Onun adi Vael II

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– Rimani eretto! Non piegare le ginocchia, piccolo pappamolle!
La pesante spada di legno si abbatté ancora una volta contro il fianco già martoriato di Vael, che represse un gemito di dolore mordendosi il labbro fino quasi a farlo sanguinare.
– Dovresti essermi grato, invece di comportarti come una donnicciola! Pensi che io, il grande sir Amhed Kamal ibn Rama Dalmasca, Leone Dorato di Athar, mi possa ritrovare davanti degli avversari così piagnucolosi? Così maldestri? Così sgraziati? NO! Io combatto e sconfiggo solo il meglio del meglio dei rampolli del Cavalierato e non parteciperei mai a una lizza in cui ci siano solo bambinetti che a malapena sanno tenere una spada in mano!
Vael stringeva i denti, mentre i colpi continuavano a cadere a gragnola su di lui, che comunque aveva l’ordine tassativo di non contrattaccare, ma solo difendersi e resistere. Era stato scelto perché, benché ancora un ragazzino, aveva un fisico robusto e possente e fra tutti i suoi compagni del Rifugio era l’unico che poteva reggere uno scudo pesante senza barcollare dopo pochi minuti e reggere anche qualche colpo.
Il cavaliere aveva assicurato alla badessa che si sarebbe preso cura di lui e gli avrebbe dato un addestramento da scudiero di prim’ordine, ma la verità è che al cavaliere interessava solo un fantoccio vivente su cui provare la poderosità dei suoi colpi.
Così, Vael si era ritrovato a far da bersaglio per la lancia da giostra dell’arrogante sir Amhed, che sembrava dar fondo ad ogni sua energia durante gli allenamenti, colpendo il ragazzo da ogni angolazione, con tutte le armi richieste in un torneo ufficiale.
– Fa’ quello che ti viene detto, stupido ragazzino! Tieni saldo quello scudo! Ho sprecato preziose ore del mio allenamento per insegnarti tutto ciò che deve sapere un bravo scudiero e tu mi ripaghi con questa posa da sciancato? Alza quelle spalle! Tieni saldi quei piedi!
Almeno una cosa era vera: il cavaliere aveva effettivamente insegnato qualcosa a Vael. Per la precisione, aveva dedicato venti minuti del loro primo allenamento a scudisciarlo dietro alle ginocchia con un giunco perché imparasse a tenere la posizione di difesa in modo stabile e corretto, dopodiché l’aveva tempestato di colpi finché le gambe del povero scudiero non avevano ceduto alla fatica. Due mesi dopo aveva dedicato altri venti minuti a fargli vedere come si reggeva una lancia avvalendosi dello stesso metodo didattico, che evidentemente riteneva molto efficace. Dopo altri due mesi era stata la volta della spada, e così via. Il risultato è che Vael aveva imparato sul campo cosa volesse dire cercare di difendere se stesso per evitare di prenderne troppe.
Tuttavia – e su questo sir Amhed era stato irremovibile e cristallino – non gli era permesso rispondere a nessun colpo. Poteva solo pararsi con il grosso scudo e con l’arma che gli veniva assegnata via via, ma non avrebbe mai e poi mai dovuto contrattaccare il cavaliere.

Solo una volta Vael, che aveva sopportato silenziosamente il suo martirio fino a quel momento, aveva osato aggredire il cavaliere vibrando un colpo contro di lui. Si stavano allenando da ore: sir Amhed sembrava irritato da certe sue faccende personali di cui Vael sapeva poco o niente, ma sicuramente ne intuiva l’importanza dalla forza e dalla furia dei colpi che gli arrivavano e dagli improperi e che, come di consueto, piovevano sul suo conto e sulla sua deludente opera di fantoccio prendi-colpi. Il ragazzo c’era abituato, eppure quel giorno tutto sembrava più pesante del solito, e di certo l’atteggiamento del suo mentore non lo aiutava.
Così, quando sir Amhed aveva esclamato Sei una spina nel fianco, piccolo idiota, sei e sarai sempre un perdente, una nullità e non mi meraviglio i tuoi genitori ti abbiano abbandonato in un orfanotrofio di infima categoria, perché probabilmente anche loro erano dei perdenti senza speranza!, Vael aveva sentito montargli il sangue alla testa e si era scagliato con tutta la forza che gli era rimasta contro il cavaliere, colpendolo con il bordo dello scudo proprio alla bocca dello stomaco. Sir Amhed era rimasto piegato in due a vomitare in mezzo alla polvere mentre Vael lo guardava ansimante, in preda a due sentimenti contrastanti che gli deformavano il volto gonfio di pianto: da una parte era ancora furibondo per ciò che le sue orecchie avevano udito, ma dall’altra iniziava a rendersi conto della gravità di ciò che aveva appena fatto e la paura delle conseguenze si faceva sempre più strada nel suo cuore.
Si era aspettato che il cavaliere lo rispedisse all’orfanotrofio con una lettera di biasimo che avrebbe per sempre macchiato il suo onore, cancellando ogni sogno di gloria dalle sue speranze… e invece sir Amhed lo aggredì con ancora più violenza di prima, sfogando il suo orgoglio ferito con colpi quasi sgraziati per la furia con cui venivano inferti, e in seguito lo fece anche bastonare dallo stalliere come fosse stato l’ultimo degli sguatteri. Forse per il cavaliere questa era la peggiore umiliazione che potesse infliggere al ragazzo, ma sicuramente quest’ultimo non ne colse il significato. Comunque, la mano dello stalliere era delicatissima in confronto alla violenza dei colpi che gli aveva assestato il suo mentore. Ma la ferita che gli bruciava più anche delle botte e dei lividi era in fondo al suo cuore: dov’era la nobiltà d’animo dei cavalieri che tanto gli avevano decantato all’orfanotrofio? Era questo ciò che stava dietro ai brillanti cimieri e alle sfavillanti armature dei giostratori, i beniamini del popolo? Era a gente come sir Amhed che fanciulle dalle lunghe ciglia scure lanciavano fazzoletti intrisi di profumo e sospiri d’amore? Erano tutte favole… solo favole buone per riempire i sogni dei bambini. Solo un’illusione. Nient’altro.
In ogni caso, dopo questo episodio sir Amhed continuò ad insultare Vael, ma non menzionò mai più i suoi genitori, nemmeno quando era palesemente più nervoso del solito e non vedeva l’ora di sfogarsi con un bell’allenamento intensivo sul suo giovane scudiero.

Nemmeno quella sera lo fece, nonostante i colpi sul ragazzo si susseguissero rapidi e fin troppo efficaci. Vael non riusciva a pararsi, il cavaliere era così in forma che lo scagliava a terra continuamente, tanto che ormai la polvere dell’arena aveva ricoperto completamente lo scudo e il ragazzo, che continuava a tossire e a tirare su col naso per evitare di soffocare. All’inizio il cavaliere se l’era presa con il ragazzo come di consueto, ma quando si era reso conto di essere fin troppo bravo per lui il disprezzo per Vael si era mutato in compiacimento per se stesso e aveva interrotto l’allenamento, soddisfatto della sua prestazione superiore.
– Niente male, davvero niente male… di sicuro tra una settimana sarò io a trionfare alla giostra di Halameik, è evidente… la mia superiorità è talmente evidente che… oh, ma guardati!
Alla fine sembrava essersi accorto che Vael, che sembrava una statua d’argilla barcollante per lo sforzo e per i lividi, si era rialzato e restava in attesa, come se volesse mostrarsi pronto a continuare lo scontro.
– Ah ah ah, ragazzo! Non ho mai visto niente di più ridicolo di te in questo momento! E sì che sei sempre così patetico… ma adesso! Ah ah ah! Guardati, sembra che tu abbia banchettato con la sabbia del Deserto! Ah ah ah! Ti piace la polvere, eh? Ti piace mangiarla, eh? Ah ah ah! E allora mangiala, ce n’è quanta ne vuoi! Mangiala, Mangiapolvere! Anzi, come dicono nel Deserto… mangiala, Bashir!

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