Parole……

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– Povera creatura!!! È un anno che non dice parola.-

– Si dice sia stato il Padre a tagliarle la lingua. –

– I boia sanno essere crudeli non solo con i condannati, ma sono boia anche in famiglia!!!

– E quella povera donna di sua moglie. Si dice che abbia ucciso qualcuno per portarsela via. C’è
chi per avere dei bei calzari uccide, lui voleva una donna e prepotente come tutti i boia l’ha presa!!

– Taci stupida, attenzione, arriva la “ donna”…-

Isolde fulminò con lo sguardo le donne intorno a lei. Ogni giorno era solita portare Miralys fuori per farle prendere un po’ d’aria e ogni giorno doveva sentire quelle malelingue parlare in quel modo.
Era passato ben un anno e da allora non era uscito più alcuna parola dalla bocca di Miralys.
La bambina guardava con i suoi grandi occhi nocciola la madre, boccheggiando, provando e riprovando ma non riusciva a proferire alcun suono. Ogni volta gli occhi di Isolde divenivano tristi nel vedere la sua creatura ridotta in quello stato. La colpa era sua, era stata lei a volerla proteggere dalle crudeltà del mondo e ora ne era rimasta tanto scioccata da essere diventata menomata. Lacrime amare scendevano dagli occhi cangianti della madre che prese la fragile figlia in collo, abbracciandola forte. Isolde era sola. Anche Mikhal se ne era andato da quel giorno o meglio Lubeck, madre di Isolde, gli aveva raccomandato di non farsi vedere dalla figlia. Aveva detto che forse la bambina non vedendolo avrebbe ricominciato a parlare. Ma così non era stato.
Miralys era sempre stata allegra e ora invece era sempre timorosa e attaccata alle sue gonne. Ritornarono a casa. Non c’era altro che crudeltà fuori.

Miralys osservò la madre e quelle persone a lei sconosciute. Quest’ultime avevano sguardi ostili o aperti in una strana espressione che aveva capito essere pena. Lacrime si apprestarono a giungere negli occhi della piccola, lacrime di solitudine.
<<Perché mi guardano così? >>
Si aggrappò più forte alla madre tornado a casa. In lontananza riuscì a scorgere la forca e l’immagine di un uomo vestito di nero che si apprestava a levar l’ascia. Un brivido attraversò il corpicino di Miralys ripensando a quel giorno.
<Ho paura… l’uomo nero mi ha portato via chi amo…il mio papà è stato mangiato…>>
Tornarono a casa. Questa era vuota, appena scaldata dal camino nella sala fatta di fredda pietra di cui era così ricca Arath. La notte giunse presto e così Isolde si attardò nel salone, non riuscendo a dormire. Qualcuno bussò e aprendo la porta comparve l’enorme figura di Mikhal Rockraven, dallo sguardo triste e burbero che da più di un anno lo accompagnava.

Come va moglie mia? Ha parlato? –

Isolde lo guardò tristemente, con gli occhi pieni di lacrime, mentre dalle labbra tremule tratteneva i singhiozzi.

– Oh Mikhal, quello che facciamo è tutto inutile. Ormai è troppo tardi perché si riprenda e rimarrà
così per sempre e questo per quel maledetto giorno…. –

Calde lacrime uscirono dagli occhi della donna che cominciò a piangere disperata.

– Ormai non parlerà più… –

Mikhal prese tra le sue le mani di Isolde. Con l’unico occhio triste guardò la sua amata, guardò la sua casa e pensò alla sua figlioletta; era un anno che non la vedeva, da quel giorno maledetto e solo chi comandava gli astri, chiunque fosse, sapeva che gli mancava da morire quel sorriso di piccoli dentini e quegli occhi grandi con cui lo guardava piena di amore e sorpresa. Scosse la testa e, risoluto, posò lo sguardo su Isolde.

Ti prego Isolde….Lasciamela vedere solo pochi istanti…poi giuro, per il suo bene, non mi farò più vedere. –

Isolde percepì il dolore nella voce del marito, dolore per la sua bambina, la loro bambina. Annuì lievemente. L’uomo passò avanti giungendo alle scale che conducevano alle camere da letto. Si avvicinò alla porta e stesa sul suo giaciglio scorse una piccola figura rannicchiata, il suo pulcino. Dormiva profondamente con un lume accanto. Il buio la terrorizzava, aveva detto Isolde. Si avvicinò al letto e vide la sua bambina così diversa da un anno prima. Sembrava essersi alzata in altezza ma il visino era smunto e poteva intravedere da sotto le coperte le piccole e gracili gambe. Posò una mano sul viso della piccola dormiente appena illuminato dalla fioca candela.

– La mia bambina… la mia piccola Mira…come sei cresciuta… –

Fece un sorriso storto e cominciò ad accarezzarle i soffici capelli scuri.

– Non sai quanto mi manchi bambina mia…da quel giorno non ho potuto vedere il tuo viso gioioso. Purtroppo il mondo è crudele, purtroppo non sempre c’è giustizia, pace o felicità…l’amarezza, la paura ed il terrore guidano Arath. Ma quello che vorrei dirti e che spero tu possa sentire è che…il patibolo, la veste nera…tutto ciò mi rende il terrore delle persone, mi rende il tuo uomo nero e il tuo terrore io ti dico che sotto quel cappuccio nero e nonostante tutto il sangue che mi circonda ci sono sempre io, tuo padre e nulla di tutto questo potrà cambiare l’affetto che provo per te. Mira, figlia mia, cresci, ricomincia a parlare. Il mondo è crudele, è così ma sempre la luce potrà filtrare.
Tu e tua madre, siete la mia luce e non sarò di certo io a permettere che siate oscurate da me. –

Osservò la bambina che cominciò a rigirarsi nel letto e in un attimo socchiuse gli occhi. Le vide scendere qualche lacrima, mentre mormorava nel sonno. L’uomo si allontanò uscendo dalla stanza ma non prima di aver posato un bacio sulla fronte della fanciulla. Solo un mormorio roco ed infantile ruppe il silenzio della camera, quando Mikhal se ne fu andato.

– Papà…-

Isolde aprì gli occhi. Si guardò intorno e si rese conto di non essere nella sua camera. Mikhal l’aveva salutata in quella sala  e lei era rimasta per finire qualche ricamo. Le ossa erano indolenzite per aver dormito sopra la poltrona consunta. In piedi davanti a lei c’era la sua bambina; lo sguardo risoluto, la piccola bocca piegata severamente e già vestita di tutto punto con la piccola mano che si tendeva verso di lei.

– Andiamo. –

La fanciulla rimase sbigottita e, tra la sorpresa e lo spavento, prese la mano della piccina. Quasi inerme si fece trascinare gentilmente verso l’esterno. La bimba le lasciò la mano, per proseguire con i piccoli passi decisi  verso la grande piattaforma.
Gli occhi di Isolde si riempirono di orrore e le gambe cedettero. La bambina si stava avviando verso la forca!

Miralys continuò a camminare con passo risoluto verso la forca, dove la gente si era ammassata. Passò in mezzo ponendosi in prima fila, come già fece un anno prima. Osservò il boia, poi il condannato, un uomo vestito di stracci. Stavolta non vi erano asce a recidere teste sul collo, ma una corda appesa a una trave. Il boia infilò il cappio al condannato, mentre la bambina appena udiva l’araldo farsi portatore della parola del podestà e appena sentiva i mormorii dalla folla tanto era concentrata su quei movimenti. La corda sul collo, appena stretta. Gli occhi colmi di paura e disperazione della vittima ormai troppo provato per opporre resistenza. Rimase lì, impassibile, senza né urlare né proferir parola. Alla fine la botola fu fatta scattare e la corda si tese di scatto provocando un forte schiocco, il rumore di ossa spezzate. Miralys guardò gli occhi ormai privi di vita del condannato, con un’espressione impassibile, indecifrabile. Improvvisamente salì sulla forca tra mormorii di sorpresa della gente intorno che fino al suo arrivo su quel palcoscenico di morte urlava sguaiata. L’improvviso silenzio incuriosì il boia che voltandosi vide la piccola, la sua bambina che si avvicinava a lui passo dopo passo, lentamente. Poi, con una lentezza estrema, la bambina prese mano nella mano il padre, per poi posare la guancia sopra di essa. Era calda, umana; ruvida al contatto. Una mano umana, la mano di suo padre. La baciò lievemente e osservò dal patibolo la folla intorno che la guardava attonita. Solo una figura si avvicinò a lei…Isolde, con mani tremanti si avvicinò al patibolo, tendendo le mani verso Miralys.

– Su Mira, scendi da li…non è posto per te questo, su avvicinati… –

– No. –

Una singola sillaba. Solo questa proruppe dalla bocca, con voce roca una voce che poco aveva di bambina. Strinse la mano del padre tenendo stretta quell’enorme mano tra la sua così piccola.

– Non ho paura dell’uomo nero. Né mai mi porterà via perché il mio papà stesso è l’uomo nero. –

Mentre la piccola proferiva le sue prime parole dopo ben dodici lune Mikhal cominciò a togliere il cappuccio dal viso, lentamente, guardando la sua bambina, il suo tesoro. Il boia si avvicinò all’araldo ed ai suoi assistenti senza mostrare il turbamento che gli altri mostravano.

– Su, lo spettacolo è finito. È ora di rimettere a posto il patibolo. –

Detto questo, fu il primo a slegare la corda da sopra la forca, facendo cadere con un tonfo il corpo del condannato. Un assistente stava per avvicinarsi al corpo per togliere la corda dal collo ma con le piccole ed agili dita ci stava già pensando Miralys, incurante dell’odore acre degli escrementi che provenivano dal condannato. Mikhal alzò un sopracciglio, per poi chiudere gli occhi ed annuire.
<<così deve essere. Non si può nascondere ciò che siamo né la crudeltà. Neanche i bambini si possono permettere il lusso di non vedere. Così sia allora>>.

Mentre era occupato nei suoi pensieri la bambina aveva finito di allargare la corda e la porse al padre.

– Eccola. Ti serve, no? –

Mikhal la prese, annuendo. La mise in una bisacca, dove teneva tutte le sue attrezzature.

– Si. Mi serve. –

Il boia sorrise alla figlia, prendendola in collo .  Si girò verso gli assistenti.

– Bene, pensate voi al resto. Io, devo tornare a casa a sistemare qualcosa. –

Miralys si appoggiò al petto del padre chiudendo gli occhi. Sentì l’odore acre del sangue che impregnava quella veste e allo stesso tempo percepì distintamente i battiti del cuore del padre. Lo abbracciò forte e nascose il viso tra le sue vesti.

– Papà…finalmente sei tornato…

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Commenti

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4 commenti

  1. Ecchemmiseria!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    Sconvolgente…

    E poi ci credo che è venuta su un po’ psicolabile, povera miralys!!!!

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