L’Occhio e il Drago – CAPITOLO I

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– Mamma! Mamma! Vieni, presto! Ho trovato un uomo!

Kaessandria si fece avanti oltre la soglia della tenda, calma e severa come al solito. La fronte alta e spaziosa era incorniciata da un velo di un verde chiarissimo, quasi celeste, intessuto di raffinati ricami dorati e la tunica verde smeraldo, bordata anch’essa d’oro, svolazzava appena mentre si dirigeva verso la figlia, che armeggiava con uno strano sacco sudicio e polveroso, riverso fra le gobbe del suo cammello.

– Naima, figlia mia, calmati! O finirai per fargli male… com’è conciato?
– Male, mamma, non sopravvivrà a lungo se non facciamo qualcosa…

Non senza sforzo la ragazza riuscì a tirare giù dalla sua cavalcatura il suo prezioso fardello e, caricatoselo sulle spalle, lo trascinò per il breve tragitto che la separava dall’interno della tenda dei guaritori. Molti di coloro che erano accorsi per aiutarla si chiesero come fosse possibile che Naima fosse riuscita a issarlo sulla groppa della sua cavalcatura da sola; dopotutto, la fanciulla era una danzatrice, dalle fattezze formose eppur delicate, e certo non aveva mai dovuto sottostare a lavori pesanti. Tuttavia, pochi si rendevano conto di quanto sfiancante esercizio fisico avesse fatto la ragazza nel corso di tutta la sua vita: l’abitudine alle scomode posizioni e ai ritmi estenuanti (a volte per l’eccessiva velocità e a volte per l’insostenibile lentezza) delle danze rituali della sua tribù le aveva conferito una resistenza e una forza fisica che poche altre donne avevano, fra i Laes n’Dalhar.
La sua veste era tutto un tintinnar di campanelli anche quando non doveva danzare, e ogni suo passo verso la tenda dei guaritori era scandito da una vera e propria esplosione sonora, resa ancora più frenetica dalla fretta indiavolata che in quel momento possedeva ogni fibra del suo corpo.

Dopo aver esaminato con un’occhiata ciò che Naima aveva gettato alla rinfusa accanto al corpo dello sconosciuto, con un semplice gesto Kaessandria indicò alle persone che nel frattempo si erano radunate attorno al cammello di prendere quella che sembrava un’armatura bizzarra ed esotica e di portarla nella tenda, assieme a una sacca conciata male e a un fodero leggermente ricurvo, nel quale era custodita una spada dalle fattezze all’apparenza altrettanto bizzarre.
La Prima Veggente si fece avanti per raggiungere la figlia senza fretta, con la sua solita freddezza. Naima aveva già sistemato l’uomo su un giaciglio pulito, distendendolo a pancia in sotto, e lo stava spogliando con la rapidità dettata dall’urgenza, più che dall’esperienza. L’anziana guaritrice responsabile della salute dei membri della tribù non fu in grado di far nulla né per scacciare la fanciulla né per farla calmare e desisté definitivamente quando Kaessandria le fece segno di lasciar perdere.

– Figlia mia, rimani pure qui, ma lascia che Tahira faccia il suo lavoro, o questo sventurato non passerà la notte.

Senza nascondere la sua agitazione, Naima si sedette accanto al capezzale dell’uomo, tormentandosi le mani. Sapeva di non essere in grado di far nulla per lui, e questo la innervosiva. Lei lo aveva trovato e quindi lei ne era responsabile. Non si era mai sentita tanto inutile come in quel momento, ma il buon senso le suggerì di lasciar fare a chi ne sapeva ben più di lei.

L’uomo, dal canto suo, aveva la pelle completamente rovinata dal sole, che su di essa aveva ricamato sottili trame di bruciature sovrapposte, deformandone leggermente i lineamenti. Era quasi un miracolo che i brandelli della sua pelle non si attaccassero alle mani esperte di Tahira mentre lo ungeva attentamente con oli profumati e benefici. Ma non era questo che aveva attirato una piccola folla di curiosi fuori dalla tenda, e non era questo che colpì la cerusica non appena sistemò supino il corpo del suo paziente.

– Che Talib mi aiuti, Venerabile! Ma quest’uomo… quest’uomo… è…

Kaessandria annuì, facendole cenno di proseguire senza indugio nel suo lavoro. Alzò un po’ la voce, in modo che anche il gruppetto di spettatori potesse udire.
– Figlia mia, hai appena prolungato l’esistenza di un uomo del lontano Est. Ormai credo che siano rari come le grandi oasi bianche, e credo che in futuro saranno sempre di meno. Deve assolutamente esser trattato di conto, Tahira: questo sconosciuto ha fatto un lungo viaggio, e chissà per quali oscuri motivi deve essersi inoltrato così tanto fra le sabbie, tanto da rischiare di non uscirne mai più vivo… comunque sia, appartiene a una casta di combattenti per i quali c’è solo da portare il massimo rispetto e deve essere nostra primaria preoccupazione quella di aver la massima cura di lui.
Naima trattenne il fiato. – Vuoi forse dire che è uno dei Dragoni di Giada delle storie che ci raccontavi quando eravamo bambini? Voglio dire… gli occhi… l’armatura… le avventure… e tutto il resto? Uno di quegli uomini indistruttibili, fieri come i grandi draghi di giada che scintillano nella luce dell’alba… voglio dire… tutto questo… esiste davvero, da qualche parte?
– Ma certo, bambina mia… avevi dei dubbi, in merito? Credevate che vi stessi raccontando solo delle favole?
– No, certo, ma… è così strano… pensare che fuori dal Grande Deserto ci siano mondi così diversi, e uomini così diversi… insomma… finché… non ne vedi uno vero…
Naima indugiò ancora una volta sul volto dello sconosciuto: la fanciulla aveva avuto modo di vedere una carovana di mercanti provenienti dal sud di Whanel, qualche anno prima, ma quegli uomini non erano poi così diversi da loro. Avevano la pelle piuttosto olivastra e i tratti somatici non differivano poi molto da quelli dei popoli del Deserto, che avevano grandi occhi rotondi e labbra carnose.
Invece, l’orientale aveva una lunga coda di capelli liscissimi, anche se adesso erano polverosi e arruffati, e gli occhi avevano quel curioso taglio a mandorla che lei non era mai riuscita bene ad immaginare, nemmeno quando sua madre glielo aveva descritto minuziosamente. Non si poteva ancora dire di che colore fosse la sua pelle, ma nei punti in cui la stoffa degli abiti gli aveva assicurato maggiore protezione si intuiva un colorito sempre chiaro, ma tendente al giallo, una tonalità particolare che Naima non avrebbe saputo descrivere. Le labbra dell’uomo erano contratte: probabilmente, benché svenuto, da qualche parte provava dolore.
Tahira nel frattempo aveva quasi finito di tamponarlo ovunque con unguenti di ogni tipo: l’aria della tenda si era fatta quasi irrespirabile. Naima aprì la bocca come per aggiungere qualcosa, ma poi la richiuse, guardando l’uomo dell’Est, assorta.

Senza perdere nulla della sua calma placida quanto glaciale, Kaessandria si avvicinò alla figlia, poggiandole una mano sulla spalla. La conosceva bene, meglio che se fosse stata una madre comune: dopotutto, l’Occhio in lei era potentissimo, per quanto la sua gente non sospettasse minimamente quanto effettivamente riuscisse a spingersi oltre le normali capacità delle veggenti che l’avevano preceduta. Sapeva benissimo che il periodo del disinteresse per il mondo maschile della sua affascinante figlia era finito proprio in quell’istante, quando la fanciulla aveva ritrovato il samurai, mezzo sepolto da qualche parte nelle roventi sabbie del Deserto, e lo aveva caricato sul suo cammello, salvandogli così la vita da una morte certa e dolorosa.
– In ogni caso, stai tranquilla, figlia mia. Non è ancora giunto il suo momento e gli spiriti dei suoi avi non intendono ancora chiamarlo presso di loro. Fra qualche giorno riaprirà gli occhi e sarà in grado di dirci qualcosa di più di ciò che gli è accaduto. Credo inoltre che gli farà piacere ritrovarsi davanti colei a cui deve il proseguimento del suo cammino in questo mondo.

Naima si tranquillizzò un poco, sospirando. Senza che se ne accorgesse, un lieve sorriso fiorì sulle sue labbra. Ancora un po’ sovrappensiero, si alzò in piedi e si avvicinò al mucchietto di effetti personali che l’uomo aveva lasciato poco distanti da sé quando l’aveva trovato, come se avesse aspettato proprio la fine per liberarsi di loro. Prese in mano il fodero di legno intarsiato e ne cavò fuori una spada dalla lama leggermente curva di fattura inequivocabilmente di altissimo livello.
Il leggerissimo sibilo prodotto dalla lama che usciva dal fodero produsse un effetto strano: sul giaciglio, l’uomo ebbe un fremito, e le sue labbra si contrassero ancora di più. Naima lo osservò lungamente, pensosa; memore di tutte le storie che le erano state narrate da bambina, annuì, come rivolta a se stessa, e ripose attentamente la katana, sistemandola su un cuscino accanto al giaciglio. Poi iniziò a cercar di riordinare la strana armatura che il samurai si era portato appresso, ma subito scosse la testa.
– A parte il fatto che non riesco a capire come quest’ammasso di corda e ferraglia possa essere indossato, indubbiamente questa roba deve essere ripulita. Visto che non posso essergli di aiuto in altro modo, tenterò di far almeno questo, mentre gli tengo compagnia e aspetto che si svegli. Forse papà ha qualcuno dei suoi intrugli per lucidare il metallo prima di iniziare a cesellarlo… vado a chiamarlo, così potrà dare un’occhiata… Credo che, quando si sveglierà, lui avrà piacere a ritrovare tutte le sue cose pulite e in ordine… Deve tenerci molto, dopotutto. – Gettò un ultimo sguardo confuso al paziente, che adesso giaceva interamente fasciato come una mummia, e si precipitò fuori dalla tenda. La piccola folla di spettatori si disperse, in parte per seguire Naima nella speranza di ottenere qualche informazione in più, in parte per tornare a occuparsi delle proprie faccende.

Rimasta sola nella tenda (Tahira si era assentata per prendere un po’ d’acqua fresca dal pozzo artesiano), Kaessandria si avvicinò al giaciglio, sorridendo.
– Benissimo, samurai, – sussurrò – sei arrivato con un tempismo perfetto. Non sei nemmeno ridotto tanto male, dopo tutto: meglio così. Naima aveva proprio voglia di andare a fare una bella galoppata: l’ho caricata di impegni a sufficienza, negli ultimi giorni, e conosco abbastanza mia figlia per sapere esattamente cosa le dia sollievo dopo tanto lavoro… e adesso finalmente sei qui, più o meno sano, ma sicuramente salvo. Non deludermi, adesso… fa’ ciò che mi aspetto da te.

L’uomo tossì leggermente. Il suo respiro però adesso era piuttosto regolare.

– E questo è solo l’inizio, mio sfortunato amico.

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Commenti

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7 commenti

  1. Colgo l’occasioneper fare notare che:
    -si legge un po’ malino, questo colore…
    -in alcuni PC (tipo il mio), i post scorrono tutti in fondo, come se il template fosse troppo stretto…
    eppure è un bello schermone!

    Ecco, ora vado, scusate il disturbo…
    ^__^

  2. Ho svelato l’arcano: la soluzione unica e irrevocabile è PASSARE ALLA VOLPE.

    Star dietro a tutti i buchi di Explorer non è più di mio interesse… 😀

    Fammi sapere se ora va!

  3. Uh bello… brava Lastra! Sono quasi tentato di postare!

    Solo una cosa… ‘sta carovana sembra la Croce Rossa, tutti quelli da rattoppare li raccattano loro!

  4. Vabbeh, dai, sono passati 350 anni… nel mezzo non è successo niente…

    Pensa se dovessimo raccontare la storia della Carovana Papadimitriou…

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