L’ultimo viaggio

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Quello che era iniziato come assoluto silenzio in poco tempo era tramutato in un’orgia di suoni.
Il suono rimbombante di tamburi da battaglia proveniva da ogni dove, ogni direzione pareva presieduta dia pelleverde.
Stavano bruciando qualcosa, enormi carri carichi di erba secca con fiamme alte quasi tre uomini venivano lanciati dalle cime della piccola gola.
Il fumo quasi liquido occultava la discesa dell’orda.
Centinaia di miserabili orchetti, squadre disorganizzate vomitate dagli inferi stessi contro il mio piccolo avamposto.
Venti uomini sarebbero morti. Venti eroi sarebbero nati.

In un altro dove e in altro quando c’era un abbazia gremita di gente, popolani mischiati ai nobili alcuni curiosi e topi di fogna: la folla che si raduna per le grandi occasioni.
La nomina avvenne in un giorno di autunno, cinquanta angeli neri nascevano dalle lacrime di cento genitori.
Tenni il gladio saldo e ben puntato sulla loro schiena mentre a turno ripetevano il giuramento, ripetevano la loro promessa di morte.
“Sine requiem, bellum in aeternitate! Per fatum aut contra fatum supervivebimus!”

“Nessuno farà un passo indietro, marceremo dritti fino alla spirale e moriremo portandone con noi più possibile!”
Venti uomini in quell’istante fugarono ogni dubbio: questo era il loro ultimo giorno nelle terre dei vivi.
L’impatto con l’ondata verde fu devastante al punto che cinque di noi vennero schiantati a diversi metri di distanza, non aveva importanza la quantità di pelleverde che riuscissimo a infilzare, per ognuno che abbattevamo altri due da dietro li rimpiazzavano.
Cercai la concentrazione per continuare a combattere ancora poi all’improvviso, l’impensabile.
La calma lentamente riprende possesso della minuscola gola e tutti i rumori tutti i suoni sembrano ovattati fino a diventare appena percettibili, sento chiamare sempre più in lontananza il mio nome.
E’ il re. Ebbi la tentazione di voltarmi ma non lo feci.
Tutta la mia attenzione era rivolta a Hobgar, lì a quattro passi da me.
Tutto si fece lento, solo i pensieri scorrevano liberi galoppando senza un senso nella mia testa.
Fu lì in quel preciso istante che si materializzò davanti a me l’essere più bello, affascinante e abietto mai visto in vita mia.
Una femmina, ma non saprei dire di quale razza o genia, quasi completamente nuda indicava dietro le mie spalle scorrendo l’unghia del suo dito indice contro la mia mascella.
“Dietro di te, Evjeny, c’è la salvezza e la gloria, avete rallentato l’esercito di Hobgar in venti uomini e solo tu sei rimasto vivo, sarai trattato come un eroe, come una divinità…
Sei stanco, Evjeny, le gambe non ti sorreggono, gettati sulle tue spalle e lascia che il regno abbatta quest’infame…
Lasciati cullare dal riposo dei giusti…”
L’ultima frase la disse stringendosi a me, sentivo il suo buon profumo, i suoi seni premere sul mio petto martoriato e la sua pelle liscissima come seta.
Poi mi vidi.
La gamba sinistra era completamente andata, forse avrebbe fatto da perno per un paio di passi, non di più.
L’altra poteva muoversi ma non poteva correre.
La mia corazza era andata distrutta, solo una piccola porzione si era salvata sulla spalla sinistra.
Il busto era completamente bucato, aperto, squarciato, tagliato e battuto da troppa battaglia.
Non riuscivo a gonfiare il torace, qualche ferita doveva avermi bucato in profondità, in gola sentivo il sapore del sangue e anche le braccia erano diventate pesanti come macigni.

Nell’altro dove e nell’altro quando un giovane templare dell’ordine degli angeli neri stava per chiudere con la sua benedizione l’investitura dei cinquanta guerrieri.
Col fervore negli occhi squadrò uno per uno uomini e donne esortando i presenti a gioire per il destino che queste persone avevano scelto non di accettare ma di dominare.
Costoro sarebbero morti, in battaglia, per loro scelta, per riavvicinarsi dalla spirale alle nere ali di Alhazar.
In quel preciso momento avvenne il miracolo.
Come due immagini sincronizzate perfettamente il ricordo del templare giovanissimo si sovrappose a quello attuale per ripetere la sua benedizione.

“Che la tua ira sia la mia mano,
che le tue lacrime siano il mio sangue, o Alhazhar.
Mai il mio passo sarà indietro.
Solo la vittoria, o il riposo tra le tue nere ali,
Nell’ora più oscura tra piume nere io giacerò”

“E adesso muori, troia preistorica!”

Il demone sparì col ghigno di chi non si è divertito e con lei sparì la quiete e la calma.
Tutto tornò come doveva essere, compreso Hobgar.
La mia spada è lunga, due passi e un fendente: semplice.
Se sono fortunato lo stendo sul colpo.
Punto quel che resta della mia gamba sinistra e cerco un po’ di slancio per arrivare sotto, guaisco di un dolore così intenso che neppure credevo potesse esistere.
Ma ci sono quasi.
Sollevo con le ultime forze la mia lama, cerco di trattenere il fiato ma il mio torace ha troppi buchi, non credo che avrò un secondo colpo.
Ci sono vicinissimo.
Ma Hobgar è forte, non è ferito e non è stupido.
Con la sua lancia mi trafigge da parte a parte il petto.
Non sento più neppure il dolore, adesso vedo tutto come attraverso delle lenti rosse. Le gambe e le mani hanno smesso di farmi male, adesso c’è freddo tanto freddo ma non ho neppure la forza di tremare.
La battaglia continua ad imperversare ma nessuno fa più caso a me.
Il cuore fa fatica a pompare, ho perso quasi tutto il sangue che avevo in corpo, l’ora più cupa è vicina.

Sento distintamente gli ultimi tre battiti come fossero un tamburo hob e la voce di un uomo che non riesco a vedere.
“Sai che stai morendo, Evjeny?”
“Si.”
BUM
“Hai dei rimpianti?”
“Nessuno.”
Bum
Sento qualcosa che mi sta ricoprendo la schiena, sembrano pezzetti di stoffa leggera… forse sono foglie… sono scure… forse sono piume… si, solo piume tutto intorno…
“La battaglia è finita.”
“…”
bum
E poi c’è solo un infinito mantello di velluto nerissimo che mi avvolge.
Dev’essere questo che gli uomini chiamano “pace”.

 

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One comment

  1. Evjeny ha sempre spaccato i culi abbestia… Bravo Spo, me la immaginavo così la sua dipartita! sniff….

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