Paranoia

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Il nobile era seduto sul terreno della stanza più profonda dei sotterranei della villa, un antro totalmente spoglio di mobilio o decorazioni. Quanto tempo era passato? Minuti? Ore? Giorni? Il mondo esterno alla stanza sembrava così distante, tanto da far nascere il dubbio sull’effettiva esistenza di un qualche mondo oltre quelle cupe mura.
Perchè le genti d’Oriente si affannavano così tanto per salvare un mondo così assurdo, dove solo l’imprevedibilità sembrava la sola caratteristica costante? Nessuna parvenza di ordine, regola, causa ed effetto; l’entropia aveva impregnato l’oscena banalità, e questo patetico mondo era il risultato. E ciò nonostante, tutti erano sempre pronti ad accorrere al richiamo delle armate, a rischiare la vita per un inutile terra, che appartiene solo a entità insulse come il destino.

La nera maschera giaceva sul pavimento della stanza, illuminata dalla sola candela, ormai quasi esaurita. Un simbolo ambito da chiunque, in quella ancor più patetica regione. Contee, ducati, regni, tutte effimere manifestazioni della volontà umana di ergersi su troni fatti di simboli senza significato, e tenuti insieme dalla cieca ambizione.
Quanto sembravano piccoli gli uomini, adesso. Dall’alto della montagna nella sua mente, il nobile si sentiva sopra chiunque altro, seppure si trovasse nei sotterranei. Sulla vetta che esisteva solo nei suoi pensieri, il nobile osservava i mondi sotto di lui, e non poteva che disprezzarli tutti. La materia è limitata, prigioniera di una forma che mai potrà abbandonare, e a chi sa osservare persino un granello di sabbia appare protagonista di una lotta senza speranza per potersi tramutare in qualcosa di superiore. No, molto meglio rifugiarsi sul suo monte di logica e pensiero, la vera essenza dell’esistenza, la vera prova della propria esistenza. Lontano dalle infantili vendette, la ridicola morale, i pretenziosi ordini impartiti da chi si dichiara “superiore”. Superiore in cosa? Da lassù, tutti gli uomini sembravano uguali. Nessun nobile, nessun paria, nessun angelo, nessun demone. La solitudine, lassù sulla montagna, era tutta la compagnia di cui aveva bisogno. Lassù poteva vedere infiniti universi, e di ognuno di essi poteva essere Re.

Imperatore.

Dio.

“Mio Signore, desiderate qualcosa? Ormai sono ore che siete quaggiù…”

L’orribile suono giunse alla mente del nobile, e squassò come un potente terremoto tutta la sua montagna. Frammenti di pensiero crollarono sul suolo della realtà col più atroce dei rumori, intere stelle esplosero, e il freddo fuoco della banalità incenerì la mirabile opera che si era formata nel puro pensiero. Un insopportabile dolore, durato un’interminabile frazione di secondo, e il nobile si voltò di scatto.

“Non mi occorre niente, Nadia. Ma avvicinati. Desidero parlarti.”

La giovane serva rimase impietrita dopo aver mosso un solo passo nella stanza. I suoi occhi, come quelli della totalità della servitù, non avevano mai visto il volto del padrone. Il signore della villa era sicuramente un nobile insolito, ma vederne il volto non poteva che rappresentare un grosso guaio.

“Signore, vi prego, vi scongiuro, perdonatemi! Non avevo visto che… che non avevate… Vi giuro che non ho visto niente, me ne vado subito!”

La voce del nobile era precisa e fredda, come il taglio di un pugnale.

“Sciocchezze. Ti ho ordinato di avvicinarti, e farai come ho detto. Non hai niente da temere.”

Il cuore della paria batteva all’impazzata, tanto da non poter distinguere un colpo dall’altro. I lunghi capelli neri, riversi sul petto, testimoniavano quando la poveretta stesse tremando di terrore. Facendo appello a tutte le sue forze, trovò chissà dove il coraggio di avvicinarsi.

“Siediti.”

“Perdonatemi… Sono solo una paria, e… E volete parlare con me? Non capisco…”

“No. Certo che no. Ma non serve. Non ti chiedo di capire. Ti chiedo di ascoltare. Una volta io ero proprio come te. Il mondo, te ne sarai accorta, è un luogo spaventoso. Chiunque, nel mondo, è sempre pronto a sfruttare ogni possibilità per prevalere su di te. E allora c’è una sola cosa che puoi fare. Puoi diventare più forte, imporre la tua potenza sugli altri, e poter dichiarare, a ragione, di valere di più. Di essere su uno scalino più alto. Ma non tutti possono permetterselo, giusto?”

“Giu… giusto signore. Certamente.”

“Sei una ragazza intelligente, Nadia. Occorre avere il coraggio di spingersi oltre. Un coraggio che in pochi hanno, perchè l’obiettivo che si prefiggono sembra irraggiungibile, e allora perdono le speranze. Oppure, come spesso accade, si rendono conto di quanto dovranno sacrificare. Il prezzo da pagare per realizzare i propri sogni è quasi sempre incommensurabile.”

“Io… Non capisco, perchè mi state raccontando tutto questo? Perdonatemi Visc…”

“NON DIRE MAI QUELLA PAROLA! In questa che è la mia casa non sarà mai più fatta menzione del giogo che mi tormenta! MAI dovrà essere pronunciata! Vili plebei, non capirete mai! Credete che sia un gioco? Credete che sia la coronazione di una vita? Non potete neanche immaginare il prezzo che ho pagato! Non potete rendervi di conto di COSA HO FATTO per ottenere la mezza maschera! NON USARE quella parola con fare lusinghiero. Si tratta di una maledizione, frutto dell’ignoranza, peccato mortale di cui io e gli altri stolti come me abbiamo osato macchiarci!”

La serva non riusciva più a sentire e vedere niente, stordita dall’assoluto terrore che l’aveva assalita. Non aveva mai creduto alle voci messe in giro dagli altri servi, che spaventavano i nuovi arrivati raccontando che il padrone della villa cambiava di aspetto quando era in preda alla collera, come se nascondesse dentro di sé uno dei demoni di Orione, sempre ponto a spuntare fuori. Ora che ne vedeva il volto, poteva più di chiunque altro accreditare quelle dicerie.

“Perdono! Chiedo perdono! Vi prego signore, non fatemi del male!”

E come era arrivata, la rabbia scomparve dal volto del nobile. E la serva si rese conto di quante facce poteva avere il suo padrone. Una maschera dietro a un’altra maschera, che a sua volta cela innumerevoli maschere. Ma allora, chi era veramente il suo padrone?

“No. Certo che non ti farò del male. Non è colpa tua. Ma posso aiutarti a capire. Ecco, prendi il mio mantello, e indossa la maschera. Forse dopo, la penserai come me.”

La paria, scossa dai continui cambi d’umore del nobile, non sapeva più come reagire.

“Ma non posso signore, non è permesso… I paria non possono indossare la maschera, soprattutto quella completa!”

“Insisto. Indossala, e dopo capirai.”

Con mani tremanti, la serva raccolse il mantello, e si legò la maschera sul volto. La candela era ormai totalmente esaurita, e attraverso i piccoli fori per gli occhi presenti sulla maschera la ragazza riusciva solo a scorgere la sagoma del suo padrone, lievemente illuminata dalla scarsa luce che filtrava dalla porta.

“Ecco, ti sta proprio bene. Come ti senti?”

“Sinceramente signore… Non mi sento molto diversa da prima…”

“ESATTO! Non cambia niente vero? Una miserabile eri, e una miserabile resti! Una nullità, in confronto al cosmo! Un’infinitesimale frammento di un minuscolo granello di sabbia!”

Gli occhi del nobile erano nuovamente illuminati dalle fiamme della rabbia, un nero fuoco che bruciava più dell’inferno, e la serva era totalmente incapace di rispondere, o addirittura di pensare.

“CAPISCI ADESSO? Migliaia di stolti sarebbero pronti a tutto per indossare una maschera come quella, e io forse sono stato tra quelli che ha sacrificato di più. Perchè io me ne sono reso conto. Ho coscienza di ogni minima azione che ho dovuto compiere per mettere per la prima volta la maschera sul volto, il dolore che ho causato, ne sento gli artigli in ogni istante. E per cosa? Per NIENTE! Perfino tu, una paria analfabeta, riesci a capirlo! Ma non io! Non colui che è considerato uno dei massimi sapienti di questa contea, no, io non lo capii! E solo ora realizzo che ciò che cercavo è sempre stato nella mia mente, la pace che desidero è altrove, lontano da questa terra, e ormai non potrò più raggiungerla! Non dopo aver macchiato irreparabilmente la mia anima, per ottenere quella maledetta maschera! Provo solo odio per ciò che quegli abiti rappresentano! Sono soltanto un simbolo di un mio stesso limite! E i limiti vanno

Forse un minuto, forse un secolo dopo, un servo si recò nella stanza. Varcata la porta, i suoi occhi si posarono su una scena che mai avrebbe pensato di vedere. All’inizio non riuscì bene a capire, a causa della profonda oscurità che regnava nella stanza. Quasi un buio innaturale, come se tutte le ombre si fossero concentrate tra quelle mura. La luce che filtrava dalla porte illuminò da prima una maschera a pieno volto, legata sulla testa di qualcuno, che portava dei sontuosi abiti nobiliari. La figura si trovava riversa sul pavimento, in posizione scomposta, e un istante dopo il servo si accorse della pozza di sangue che circondava il corpo.

“ALLARME! Il padrone! Qualcuno l’ha assassinato! è morto!”

E in quel momento, da dietro la porta, il servo udì una voce che pareva fatta della stessa materia dell’oscurità stessa, ma che non poteva che appartenere al suo signore.

“No. Non è morto. In realtà, non è mai vissuto.”

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