Nuova stagione

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Quella mattina rimase a letto più del solito: e non si trattava del fatto di non essersi unita alla delegazione thersiana per la riconquista dell’Eremo dell’Alfiere. Da quando aveva abbandonato sentieri e viaggi indefinibili, si era ritrovata comunque a doversi occupare di un gran numero di cose di cui non aveva avuto alcuna menzione prima dell’incidente col troll immortale. Senza contare che, ormai, a due giorni dall’inizio dell’impresa, probabilmente l’Eremo era già stato riconquistato.

No, c’era dell’altro: era passato molto tempo da quando non si era concessa di indugiare a poltrire più del dovuto. La scomparsa del Frenhin e gli intrighi nelle alte sfere della sua corte erano solo una parte dei pensieri che la tormentavano: per lo più, semplicemente, era il dolore fisico dell’arto menomato a toglierle la voglia di rilassarsi. E la cosa era ben nota a tutti.

Ogni giorno, fin dalle prime ore del mattino, da quel malaugurato pomeriggio di 8 lune fa, faceva di tutto per sembrare accomodante e propositiva ma al minimo sforzo le sembrava di esser trafitta da una scossa che dalla punta del piede sinistro serpeggiava su per tutta la schiena fino ad avvelenarle il cervello. Non era un problema zoppicare e nemmeno non poter brandire il suo amato Artiglio perché da un paio d’anni aveva cominciato ad apprezzare altri lati della sua esistenza che non obbligatoriamente prevedevano la necessità di menare le mani: era lo stramaledetto dolore il punto. E da ultimo, non era neppure lo star male in se a farla impazzire: era la distrazione che il pensiero del dolore le provocava, l’incapacità di concentrarsi per un lasso sufficiente da poter dirimere tutte le questioni che era chiamata a valutare.

Negli ultimi giorni aveva deciso di procedere con l’amputazione: presso Lencoe tutti erano preoccupati a vegliare sul Padre, Floki l’avrebbe aiutata mentre la sua Strenua Armata di bassa corte portava alto il buon nome del Ducato dell’Orsa in terra straniera, talmente lontana da non poter interferire. Avrebbe potuto continuare la sua erranza anche con una gamba di legno, avrebbe perfino guidato le sue terre in modo più efficace, almeno fino al nuovo giudizio del Circolo dei Bùnaidh: già, perché presto o tardi i Lord dell’Alto Consiglio gardanita si sarebbero pronunciati in via definitiva, forse attendevano solo la dipartita di suo padre. A lei non interessava: quale che fosse il suo futuro, non poteva abbracciarlo in quelle condizioni, e dunque, via la gamba, via il dolore.

Forse era il fatto di esser giunti finalmente a quel giorno tanto atteso e temuto in cui quella gamba avrebbe smesso di tormentarla una volta per tutte? Per questo ancora indugiava sotto le coperte? No, c’era dell’altro…

Si guardò intorno: la luce che permeava dalle finestre tradiva una giornata assolata. Niente di nuovo, almeno per la luna di Sirio. La sua scrivania, poteva vederlo anche da quella posizione, era piena di scartoffie ed incartamenti, molti dei quali probabilmente necessitavano di una sua tempestiva replica. Niente di nuovo nemmeno lì, considerando quanto alacremente si era dedicata di recente alle questioni più strettamente burocratiche. Per il resto, tutto sembrava assolutamente privo di un qualsiasi interesse: i suoi abiti erano già pronti e piagati nella poltrona alla sua destra, il bastone era ai piedi del letto e… un attimo, la gamba!

Da quando aveva aperto gli occhi, e si che tutte quelle riflessioni sul passato ed il futuro l’avevano distratta un bel po’, non le aveva mandato nessuna serpe a correrle lungo la schiena. Non un tremito o una minima scossettina. Niente!

Sollevò le lenzuola, profilandosi chissà quale scenario: forse Floki aveva già proceduto con l’amputazione, forse era guarita… niente di tutto ciò.

Le bende che da poco sopra il ginocchio fino al tallone le coprivano l’arto erano zuppe di un icore dall’odore e dall’aspetto insopportabile: si stirò per vedere se la gamba era morta del tutto e sebbene sentì subito di non potervi fare affidamento, almeno non come prima dell’incidente, riuscì a muoverla.

Quindi l’arto c’era, in tutto il suo fetido e orripilante splendore: eppure non le faceva male. Si alzò in piedi e per poco non perse subito l’equilibrio: visto che non le dava fitte lancinanti, provò ad appoggiarvisi ma alla scomparsa del dolore non si accompagnò una riabilitazione della funzione primaria, ovver

o permetterle di stare in piedi.

“FLOKI!!! FLOKIIIIII!!!!”

Urlò in un misto di sconcerto e sollievo, urlò così tanto che la sentirono tutti nel palazzo ducale: urlò, e chiunque fosse nelle vicinanze capì subito che la mesta frustrazione che attanagliava la Frenhines da molte lune era stata spazzata via, d’improvviso, dal ruggito di una fiera ridestata…

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