I tre diavoli guardiani

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Era ormai il vespro nella magione del Giglio Insanguinato quando l’allampanato maggiordomo correva a perdifiato per le scale che conducevano agli alloggi della servitù e della milizia di difesa dell’edificio.
L’anziano portava notizie dalla grande sala maestra dell’edificio e voleva in ogni modo avvertire dell’accaduto le guardie.
Una freccia colpì al cuore il vecchio ancora prima che fosse riuscito a finire le scale, facendolo riversare esangue su di esse.

L’austero nobile guardava i due bambini, tenuti fermi da altrettante guardie, era stato inviato lì per convincere la madre, la Marchesa Vezzosa Belladonna, che era giunto il momento di smetter di battersi per il futuro della Contea a favore del Berumt Viligelmo Longini ed iniziare a seguire gli ordini della falange ostile a questo.

Ad un certo punto l’uomo prese la parola, guardando i due piccoli gemelli e con fare gentile ed educato chiese loro:

“Dove è vostra madre in questo momento, piccole pesti…”

L’uno, il maschio, intimorito rimase in silenzio, l’altra, la femmina, guardò dritto l’aguzzino negli occhi e rivolse lui parole schiette e decise:

“Nostra madre è andata a riscontrare nostro padre, come fa ogni anno, vedrai che quando tornerà LUI ti farà pentire cento volte di averci fatto questo”.

L’uomo abbassò quindi il cappuccio, rivelando una maschera a mezzo volto, nella parte bassa del viso, sul lato destro della bocca, una profonda cicatrice di una lama che probabilmente tempo addietro gli aveva “allargato” il sorriso; ridacchiando continuò il discorso.

“Pensi che non conosca tuo padre? Io e lui ci conosciamo fin dalla più tenera età ed è stato proprio lui ad infliggermi questa cicatrice… Ti posso assicurare, bambina mia, che egli non tornerà più da quell’isola… Egli è morto in quell’isola, ed ora in virtù di quello che lui ha fatto a me io infliggerò la stessa punizione alla sua piccola bimba, prima di usarvi come ricatto per vostra madre, in modo che lei non sposi più i dettami del vero sangue, non vi è più spazio per il passato”.

Il nobile quindi si era seduto in una sedia della sala e con un cenno della testa aveva attivato il mercenario che, snudando un pugnale seghettato, con fare minaccioso lo aveva avvicinato al volto della ragazzina; la giovane alla vista dell’arma, seppur con indomito coraggio, non aveva potuto far a meno che versare una piccola lacrima, intanto il fratello cercava di divincolarsi inutilmente per tentare di soccorrere la sorella.

Dalla penombra della sala, un lampo scarlatto, seguito da un rombo spaventoso, illuminò quasi a giorno la stanza e mentre una palla di piombo perforava il cranio dell’ormai inerme mercenario facendolo riversare a terra in un lago di sangue; una figura slanciata e completamente vestita di nero e rosso usciva da questa con un archibugio fumante tra le mani. L’uomo vestiva la giacca consunta e lisa della compagnia della morte, su questa troneggiavano infinite onorificenze e spiccavano sopra tutte due orobori gemelli in oro ed in argento, al fianco cingeva tre spade ed in volto calcava una maschera a pieno viso dai sembianti inespressivi ed inumani per metà scarlatta e per metà a scacchi bianchi e neri, lo sguardo minaccioso non lasciava intender nulla di buono.
Il nobile che fino a quel momento era rimasto assiso nello scranno ridacchiano e giocando come il gatto con il topo si era immediatamente irrigidito ed alzato dalla seduta, con espressione tutt’altro che sicura aveva iniziato a sbraitare parole con un tono di voce alto e preoccupato:

“Tu… T-U-U-U-U… nnon puoi esser vivo dopo tutto questo tempo, tutti vi davano per morti… Tu sei un fantasma… E comunque ho ancora il bambino tra le mie mani non credere che me lo lascerò scappare, getta le armi se non vuoi che lo uccida”.

Un’altra voce, questa volta femminile, proferiva parole dal lato opposto della stanza, la donna austera e dalle vesti candide come il latte accompagnava dama Vezzosa all’interno della stanza e con volto arcigno guardava il nobile.

“Jago, non parlare con chi è già morto e non potrà mai eseguire i tuoi ordini…”.

Nel mentre che la donna pronunciava tali parole una lama aveva perforato il petto dello scomodo mercenario e mentre questo cadeva riverso al suolo rivelava la gelida figura di un nobile completamente vestito di nero il cui braccio dritto pendeva inerme lungo il suo busto. La lama che aveva eseguito tale macabro capolavoro aveva rapito l’attenzione di tutti in quanto era il celeberrimo, ed ormai disperso da tempo, Castigo di Ombra e Morte.

I due bambini, ormai liberi erano corsi tra le braccia della madre impaurita e tutti e tre si erano stretti in un abbraccio liberatorio.

Intanto l’uomo con la maschera rossa aveva infoderato l’archibugio ed estratto una lama corta che aveva avvicinato a Jago, spingendolo contro la sedia e facendolo accasciare su di essa, gli occhi gelidi lo fissavano e quando questo aprì bocca sembrò che gli stessi inferi proferissero parola.

“Come osi entrare in casa mia mentre non ci sono, come osi minacciare i miei figli e mia moglie quando sai benissimo che se avessi fatto del male a loro non ci sarebbe stato posto ove io non ti avrei trovato, ma soprattutto come osi metterti contro il volere delle Sette Corone?!?”

La lama corta intanto era penetrata nella bocca del malcapitato e mentre questo sentiva il sapere del ferro e del sangue un altro profondo taglio aveva “allargato” dalla parte opposta il sorriso dell’uomo.

“Questo per non dimenticare il passato e per farti intendere che il futuro è ancor peggiore di quanto tu possa anche solo immaginare per i nemici della patria; ora tu ci dirai tutto quello che sai, altrimenti ti posso assicurare che quello che ti è successo fino ad ora non è nulla di quello che ti succederà… Lucius, porta via questo cane da sotto i miei occhi, prima che decida di ucciderlo seduta stante… E Lucius, raduna le OMBRE, vi è bisogno di ricordare quanto può esser pericoloso mettersi contro il Berumt Viligelmo Longini, li uccideremo tutti senza pietà alcuna…”.

Poi, mentre Lucius consegnava il malcapitato tra le mani delle guardie appena giunte e rientrava nella stanza, Lougrein si era avvicinato ai propri cari, aveva abbracciato nuovamente la moglie ed abbassandosi in ginocchio aveva spettinato i lunghi capelli della bambina e dato un buffetto al bambino.

I due bambini, dapprima titubanti, si erano fatti ancora più vicini al padre: il maschio singhiozzava, la femmina invece tratteneva a stento le lacrime; il caloroso abbraccio che da lì a poco tutti e quattro si sarebbero rivolti aveva riunito la famiglia… La madre ormai in lacrime aveva pronunciato solo poche parole ma ben significative:

“Vi avevo detto, piccoli miei, che vostro padre, dopo aver salvato me, voi e il Berumt mi aveva fermamente promesso che sarebbe tornato per NOI…”

L’uomo quindi, guardando insistentemente i due bambini, si era fatto passare un fagotto scarlatto dalla cugina.

“Vi ho lasciato per troppo tempo soli, avrei voluto veramente vedervi nascere con tutto il cuore, ma eventi difficili mi hanno portato lontano dalla patria per troppo tempo… Non potevo presentarmi davanti a voi senza nulla in mano… Vostra madre dice che siete svegli e quindi immagino che avrete capito che queste due persone che mi accompagnano sono la zia Dalila e lo zio Lucius, gli unici due parenti che vostro padre ha sempre considerato tali…”

Poi l’uomo aveva volto lo sguardo verso il bambino, guardandolo intensamente, quasi scrutando dentro di lui, il bambino era arrossito immediatamente ed abbassando la testa aveva iniziato a muovere il piede sinistro in segno di imbarazzo.

“Tu devi essere Augusto, tua madre mi dice che preferisci lo studio alla spada e che sei molto bravo con matite e pennelli… A tal proposito ho parlato con il Visconte Anarkand Longini, che conoscerai, egli è il miglior sapiente e abile mago che io conosca, se vorrai e quando lo vorrai potrai andare a studiare da lui, intanto ti lascio il mio diario, vi sono molte storie nascoste qui dentro e vi è anche scritto come sono riuscito a conquistare tua madre, pochi altri possono dire di sapere come è accaduto… altrettante se lo vorrai ce ne saranno per te da scrivere…”

L’uomo nello stesso modo aveva guardato la figlia, questa era rimasta ferma, immobile ed aveva gettato i propri occhi color lavanda in quelli del padre.

“Tu invece sei Lavinia, immagino, tua madre mi dice che non vuoi studiare nei libri e stai facendo impazzire i maestri che per ora si sono avvicendati nella vostra istruzione, so anche del mio laboratorio e so che ti piace fare la lotta a mani nude o con la spada con il piccolo Ostilio Gorgonio Longini, sai che in un futuro diventerà Berumt?”

La bambina, continuando a fissar negli occhi il padre, senza scomporsi più di tanto aveva replicato.

“So che Osty diventerà Conte in un futuro, è per questo che lo sto allenando…”

Lougrein, completamente incapace di resistere, guardando la cugina e rivedendo questa nella figlia, sorrise.

“Non sarò certo io a fermare le tue intenzioni, sappi che ora però sarà Sir Lucius a dare qualche dritta al giovane rampollo Longini, quindi dovrai esser più che determinata se vorrai vincere, ed è per questo che dovrai allenarti, ed allenarti con un arma che può chiamarsi tale… Questa è il mio primo castigo incantato, fanne buon uso piccola mia e se lo vorrai potrai scrivere in punta di spada la tua storia.”

Infine guardando la moglie ed i due figli, alzandosi nuovamente in piedi:

“Vostro padre ed i vostri Zii hanno da fare delle cose per il proprio Berumt, cose che lui stesso ci ha chiesto, in modo che l’immortale patria Sathoriana prosperi ancora ed ancora sopra tutto e sopra tutti, ora siete piccoli ma presto capirete quali sono gli oneri e gli onori dell’esser nobili Sathoriani, per noi c’è solo la vittoria o la morte, noi spargeremo il sangue dei traditori e dei nemici della Patria fintanto che questo non avrà ricoperto tutto… In memoria anche del nostro compagno Tito Callisto Oricalchi egli ha dato la propria vita per la salvezza della patria.”

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