INDAGA IL SEGUGIO PER CONTO DEL PADRONE (background Ismael parte II)

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Dopo che dalle sue labbra emersero queste parole il Maestro dei Collegi aprì lentamente gli occhi uscendo dalla trance. Stringendo saldamente il suo bastone con la mano tremante l’occhio tatuato del sapiente falsimita si posò sulla maschera dello Spadaccino della Settima Corona che gli sedeva di fianco.

“Spesso gli Astri ci rendono risposte sibilline. Spero vi possiate ritenere ugualmente soddisfatto Sir Ismael.”

“Mi sarà sufficiente.”

Rispose l’edel alzandosi dal suo seggio e uscendo dalla tenda con passo svelto, scivolando tra gli alberi della boscaglia di Almedy, i vestiti imbrattati del sangue di una giornata di scontri avvolti dalle ultime luci del giorno, raggiunse una sagoma bianca fra i tronchi.

“Milady, devo parlarvi. E’ urgente.”

La nobile sagoma della Dama Bianca, la Marchesa di Trieran Lady Dalila Sangueforte si voltò e piantò il gelido sguardo della sua maschera candida sul Sean Fear.

“Parlate Ismael.”

“Siete diretta a Trieran?”

“Non al momento Sir, incombenze urgenti mi richiamano ad Orirocca per le prossime lune.”

“Orirocca…” Sussurrò l’edel in un moto di delusione mal celato.

“Spero sarete così gentile da scortarmi fino alla mia meta prima di riprender i vostri compiti presso Kurant.” Aggiunse la Marchesa, la frase non era stata pronunciata come una richiesta.

“Ovviamente Milady, io e il mio paria ci preoccuperemo della Vostra tutela durante il viaggio. Tuttavia ho da chiedervi un favore…”

“Parlate.”

“Vi prego di tenere al vostro fianco Isaak presso Orirocca dopo che io avrò ripreso la mia strada per Kurant. Egli si potrà dimostrare un eccellente guardia del corpo per Voi e preferirei saperlo sotto la Vostra ala lontano da Kurant finché i miei sospetti sui fatti di cui vi ho parlato non si saranno chiariti. Devo scoprire chi ha voluto mettere l’Uffizio sulle mie tracce e perché, e potrò farlo in modo molto più sereno se saprò che egli non può essere raggiunto dalla mano di miei eventuali nemici. Spero di poter confidare nel Vostro aiuto fin quando non avrò fatto luce su questa torbida faccenda…”

La Marchesa tacque qualche istante. Poi scrutò il giovanissimo Isaak, distante solo alcuni passi nella macchia, le braccia conserte e il volto da ragazzo mal si accostavano con il gigantesco spadone incrostato di sangue che recava sulla schiena. Un sorriso incrinò le labbra purpuree del Vonhem.

“Egli sarà ben nascosto al mio fianco. Farò sapere in giro che sono stata io ad ordinarvi di lasciarlo ai miei comandi, dal momento che Voi Sir Ismael, mio campione scelto e guardia personale, avete da ottemperare ai vostri obblighi presso Kurant. Non temete, vedo del potenziale in quel ragazzo, e nessuno potrà avvicinarlo finché resterà sotto la mia podestà.”

***

“YSH-MAHEEEEEEEEEL!!!”

Il Sean Fear si svegliò di soprassalto. Era sudato e i muscoli gli tremavano. Lo stesso urlo. Lo stesso incubo. Come ogni notte.

Da quando lo spadaccino aveva sentito dopo tanti anni il suo vero nome pronunciato dalle labbra vermiglie del Tiarna Fear Longini il nobile aveva cominciato ad avere sempre lo stesso incubo, ed a non riuscire a sfruttare le già scarse ore di sonno che il suo addestramento, nuovamente solitario dopo la partenza di Isaak con la Marchesa, gli concedeva.

Ogni giorno guardie, stoccate e affondi, e ogni notte ricordi e presagi.

Ismael strisciò fuori dal giaciglio nudo, con addosso solo il ciondolo che non poteva togliersi: quello per cui aveva barattato l’anima, il dono del Matto. Era dimagrito. I suoi muscoli erano fasci di nervi tesi sotto la rete di cicatrici della sua schiena. Le frustate. E’ così che si fa strada a Sathor. E’ così che si raggiunge uno scopo. Il comodino assieme alla brocca d’acqua e allo stemma degli Oricalchi era rovesciato a terra, di fianco al castigo. Lo trovava così dopo ogni incubo. Tra i cocci della brocca raccolse un piccolo specchio di metallo. Vi si riflesse. Quella insonnia persistente stava logorando ancora di più il suo viso. Sotto la cicatrice sulla fronte ricevuta al Convivio i suoi occhi erano due buie fessure circondate da un colore livido e sanguigno. “I segni della nostra perfezione…” Pensò Ismael ripensando a quello che un giorno gli aveva detto la Marchesa dopo aver preteso di guardarlo in volto.

Era febbricitante. Ma lo era da settimane ormai. Si accovacciò nell’angolo della stanza e riportò la mente al proprio incubo ricorrente, cercando per l’ennesima volta di incollare i frammenti nebbiosi che gli affollavano la testa.

Notte dopo notte riviveva la fuga da Forranera: la spinta alla promessa sposa del padre. Il suo urlo mentre cade dalla torre. Poi i corridoi lunghi e bui della fuga. L’irruzione nella camera del fratellastro. Il coltello alzato sul bambino di circa dieci anni addormentato. La forza che viene meno. Il coltello che cade sul marmo, il bambino che si sveglia. E urla d’allarme nel maniero. I cani che abbaiano. Gli occhi impauriti di quell’odiato fratellino che chiedevano aiuto.

“Vengono ad ucciderti. Dobbiamo andare.”

“Ma… Dove?… E Mamma?”

“L’hanno uccisa. Guarda.”

La finestra. La bambola rotta ai piedi della torre. I singhiozzi del piccolo Isaak.

“Devi fidarti di me. Corri.”

Il polso del piccolo stretto quasi da spezzarlo e via, di corsa, per i corridoi, fino alle cucine, la porta della cantina, e giù nell’antico passaggio, quello dove la madre di Ismael celebrava l’avvento dell’inverno, quello che porta al pozzo a quasi un miglio dal maniero. Le urla. Il pianto. I cani.

I cani.

Giorni di fuga nella boscaglia. Senza cibo. Senza riparo. Solo correre. Correre e odiare. Correre e odiare. Con l’abbaiare dei cani alle spalle e le domande di un bambino che viene trascinato senza risposte.

L’abbaiare di quei cani durante tutto il sogno, tutte le notte procurava a Ismael maggiore sofferenza delle sferzate. Vedeva ogni notte quel nugulo di bestie rabbiose che lo seguivano tra gli alberi assieme a figure indefinite con torce alzate che urlavano “Rubiooooooo”, “Isaaaaaaaaaak”, “Rubioooooooo”.

Infine nella fuga disperata del sogno Ismael si ritrovava nella mano che non trascinava Isaak un castigo che gocciolava sangue a non finire mentre le gambe non smettevano di correre, e i cani non smettevano di abbaiare. Una figura di donna dalle strane fattezze e dagli occhi rossi come rubini gli appariva davanti vestita di bianco e avvolta in una luce verdastra, e mentre i due fuggitivi gli correvano incontro e il branco dei cani li stava per raggiungere la voce della donna esplodeva in un urlo, un richiamo, un comando:

“YSH-MAHEEEEEEEEEEEEEEEEEEL!!!”

E lo spadaccino si destava in un lago di sudore.

La testa di Ismael stava per scoppiare. Si alzò dall’angolo e barcollò fino alla piccola scrivania. Afferrò carta e pennino e cominciò a scrivere:

All’attenzione del Tiarna-Fear Estrella Longini

Mah Vonhem. Vi scrivo perché ho bisogno di ottener risposta ad una domanda che mi tortura la mente dall’ultima volta che ci siamo scontrati. Siete stata Voi o il Berumt a chiedere all’Uffizio Inquisitorio di metter mano sul mio passato tanto da venir a conoscenza del nome con cui SOLO MIA MADRE mi aveva mai chiamato? O è stata opera di terzi? Ho piena fiducia in voi e nella reggenza delle Sette Corone e se tali informazioni fossero state richieste da essa non ho nulla da nascondere. Ma dal momento che il mio passato può rivelarsi un’arma contro di me gradirei sapere se e da chi devo guardarmi le spalle. E come sono state ottenute tali informazioni.
Perdonate se questa lettera Vi sembrerà troppo accalorata e diretta e perdonate ancora il fatto che vi ho taciuto la mia storia. Non accadrà mai più nulla del genere.

Colgo l’occasione per chiederVi se la mia richiesta di esser ammesso all’Uffizio Inquisitorio è stata nuovamente considerata. Desidero ardentemente quell’incarico.

Nella speranza che la Vostra spalla si sia ripresa come deve.

Il Vostro allievo e devoto sottoposto,

… Oricalchi.

Mentre Ismael rifletteva ancora su che nome scegliere per firmare la missiva, si sentirono dei latrati fuori dalla stanza. Cani che abbaiavano.

Un brivido corse lungo la schiena di Ismael e la testa cominciò a martellare.

“ODIO I CANI.”
Pensò.

Si accostò alla piccola finestra e da lì scorse nella notte le sagome dei tre segugi del Maresciallo Pietrasanta che si avvicinavano alla ronda che portava loro gli avanzi del desco del Genio Militare. Si gettarono sugli ossi come diavoli voraci. Ismael ebbe un conato di disgusto e rabbia.

Poi si voltò verso il giaciglio.

La lama del castigo brillava pallida sul marmo…

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