First contact III e IV

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III

Erano già passati più di cinque mesi da quella festa di matrimonio giù a Corcovlad e ancora Ullian seguiva passo passo la sua preda, braccandola pazientemente al fine di esasperarne le difese, che erano quanto più variegate possibile. A volte Katrinalea si chiudeva in un mutismo ostinato, una sorta di indifferenza sorda a qualsiasi provocazione, un muro su cui si scontravano le parole e i silenzi di Ullian che era davvero difficile da penetrare. Poi, inaspettatamente, si voltava verso di lui con uno scatto rabbioso e gli riversava contro intere enciclopedie di insulti e minacce assortite, roba davvero da togliere il fiato. Altre volte invece tentava di seminarlo, e qualche volta ci riusciva anche, ma lui poi la ritrovava e le si riappiccicava addosso come una zecca, cercando di stordirla con la sua conversazione amabile e sorniona. A volte Velik Baba spariva per qualche giorno per tornare agli affari della contea (che in quel periodo di rara tranquillità erano stati tutti delegati a persone di fiducia), e in quei momenti Katrinalea iniziava a sperare che si fosse stancato, che l’avrebbe lasciata in pace, ma per precauzione si metteva a macinare miglia su miglia a cavallo, sperando che poi lui non riuscisse a mettersi sulle sue tracce. E invece, puntualmente, se lo ritrovava davanti nei posti più impensati.
Ullian la seguiva persino quando si addentrava con gli alfieri nel Deserto Nero, fresco e impeccabile come una rosa di primavera. Ovviamente, durante la battaglia si teneva alla larga dalla mischia, più che altro per il timore di prendersi una mazzuolata di straforo dal suo ambito trofeo. E di botte già ne prendeva molte: quando proprio non ne poteva più di lui o quando le parole toccavano qualche nervo scoperto, solitamente Katrinalea passava alle vie di fatto, e più precisamente colpiva Ullian con qualsiasi cosa avesse fra le mani. A volte, sfortunatamente per lui, si trattava di una spada, anzi, della spada, Strijela, che in mano a Katrinalea diventava un’arma inarrestabile, infrangibile e maledettamente tagliente. Velik Baba aveva quindi avuto a che fare con tutti o quasi iljekarna di Alemar: purtroppo, a volte alcune delle ferite infertegli dalla sua preda non ne volevano sapere di guarire neanche con l’ausilio della magia, quindi doveva rimanere indietro e farsi curare da qualcuno di competente, se non voleva rimanere menomato a lungo. E Katrinalea ne approfittava per tentare di tagliare la corda.
Nessuno di coloro che incontravano sulla via faceva loro domande: la notizia che Velik Baba stesse tentando disperatamente da mesi di impalmare la più coriacea e irriducibile delle baba combattenti della Mano del Fato aveva fatto il giro di tutti i krozan, anzi, era una sorta di racconto mozzafiato su cui ognuno voleva dire la propria:
– Li ho visti al krozan di Pjoria tre lune fa, e lui aveva un braccio al collo!
– Io invece li ho visti a Miloshenko circa due mesi or sono, e lui quasi quasi è riuscito a passarle una mano fra i capelli!
– Già, ma poi la ljekarna della dromeja Berba-Grozda che stanziava lì ha impiegato due ore a rimettergli a posto le ossa del braccio!
– Ma non li avete visti sei settimane fa! Stavano quasi parlando da persone civili quando improvvisamente lei gli ha mollato un calcio nei gioielli di famiglia… Ma che le avrà detto mai?
– Ah, sì, quella era la volta dei “dieci giorni di falsetto”! Me l’ha raccontato la cugina del fratello di secondo letto di Frederik Bjorkevic…
– Oh, allora sentite questa: venti giorni fa mio zio Oslobadanje mi ha raccontato che lui ha provato a regalarle un cultela davvero straordinario, e lei senza una piega ha tirato fuori il suo… era grosso almeno il doppio, e non ho idea di dove lo tenesse!
– Baba Serjana sostiene che alla fine lui avrà la meglio!
– Oh, no, spero di no! Ho scommesso tre corone d’oro e un puledro con il vecchio Magorji che avrebbe vinto lei!

E il tempo passava e passava, ma nessuno dei due cedeva mai il passo.

IV

Ormai erano trascorse sei lune abbondanti quando Katrinalea iniziò davvero a non poterne più di quella situazione.
– No, sul serio, vecchio idiota, per quanto tempo ancora credi che reggerai?
I due si trovavano distanti da qualsiasi krozan, in un giorno di fine estate in cui già faceva più freddo del solito. Katrinalea stava ripulendo la lama di Strijela, mentre Ullian era sistemato placidamente sotto una grossa quercia ombrosa, con uno stelo d’erba fra le labbra.
– Posso reggere quanto voglio, mia cara.
La ragazza sbuffò leggermente. – Fra un po’ sarà troppo freddo per te che sei abituato alla bambagia e t’ho già detto migliaia di volte che non voglio la tua anima sulla coscienza, altrimenti chissà per quanto tempo ancora mi tormenteresti.
– Starò benissimo, la tua presenza mi riscalderà a sufficienza…
A questo punto Ullian si era aspettato l’ennesimo insulto o l’ennesimo pugno sul grugno, e invece non accadde nulla. Spostò incuriosito lo sguardo verso la sua preda, che osservava pensierosa un punto indistinto all’orizzonte.
– Dimmi una cosa sinceramente, una volta tanto… ma perché ce l’hai tanto con me? Voglio dire, io non ti voglio, e per inciso non voglio né te né nessun altro perché sto tanto bene da sola, e comunque nessuno è tanto folle da volermi come compagna… che hai nella zucca? Cos’è, il fatto che oppongo così tanta resistenza a renderti così testardo?
Il Conte, nonostante la smorfia divertita in volto, parlò anche lui con tono quasi serio, affatto ironico e strafottente come era invece suo solito.
– Potrei dirti che mi piace la sfida, potrei dirti che mi annoiavo e avevo bisogno di qualcosa di forte, potrei dirti che non mi sazio mai di nulla… oppure potrei dirti che forse ho visto qualcosa che mi ha attirato come mai prima, e raramente mi sbaglio. O forse è vero tutto quel che ho detto finora, tutto, e sto solo seguendo per l’ennesima volta il mio sesto senso. Certo è che è la prima volta che qualcuno mi mette i brividi addosso a questo modo, e questo è l’unico dato di fatto.

Katrinalea ascoltò tutto quanto con attenzione, ponderando con aria seria quel che il suo interlocutore le stava dicendo. Ullian era rimasto piacevolmente affascinato dal modo in cui la sua preda cambiava continuamente atteggiamenti e strategie, riuscendo comunque sempre a rimanere coerente con se stessa. Si era chiesto cosa ancora non avesse visto di lei, se il banchetto fosse destinato a concludersi presto per esaurimento scorte, se in quei sei mesi avesse scoperto tutto quello che c’era da scoprire. E invece no: davanti a lui, silenziosa e assorta, stava un’altra Katrinalea, una persona probabilmente sensibile, o forse calcolatrice, o magari prudente, o piuttosto ragionevole, o chissà cos’altro. Sicuramente, molto difficile da decifrare anche per lui, che di donne se ne intendeva davvero. Dentro di sé, Ullian non poté fare a meno di complimentarsi con se stesso per aver fatto di nuovo centro, ma il momento autocelebrativo durò solo un istante. Per una volta, quella che aveva davanti era una sfida troppo interessante per lasciarsi distrarre.
Nell’aria non si sentiva altro che un vago odore di frutta matura e il frinire di una cicala infreddolita, cristallizzati in un attimo di immobile eternità. Nessuno dei due, più tardi, avrebbe saputo dire se passarono ore o solo pochi istanti, ma l’incantesimo alla fine si sciolse: improvvisamente Katrinalea si alzò in piedi, risoluta, sbrigativa, e si rivolse a Ullian come se stesse parlando a un compagno di ventura più che alla nemesi che l’aveva tormentata per tutto quel tempo.
– E va bene, facciamo un patto. Anzi, una sfida. Se vinco io, mi lasci in pace per sempre. Se vinci tu, accetto di sposarti e di rimanerti accanto, anche se alle mie condizioni.
– E quali sarebbero queste condizioni, di grazia? – chiese Ullian, interessato.
– In realtà è solo una condizione fondamentale: una volta presa, non potrai rimettermi giù. Ti è chiaro il concetto?
– Mi è chiaro.
– Ti sia chiaro quindi che se mai ti venisse in mente di ripudiarmi, io ti ammazzerei seduta stante nel modo più doloroso che conosco, e ovviamente nessuno potrebbe accusarmi di niente.
Velik Baba deglutì impercettibilmente. – Chiarissimo.
– Bene, – sentenziò lei – se accetti questo, passo a descriverti la sfida.
Ullian ponderò per qualche istante prima di dichiarare, scandendo bene le parole: – Accetto le tue condizioni. Va’ avanti.
– Ottimo. La sfida è semplice: tu te ne stai lì, buono buono, mentre io ti pesto a sangue a mani nude, e con questo intendo mani e piedi nudi. Il primo che si arrende perde. Fine del gioco. Ti sta bene?
– Sta bene – concluse Ullian laconico. – Poche regole, ma chiare.
– Esatto, a me non piacciono i fronzoli inutili. Quando vuoi, possiamo cominciare.
Katrinalea iniziò a sfilarsi gli stivali con calma, riponendoli con cura vicino alla grossa quercia che offriva loro riparo, masticando qualche cosa fra sé e sé, ma con aria tutto sommato rilassata e concentrata. Allo stesso modo Ullian si tolse i suoi, poi ripiegò ordinatamente il lungo soprabito color avorio appoggiandolo sulla camicia aperta a terra e rimanendo con i soli pantaloni addosso, mentre chiacchierava amabilmente.
– Questo soprabito è appartenuto a tutti i Velik Baba che mi hanno preceduto, ed è uno dei simboli delle guide della Mano del Fato… Sarà bene tenerlo di conto, considerato che poi le macchie di erba e di sangue vanno via così male…
– Ma non ti si secca mai la gola? – biasicò distrattamente Katrinalea, quasi senza prestare attenzione a quel che diceva, mentre si liberava della cintura e del fodero. – Comunque ora capisco come mai quella casacca è così lisa e fuori moda… bah, e dire che hai sempre millantato di essere uno di gusto…
– Il mio gusto nel vestirmi è indiscusso e non ha niente a che fare con la tradizione, ed è una delle qualità che mi contraddistinguono e mi hanno reso Velik Baba, un po’ come la parlantina sciolta e sicura e la fortuna sfacciata che sempre mi accompagna e di cui anche questa situazione mi è testimone – disse Ullian in un flusso ininterrotto di parole. Poi, dopo un attimo di pausa per riprender fiato, riprese. – A tal proposito…
Per tutta la durata della sequela di parole la ragazza si era limitata a borbottare distrattamente qualche “ah-ahn” svogliato e vagamente derisorio e impiegò qualche istante a rendersi conto che Ullian voleva dire qualcos’altro.
– Ah, se secondo te quello che fra breve ti capiterà fra capo e collo è fortuna, accomodati, prendine pure a volontà… ma, stavi dicendo?
Velik Baba la puntò con un dito e sguardo serio, come a sottolineare l’argomento, e riprese il suo logorroico discorso. – A tal proposito, molti dicono che sono talmente fortunato che vinco sempre. Ora, non ti voglio mettere pressione visto che abbiamo una sfida in ballo e la posta è alta, quindi ti rassicurerò dicendo che sono tutte panzane, non è vero che vinco sempre – disse alzando una spalla guardando altrove, con aria sinceramente modesta. – E’ solo che non perdo mai.
Katrinalea, che nel frattempo aveva finito di sistemarsi e si era riavvicinata al suo avversario riponendo con cura il suo paio di mezzi guanti finemente intessuti nell’incavo del seno, levò gli occhi scuri per piantarli in quelli color ghiaccio di Ullian e si limitò a sorridere appena alzando uno degli angoli della bocca. Poi, senza alcun preavviso, allungò una gomitata poderosa e ben piazzata proprio all’altezza della bocca dello stomaco dell’uomo, che fu costretto a piegarsi in due sia per la sorpresa che per l’effettivo dolore provato.
– Sia chiaro, – puntualizzò Katrinalea in un soffio – e di certo non ti voglio mettere pressione visto che abbiamo una sfida in ballo e la posta è alta… nemmeno IO perdo mai, e non è affatto una panzana.
Ullian cadde bocconi a terra, e sputò al suolo il sapore di sangue che già si sentiva salire alla bocca. Alzò uno sguardo fermo e divertito alla ragazza, e con voce tremante per il dolore sibilò: – Questo era il via?
Troneggiando placidamente su di lui con una vena di rabbia perfida che le pulsava in fronte, la ragazza rispose laconicamente prima di sferrare un altro, dolorosissimo colpo:
– Non ti si può nascondere niente, Velik Babùn.

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