse accaduto?
Anche questo era vero. Avrebbe mai potuto, lui, vivere in pace dopo la morte di suo padre? Riusciva ad immaginare se stesso attorniato di marmocchi, in una linda casetta in un luogo tranquillo, lontano mille miglia dagli orrori ai quali aveva assistito? No, non avrebbe mai potuto. Quindi, gli diceva una vocina insistente in fondo al cuore, perché diamine Melisenda non avrebbe dovuto sentirsi nello stesso modo?
Eppure era sua sorella, non poteva permetterle di rischiare ancora la sua vita, non voleva, non voleva che le accadesse nulla di male…
– … e, comunque, – la voce della veggente diventò un sussurro – credi davvero che potrei mai essere felice senza averti vicino, fratellino? Lo credi davvero?

Hakù tentennò alcuni istanti, rimirando i fondi del tè nella tazza, senza tuttavia vederli. Era troppo stanco per provare a convincerla, e comunque non era certo che avrebbe mai potuto vincere la testardaggine da mula caparbia di cui la Natura l’aveva dotata… era certo che lei era capacissima di seguirlo in capo al mondo per il puro gusto di fargli dispetto… e, in fondo, sarebbe stato poi così insopportabile per lui portare avanti la sua missione sapendola al suo fianco?
Soprappensiero, il samurai scosse la testa, e poi portò nuovamente lo sguardo sulla sorella, la quale gli prese le mani, e le strinse forte, accoccolandosi dinanzi a lui. Aveva uno sguardo strano, enigmatico, eppure così tanto amaro e dolce, in quel momento. La sua famiglia. Rimaneva solo lei. Ed ora era lì, schierata al suo fianco.
– …no, Hakù… fattene una ragione… andremo fino in fondo… fino alla fine di ogni cosa… insieme.
Senza quasi rendersene conto, all’improvviso, quasi scosso da un impeto inarrestabile, il samurai scivolò giù dalla sedia, inginocchiandosi dinanzi alla veggente. Come mossi dalla stessa, potentissima forza invisibile, i due figli di Kasumoto Sushimada di strinsero l’uno all’altra in un abbraccio triste e silenzioso, madido di parole non dette, di lacrime mai versate, di anni mai trascorsi insieme e di qualcosa che nessuno dei due avrebbe più potuto avere indietro. Mai più.

(…ringrazio il Menco per l’insostituibile collaborazione…)

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Commenti

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10 commenti

  1. mi spiace per voi…

    Chi vuole salvare i dragoni di giada? salviamo i dragoni di giada insieme, fate una offerta per una bacchetta di cura malattia magica e aiuteremo questo popolo a salvarsi dall’estinzione!!!

  2. Una soluzione ci sarebbe… Hakù potrebbe fare un augurio a Ma-jin… così che la sfiga si possa accanire su di lui… = P

    @Lastruccia: vedrò di fare del mio meglio… intanto aspetto che mi riportino il pc a casa…

  3. ognuno ha le sue vocazioni…io quella di portare sfortuna hai miei amici…che ci vuoi fare…menco

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