L’onda

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Il sole al tramonto incendiava l’orizzonte. Il cielo virava da un vivido rosso fuoco a un profondo blu scuro laddove la luce non arrivava, mentre il mare era una piatta distesa sanguigna. Dalla finestra della sua camera, seduto sul suo vecchio letto, Hari guardava sereno verso un punto indistinto là, davanti a Port Anchor, lontano. Un debole sorriso gli illuminava il viso, mentre la gelida brezza gli scompigliava i capelli.
– Una moneta per i tuoi pensieri – gli disse sua sorella Viktorya. Se ne stava ai piedi del letto, anche lei seduta, avvolta in una pesante coperta di lana. Sembrava essere arrivata all’improvviso, in silenzio. – E un’altra moneta se chiudi la finestra, che stiamo gelando.
Hari ridacchiò, appoggiando i gomiti sulla balaustra della finestra, continuando a guardare fuori.
– Non abbiamo tutte queste monete, Vivi… O una cosa o l’altra…
– Allora chiudi la finestra – replicò la ragazza lesta.
Il fratello sorrise e con un sospiro provò a raggiungere le imposte senza cambiare posizione. Non ci riuscì. Forse le imposte erano troppo lontane, forse erano bloccate. Forse nemmeno c’erano più. Non era un problema, avrebbe trovato un modo lo stesso.
– Vuoi qualcosa per cena? – chiese Vivi, con sguardo affettuoso.
Hari scosse la testa in segno di diniego. Il suo sguardo continuava a guardare l’orizzonte, scrutandolo.
– Non c’è bisogno… – rispose in tono cordiale. Alzò un dito, e indicò un punto lontano dalla costa.
La linea dell’orizzonte sembrava essersi alzata, mentre la risacca a riva si era ritirata di almeno una dozzina di metri, lasciando addirittura alcune barche in secca all’improvviso. L’acqua, laggiù all’orizzonte, ribolliva furiosamente. In molti si erano fermati sui moli a guardare il fenomeno, in silenzio.
– Il momento è arrivato. Andiamo? – disse Vivi appoggiando una mano sulla spalla del fratello. Questi sorrise debolmente, prendendo la mano della sorella e scostandola con dolcezza.
– Vai tu – disse in un soffio, tornando a guardare l’orizzonte. Non sapeva nemmeno a chi lo aveva detto, visto che Viktorya non era lì. Provo a sistemarsi meglio a sedere sul letto; afferrò la gamba all’altezza del ginocchio e se la sistemò comodamente, cambiando posizione, poi fece la stessa cosa anche con l’altra, con la facilità con cui si sistemano due pezzi di legno. Appoggiò il mento sulle mani e continuò a guardare.
Ombre rossastre avvolgevano ormai ogni cosa. Il sole era ormai sceso sotto l’orizzonte, o forse questo si era alzato tanto da nasconderlo; l’acqua schiumava sempre più ferocemente e il rombo del mare copriva ogni suono, ogni rumore, ogni pensiero. Tutta Port Anchor era lì sulla riva a guardare. Ad aspettare. C’era calma e quiete. L’attesa era serena e silenziosa, rotta solo dall’urlo rauco dell’acqua.
Titanica, devastante, immensa, l’onda arrivò in pochi attimi. Divorò la secca e le barche in essa, devastò i moli, si infranse sulla riva e su quanti la attendevano, proseguì la sua folle, inarrestabile corsa verso la città annientando ogni cosa al suo passaggio. Quando l’onda lo inghiottì, Hari chiuse gli occhi, finalmente in pace.
E si svegliò urlando nel suo letto.

* * *

Era stata una luna molto dura, a coronamento di una serie di lune molto dure, quindi in sostanza non sarebbe dovuta essere diversa dalle altre; invece Hari era stanco, spossato e con addosso quel misto di euforia e malinconia tipico della deprivazione dal sonno. Si metteva a elaborare grandi piani per il futuro, approntare chissà quale programma, per poi ritrovarsi a fissare la punta dei piedi. L’ultima volta che aveva cenato a casa babushka Ekaterina lo aveva sgridato perché si era messo a tracciare figure con il cucchiaio nella zuppa. Si era beccato pure una mestolata nel collo (Hari sapeva che anche le babushka di altre persone che conosceva erano avvezze al mestolo come mezzo punitivo, ma quelle persone non venivano ancora colpite a trent’anni suonati, né tantomeno sul collo: sui polpacci, sul sedere, qualche babushka particolarmente manesca sulla braccia, ma la mestolata sulla nuca o sulla gola era una specialità della sua vecchia nonnina).
– Dritto con la schiena! E mangia seriamente come si confà a un Volk! – lo aveva rimproverato l’anziana, che nonostante l’età ancora si imponeva di camminare a schiena dritta nonostante gli acciacchi. “A guardare a terra si vedono solo insetti e sporcizia, mentre un Von Khratos guarda avanti”, gli aveva spiegato una volta durante una delle tante ‘imposizioni di disciplina’ a cui sottoponeva il nipote. “E poi ti sei guardato i piedi anche per troppo tempo”, aveva concluso la babushka con la sua tipica sensibilità. In quell’occasione Hari avrebbe voluto sorridere, pensando al bene che la nonna gli voleva, ma se la donna l’avesse visto lo avrebbe sicuramente colpito pensando di non essere presa sul serio. E le mani di babushka Ekaterina erano pesanti.
Il problema che Hari aveva davanti però era quell’onda. Più ci pensava, più se la vedeva davanti. Sempre più grande, sempre più insuperabile e devastante. Poteva sentire il suo tonante arrivo anche da sveglio, e questo gli dava i sudori freddi. Non aveva mai dato importanza ai sogni, ma questo lo aveva scosso e non poco. “Chi dorme sogna, chi è sveglio prepara”, ecco un’altra delle lezioni di babushka Ekaterina; Hari aveva sempre rispettato questo adagio agendo pragmaticamente in ogni situazione, senza tante teorie campate in aria. Adesso, però, i confini tra sogno e realtà, tra l’incubo e la sua vita sembravano molto flebili. Hari sapeva che doveva tracciarli di nuovo, ma non sapeva come.

* * *

– Il tuo problema è che la sera non mangi in modo sano – disse Eliot seccamente, trasportando un grosso pentolone di spezzatino fumante dal camino al bancone della locanda senza apparente sforzo. Da un paio di settimane la ragazza lavorava per “La scarsella e l’accetta”, una locanda vicino alle mura di Port Anchor, piccola ma con una clientela tanto affezionata quanto esigente; la giovane avrebbe aiutato la locandiera con la cucina finché questa non si sarebbe rimessa da una brutta frattura a un braccio. Hari, diligentemente seduto al bancone della locanda, sospirò lamentosamente allontanando il boccale di birra dalle labbra.
– Eliot, speravo che almeno tu non mi avresti preso in giro… – si lagnò il Volk guardandola di sottecchi. La giovane cuoca lo guardò con un mezzo sorriso, senza dare a capire se fosse seria o se stesse scherzando.
– E dovresti anche evitare di bere alcolici prima di andare a letto. Dice che non aiutino – rincarò la dose Eliot, versando una robusta porzione di spezzatino a uno degli avventori vicini. – Ti devi riguardare, Hari. Mi sembri un po’ teso, ultimamente.
L’uomo sbuffò: – Non sai nemmeno quanto, Eliot… – bofonchiò, prima di buttarsi nuovamente in un nuovo sorso di birra.
– Lo saprei se tu me ne parlassi – lo apostrofò la ragazza. Quando Hari la guardò, si accorse che era seria stavolta. Il Volk si ritrasse nelle spalle.
– Hai ragione – mugugnò a capo basso, – ma non è facile. È la prima volta che mi confronto veramente con il mondo, un mondo che per tanti anni mi avevano solo raccontato. Davanti a tutto questo mi sento così… piccolo…
Eliot batté il mestolo sul bordo del pentolone per richiamare l’attenzione di Hari. L’amica stava ridendo, adesso.
– Ma come, Hari? Non eri tu quello che diceva che a Khartas è tutto più grande?
Anche l’uomo rise. Come al solito, Eliot aveva ragione e sapeva da che verso prenderlo.
– Certo che è così! – iniziò Hari. – Il nostro lupo ha due teste e sbrana le sue vittime in multipli di dieci, i nostri cani da caccia sono grossi quanto cavalli e i nostri cavalli possono tirare direttamente una casa in muratura su ruote…
– Sei un cretino – gli disse Eliot sbuffando divertita. Hari sorrise.

* * *

I dolori straziavano il corpo di Hari come lance nelle sue carni. Il respiro era rotto e affannato, mentre possenti colpi di tosse squassavano il petto del ragazzo. La mano destra aveva lasciato la presa sulla spada, mentre la testa e la schiena affondavano nella terra fredda. La tortura settimanale di Hari era giunta al termine.
– Ho perso, Marjorie? – bisbigliò tra gli ansiti il giovane.
– Faccia lei, Volk Hari – chiosò divertita la donna in piedi al suo fianco, intenta a guardarlo dall’alto in basso.
Marjorie Gaillard era molte cose, per la casata di Hari. Era l’unica guardia, l’unica donna di fatica, l’unica stipendiata, e soprattutto era la maestra di scherma della famiglia. La donna valdemarita, in giovane età, era stata una mercenaria di prim’ordine e una promettente cadetta dell’Accademia d’arme dei Virtuosi prima di perdere il braccio destro in circostanze misteriose. Un Virtuoso senza la mano d’arme non serviva a nessuno; d’altro canto, era l’unica cosa che la famiglia di Hari e Viktorya si poteva permettere. In tanti anni di servizio Marjorie non aveva mai deluso, e per Hari era diventata un punto di riferimento da quando aveva potuto iniziare a prendere lezioni da lei. Adorava veramente lavorare con la sua insegnante, se non per quell’incombenza settimanale che era il duello d’allenamento, da cui il Volk usciva sempre pieno di lividi.
Marjorie si allontanò dal giovane al suolo tracciando ampi cerchi in aria con la punta della spada di legno.
– Oggi ci mette tanto ad alzarsi, Volk Hari. Di solito questo vuol dire che sta pensando a qualcosa, e quindi che non le ha prese abbastanza da imparare a sgombrare la mente – cinguettò la donna soavemente. Il suo allievo mugugnò rimettendosi in piedi.
– Hai ragione, Marjorie, ho la testa altrove – bofonchiò mentre barcollando assumeva una posizione di guardia. – Sono successe tante cose ultimamente e…
Hari vide a malapena l’affondo mancino della sua insegnante, e alzò la spada di legno scompostamente mentre balzava di lato come un gatto spaventato. Non ebbe nemmeno il tempo di pensare a come reagire che l’affondo si tramutò in un fendente che lo colpì al costato togliendogli il fiato per un istante.
– Qual è l’unica cosa a cui deve pensare quando combatte, Volk Hari? – lo apostrofò amabilmente Marjorie, preparandosi per un nuovo attacco.
– Al ritmo – rispose rapido Hari. Sulla teoria andava fortissimo, almeno in quella.
– Esatto – commentò la donna. Come una serpe scattò in avanti, i piedi che si muovevano come danzando, e iniziò una complicata serie di finte. – L’unica cosa che deve sentire, Volk Hari, è il ritmo che avete nel cuore. Che sia una canzone triste o un’allegra melodia, che sia una poderosa sinfonia o un canto lieve, deve seguire solo quello e non sbaglierà mai.
I colpi di Marjorie arrivavano leggeri da ogni direzione e Hari riusciva a pararli a malapena. Doveva recuperare il suo ritmo di battaglia. La sua maestra aveva ragione: ogni volta che aveva perso di mente il ritmo aveva rischiato di morire. Come la prima sera a Ultramar, quando preso dalla sorpresa si era quasi fatto spezzare in due la schiena. Come quando aveva visto sua madre tramutata in una bestia famelica, e quando si era avvicinato lei gli aveva fracassato il costato con un sol pugno. Quando perdeva il suo ritmo, perdeva anche la sua direzione. La sua meta scompariva. Doveva recuperarlo, ma se si concentrava su un suono dentro di lui sentiva solo il ruggito fragoroso dell’onda.
– Sta pensando troppooo… – cantilenò Marjorie. I due incrociarono le spade per un attimo, poi con gesto fulmineo la donna alzò la guardia di entrambi e colpì l’allievo con una ginocchiata all’addome. Hari finì di nuova a terra a gattoni, tossendo. Il fragore dell’onda era assordante. Se non riusciva a sentire altro, avrebbe seguito quello.
Hari passò la spada di legno dietro le ginocchia di Marjorie, la afferrò con entrambe le mani e si rialzò tirando la spada indietro. La sua insegnante finì spalle a terra, ma non prima di aver assestato un calcio sul mento dell’allievo. Rialzandosi con un colpo di reni, la donna rise soddisfatta.
– Bella mossa davvero, Volk Hari, inaspettata, improvvisa e potente! Come… Volk Hari? Volk Hari, tutto a posto?
L’uomo si teneva una mano sulla bocca e mugugnava incoerentemente.
– Non le posso aver rotto un dente, Volk Hari… Le ho rotto un dente, Volk Hari? – chiese Marjorie, trattenendo una risatina. L’uomo scossa la testa.
– Mi fhono morfho la linguah… – soffiò fuori dai denti. La sua insegnante diede in una lunga risata sguaiata.
– Per oggi basta, Volk Hari – disse tra le lacrime di divertimento. – Sta facendo grandi progressi!
Soffiandosi sulla lingua, Hari abbozzò un sorriso. Aveva capito una cosa importante, in quel momento.

* * *

Da quando non c’era più mamma Elizaveta, il compito di sparecchiare la tavola se lo dividevano Hari e Viktorya. Papà Dmitrij e babushka Ekaterina erano troppo orgogliosi per farlo, e non sempre c’era la possibilità di avere un servitore in casa. Anche quella sera, quindi, i più anziani si erano ritirati nella vecchia stanza della lettura a bere un cordiale mentre i due giovani riassettavano la sala da pranzo. Era stata una cena rapida e silenziosa, come la maggior parte delle cene di questo periodo.
– Come va la lingua, Hari? – lo canzonò Viktorya.
– Come va la lingua, Hari? – le fece il verso il fratello, piccato. Le rivolse un ghigno ironico, immediatamente ricambiato dalla sorella.
– Mi ha detto Marjorie che sei più pensieroso del solito… – disse comprensiva la ragazza, con tono dolce.
– Non più di tutti gli altri, Vivi… – cercò di minimizzare l’uomo, mentre passava uno straccio sulla tavola. Si fermò un istante, poi chiese con una punta di vergogna nella voce:
– Vivi, l’esperta di brutti sogni in casa sei tu…
– Bel modo di porla, complimenti.
– … scusa.
– Continua.
– Come li gestisci? Come li vivi? Per quanto tempo ti seguono?
La ragazza sembrò pensarci su, con aria seria. Si mise a sedere sul tavolo e guardò verso il soffitto.
– I sogni non se ne vanno mai veramente, Hari. Io li porto tutti dentro. Li ricordo tutti, brutti o belli che siano. Il segreto è capire cosa sono per te.
Confuso, il fratello si avvicinò a lei e si sedette anche lui sul tavolo, mentre la sorella continuava a parlare.
– Alcuni sogni sono sogni e non vogliono dirti niente. Altri sono rappresentazioni dei tuoi sentimenti in un particolare periodo. Altri indicano le tue paure.
Hari deglutì. Se l’onda rappresentava le sue paure, allora essere erano insormontabili. Eppure nel sogno non sembrava averne paura… Che allora…
– Potrebbero anche indicare quello che ci aspettiamo che sia il futuro… – mugugnò distratto Hari. Viktorya gli appoggiò una mano sulla spalla, e lo guardò seriamente.
– Oppure potrebbero indicare che sei distratto come al solito e ti sei seduto sui piatti da sparecchiare.
Hari balzò giù dal tavolo di scatto. I pantaloni erano sporchi di sugo e unto proprio sul fondoschiena.
– Vado a lavarli prima che li veda babushka – disse Hari pallido.
– Forse è il caso, sì – annuì Vivi, stavolta ridacchiando.
Il Volk si allontanò rapidamente, per poi fermarsi sulla porta.
– Grazie, Vivi – disse in un sussurro. La sorella gli sorrise di rimando.
– Quando vuoi, lo sai – gli rispose con dolcezza.
Mentre più tardi nella serata era impegnato a smacchiare i pantaloni, Hari si rese conto della situazione. Che l’onda che aveva sognato poteva essere il segno di un destino grande, che lui poteva accogliere e fare suo, consapevole che quello stesso destino lo avrebbe potuto anche distruggere. E si rese altrettanto conto di avere raggiunto questa illuminazione mentre era seduto sugli avanzi di una costata di maiale. La vita era bizzarra, a volte. Eppure, Hari sapeva bene che non si poteva permettere distrazioni. Soprattutto per il fatto che quelli che stava lavando erano i pantaloni buoni e gli servivano per l’ormai prossimo Simposio…

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