Lacrime di Nhea

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I preparativi per il funerale erano iniziati la sera del loro rientro al Bastione.
Dopo aver aperto i cancelli e abbassato gli stendardi, ogni singolo abitante nell’udir il suono della campana, aveva posto il drappo di famiglia al davanzale, chiudendo ogni imposta in segno di lutto. Nessuno ancora sapeva per quale membro della nobile famiglia portava il dolore, ma il rispetto dello stesso era un sentimento unanime a tutto il clan dei Kerr.
Ad ogni finestra del castello vennero stesi dei pesanti teli verdi dove l’imponente quercia della famiglia era intessuta con fili bronzati, venne ricoperta anche la più piccola fenditoia, la luce naturale venne preclusa per dar posto a poche candele appese lungo i corridoi, che adesso apparivano interminabili e tetri.
Il mattino seguente, Abigaille si recò alla forgia per chiudere le fornaci, nessuno avrebbe lavorato fino al giorno del rito funebre. In strada, i mercanti stavano già smantellando i loro banchi per dar passo all’imminente processione, un banditore annunciava ufficialmente la dipartita del Lord padre del Gran Conestabile, loro amato Bùnaidh, presto le strade avrebbero visto una silenziosa e sommessa invasione di persone giunte da ogni angolo del ducato.

Il giardino sacro dei Kerr non assomigliava ad un luogo di sepoltura, era come un piccolo gioiello nascosto fra le mura dell’enorme palazzo, quando il pesante portone di legno e metallo si aprì per dar luogo al feretro, lasciò intravedere ai loro occhi l’enorme albero che s’innalzava al centro dello spiazzo.
Le pietre degli avi formavano una spirale che si dipanava dal tronco della quercia, confusa nel prato, tra  alberi più giovani; l’inebriante profumo delle prime rose di Nhea danzava leggero col vento, i fiori sullo sfondo creavano un armonico ondulare, mentre il canto degli uccelli riecheggiava fra le mura di cinta.
Otto persone portavano il peso della bara, le stesse che lo avevano accompagnato in vita con rispetto e fiducia. Una litania si levò leggera, mentre la cassa di legno veniva poggiata al suolo.

“Hu ru o na hi ho ro
Hu ru o na hi ho ro
Tha Kerr na diugh na mharbhan
Na hi ho ro hug o ro”

La prima a chinarsi fu la Duchessa, in una mano stringeva un chiodo, nell’altra un piccolo martello, inflisse un solo colpo, il chiodo si piantò con facilità.

“Tha Kerr na diugh na mharbhan
Hu ru o na hi ho ro
Sgeul is olc le fearaibh Gardan
Na hi ho ro hug o ro”

Passò il martello alla donna al suo fianco, Lady Ophelia aveva gli occhi colmi di dolore. Il primo colpo dato con polso leggero, fu bagnato da una lacrima, il secondo fu sferrato con tale veemenza da risuonare nel petto degli astanti.

“Sgeul is olc le luchd a leanmhuinn
Hu ru o na hi ho ro
Sgeul is ait le luchd an t-sealga
Na hi ho ro hug o ro”

Il terzo turno fu quello di Sir Nathan, che accompagnò il gesto con parole di saluto sussurrate in un’antica lingua elfica.
Lady Yara Mattisenmaki che lo affiancava, recò alto il suo pensiero, ponendo un chiodo di “vero acciaio”.
Seguirono Alan Marlour Kerr, William Winford Kerr, Floki.

“Och dh’am dheòin gun do ghlachd an t-eug thu
Hu ru o na hi ho ro
Dh’fhàg siud mise dubhach deurach
Na hi ho ro hug o ro”

Quando il canto giunse al termine, Garreth era pronto a sferrare l’ultimo colpo.
Prese il martello dalle mani di Floki, lo strinse al punto da far sbiancare le nocche, con lo sguardo fisso nel vuoto ed il petto gonfio d’emozioni che non voleva far uscire, lasciò la presa ed il piccolo strumento cadde ai suoi piedi. Si piegò sulla bara, non lo raccolse, poi un tonfo secco. Con la manca aveva sferrato un pugno di sopramano e metà del chiodo era entrata, seguì un pugno possente con la dritta, rabbioso, quasi crudele sulla testa di metallo, nel silenzio attonito dei presenti. Rimase immobile per un lungo giro di clessidra, mentre il sangue che era schizzato ovunque, continuava a riversarsi lungo la cassa, tingendo il prato di rosso.
Abigaille fece un passo in avanti, istintivamente, ma si trattenne…                                                        “Lascialo solo, sono così in famiglia”

Quando suo marito si voltò aveva il viso macchiato, la barba intrisa, il sorriso solito era una smorfia triste e desolante, trasalì a quella lugubre visione e lo guardò lasciare il Giardino senza dire una sola parola. Mentre Garreth si allontanava, lei ne prese il posto fra i Sette, non sapeva bene cosa fare, ma sentiva che era la cosa giusta.

La funzione terminò con l’interramento della cassa, sul terreno soffice che la ricopriva, furono posti fiori che fino a poco prima l’adornavano: bianchi grappoli di glicine madidi del sangue versato.

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