Overture (L’inizio della Fine)

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L’ombra dell’uomo si stagliava crudele sul muro costruito in pietra a secco, sovrastando con mole ingigantita gli occhi sgranati e lucidi dell’elfa che contro quella stessa parete inospitale annaspava ferendosi le dita affusolate alla ricerca di un inesistente pertugio. Da una cesta di vimini poggiata sull’opprimente letto a baldacchino un pianto disperato e feroce feriva le orecchie dei presenti, squarciando le pesanti tappezzerie con l’urgenza rabbiosa e vitale degli infanti. L’elfa spostava rapidamente l’attenzione terrorizzata dalla cesta tremolante all’uomo che la minacciava, nelle orecchie solo un frastuono indistinto, sull’oro sottile dei capelli il pesante e rozzo diadema di ferro e pietre grezze scivolava lentamente su un lato, un rivolo di sangue scarlatto dalla tempia nobile solcava il candore del volto perfetto, cosicché il raffinato motivo di arbusti e foglie del corpetto verde prato sembrava fiorire di grosse rose scure. L’uomo al suo cospetto sembrava un gigante di ferro, dalle sopracciglia folte e scure e con le enormi mani racchiuse a pugno, dalle nocche bianche d’ira, che vibravano indecise se uccidere o risparmiare. La voce era tuttavia calma e profonda come un abisso senza scampo “ la piccola è prematura, sono stato chiaro?” a fare da contrappunto i flebili lamenti di un’anziana spinta nel frattempo dall’esterno della stanza sul pavimento a lastroni, arruffata e ferita. “ Ascoltami bene, vecchia. Se sento qualcosa di diverso su questo parto, se sento qualcuno che sussurra che quella creatura non è mia figlia penderai dall’albero come quella cagnetta di tua nipote, che ti aiuta poco ma che parla troppo. La troverai appesa al castagno davanti casa tua.” le spalle della canuta levatrice ebbero un altro sussulto. “E tu … Eleine” masticò il fluido nome elfico a denti stretti “ti convincerai che quella è mia figlia, tanto è solo una femmina non sarà lei a tramandare il sangue dei Bitterfang. Se tenterai di fuggire, di parlare o anche di ucciderti finirò il lavoro iniziato al villaggio da cui ti ho presa, e stavolta non avrò pietà per nessuno. Moriranno tutti.” Eleine scoppiò in lacrime, nascondendo il viso di alabastro tra le mani ed il diadema cadde in terra con il cozzo sinistro di una spada contro la nuda roccia. La bambina continuava a strillare ed agitarsi, rossa in volto, paffuta, ostinata e con piccole orecchie molto appuntite. Ghero Bitterfang uscì imperioso dalla stanza seguito dal pesante mantello di pelliccia di lupo nero, subito affiancato dal suo amico e consigliere Earoth “ Te l’avevo detto di non prendere in moglie quella silvana, ma tu ti sei fatto irretire dalle sue arti, vecchio sciocco” ricevette in risposta un grugnito sommesso “la gente parlerà lo stesso, la piccola è un’elfa e se ne accorgeranno, per giunta nata a soli 7 mesi dalle tue nozze. Che ne sarà della tua autorità?  Lo sai che l’unica cosa da fare è ucciderle, sia Eleine che la bastarda.” Con un movimento sorprendentemente fulmineo, in considerazione della stazza, Ghero inchiodò al muro l’amico prendendolo per il collo, che scuoteva i piedi sollevati dal pavimento impossibilitato a respirare. “Nessuno … NESSUNO toccherà Eleine e MIA figlia, o ne parlerà male, a costo di uccidere personalmente ogni uomo donna o bambino di questa rocca, te compreso. Soprattutto non voglio che la chiami bastarda, anzi fai una bella cosa … dalle tu un nome, visto che da questo momento veglierai su di lei” lo lasciò andare, e mentre l’altro tossiva a terra specificò “Quell’elfa è la creature più bella che abbia mai visto. Adesso le farò sfornare qualche bel maschio, qualche vero Bitterfang mezz’elfo, veloce, forte e dalla mente lucida. Guerrieri imbattibili, agili e robusti. Saranno loro i miei degni eredi. Allora dimmi, padrino, come la devo chiamare?” Earoth ancora in ginocchio si teneva il collo contuso, con voce ansante replicò  “Sentila come strilla, sembra proprio arrabbiata.” Si liberò dalla saliva sputando in terra “Anghra, si chiamerà Anghra Bitterfang …” ancora chino iniziò a ridere perfido, sempre più forte. “Ma non ti aspettare che qualcuno la voglia con quel nome … ah ah ah!” Ghero si voltò, i suoi passi sonori riecheggiavano per tutto il maniero, e pensava che tutto sommato quel nome le si addicesse.

I suoi progetti tuttavia non si realizzarono, Eleine morì l’anno seguente nel tentativo di dare alla luce il mezz’elfo che Ghero tanto desiderava. Morì anche il piccolo. Sollecitato da Earoth prese di nuovo moglie, una donna bruna e prosperosa di un maniero confinante,che riempì ben presto la rocca di mocciosi urlanti. Intanto Anghra cresceva, nessuno la insultava, ma quando passava ogni chiacchiera si trasformava in un sussurro, ogni sguardo diventava obliquo. A Ghero tutto sommato piaceva quel suo procedere insolente, il suo modo di fare selvatico, certo non somigliava molto a sua madre, non aveva i suoi chiarissimi capelli lisci, ma color miele e piuttosto arruffati, ne aveva il suo dolce sguardo verde, bensì occhi blu scuro, penetranti e perennemente seri. Il suo retaggio elfico le donava orgoglio, distanza ed una certa grazia, ma l’evidenza silvana si manifestava nella rabbia ferina qualora perdeva il controllo. E succedeva spesso. Odiava stare chiusa nel maniero, quindi spesso era fuori, arrampicata su qualche torrione e albero, a osservare i fratelli combattere. Nel paese sottostante la rocca la chiamavano ‘la cornacchia’, forse perché era sempre vestita di nero, o forse per sottolineare velatamente la sua non appartenenza ai Bitterfang, da sempre portatori dell’araldo dell’aquila.

Un giorno, dopo l’ennesima lite con la grassa matrigna che non sperava altro che la sua morte, Anghra staccò un pugnale dal muro o lo piantò con energia sulla mano della donna che cercava di schiaffeggiarla. Pochi istanti dopo le guardie la gettarono ai piedi di Ghero. “Non ti faccio ammazzare perché mi ricordi vagamente tua madre”  Anghra sollevò lo sguardo con aria di sfida “Tuttavia nessuno vuole una bestia selvatica come te, così, visto che non ti trovo marito e che ti piacciono tanto le armi, da oggi vivrai in caserma. Se sopravvivi all’addestramento te ne puoi anche andare a combattere”, Earoth ridacchiava dietro le sue spalle, lei si rialzò con un sorrisetto di trionfo, e uscì lanciando uno sguardo bieco al ‘padrino’. Ghero si rivolse all’amico “e tu andrai con lei. Ti assicurerai che non muoia di stenti e che nessuno la tocchi. E’ sempre una Bitterfang.” Earoth replicò “dubito che le servirà, quella si difende bene da sola.” Infatti se la cavò, ma fu dura, rubava il cibo se aveva fame, traeva risorse dalla sua sconfinata rabbia, rendendo 100 volte crudeltà per crudeltà, dolore per dolore, sangue per sangue. Rispettava malvolentieri gli ordini, pur riconoscendo i vantaggi della tattica, imparò a controllare la paura, voleva morte e vendetta contro tutti e tutto. Con la rabbia che solo un bastardo indesiderato può covare, con l’abisso di un’anima che nessuno ha mai amato, con la fierezza di chi non ha niente da perdere imparò a sopravvivere, ed iniziò a combattere scoprendo che dare la morte le piaceva. Le mancava solo una ragione, la trovò in Alhazhar, da allora immolava ogni sforzo allo scopo prefisso: morire come un templare del Grande Padre Alhazhar, un Angelo Nero oppure morire nel tentativo di diventarlo. Con questo spirito si unì alla prima compagnia di ventura che passò in cerca di reclute per oltrepassare il confino di Arath, le ‘Zanne Insanguinate’. Felice di allontanarsi da quel maniero opprimente progettò di farvi ritorno solo per uccidere Ghero, sul suo stesso scranno di pietra.

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