Paso doble (Ritorno al campo)

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Il fango appesantiva i loro passi e le loro anime mentre tornavano mestamente al campo che  il Conte di Kanthas aveva concesso agli avventurieri delle Zanne Insanguinate. Solo Fredrick, il taciturno ranger Von Wolven, sembrava velatamente in spirito, meno ombroso del solito scandiva i passi lanciando in aria e riprendendo il prezioso pugnale, trofeo del vincitore della prestigiosa Lizza d’Arme dell’Iscuto. Si marciava silenziosamente, ognuno rinchiuso nei propri pensieri, Anghra osservava alla sua destra Araal, l’agile guerriero Arathiano manteneva il suo contegno nonostante le ore di marcia ed il mantello pesante d’acqua, l’espressione era insondabile. Sentendosi osservato lanciò un’occhiata interrogativa ad Anghra che ricambiò, ma nessuno dei due aveva voglia di intavolare una discussione, pertanto entrambi tornarono a fissare l’orizzonte, con gli scudi di traverso sulle spalle e i cappucci percorsi da piccoli rivoli di pioggia. Il pensiero della sacerdotessa tornò per un momento a poche ore innanzi, quando combatteva per la vita spalla a spalla con lo stesso Araal. Entrambi fendevano affannati l’aria con le spade  alla ricerca di quella specie di folletto, sedicente Re dell’Inverno, che spariva e riappariva a suo piacimento nel piazzale dell’Iscuto, emanando una mortale quantità d’energia. Forse era lui stesso a  suggerire parole d’odio all’orecchio dei marchiati dal Nerostigma i quali impazzivano, attaccando con inaudita violenza chiunque avessero intorno, o forse semplicemente quella creatura orribile era solo un diversivo. Nella testa aveva ancora tanta confusione, da quando era a Kanthas aveva assistito a una tale quantità di prodigi da non potersi capacitare. La giornata era iniziata male, il mattino di quello che doveva essere un giorno di festa si era presto addensato di oscuri presagi: la riunione delle tribù barbare di Pietralba, dopo un inizio relativamente pacifico, rovinò in un reciproco accusarsi. Lo scopo del concilio era lo stipulare un’alleanza per fare fronte comune contro dei nemici comuni, tali Serpens, che evidentemente affliggono quell’area. L’immaginazione di Anghra era stata fortemente colpita dalla strana donna, giunta in rappresentanza della tribù dei Cyreth. Parlava con un accento ruvido, per lei nuovo, e sembrava essere sorta dai ghiacci. Aveva profondi occhi scuri che si muovevano appena nello scrutare, imperiosa ed immobile, le persone intorno a se. Alcuni sostenevano fosse benedetta da Shiva, probabilmente una divinità delle gelide lande da cui proviene il suo popolo. Aveva udito qualcuno chiamarla Criarca, Criarca Rianna. Il mantello e la tunica ricordavano i colori dell’alba e rilucevano di elaborati cristalli trasparenti, che tintinnavano e rilucevano ad ogni suo movimento, conferendo alla donna un aspetto algido e quasi ultraterreno. Parlava con labbra quasi bianche, calma, come da un luogo lontano, e le sue parole erano fredde quanto le sue posizioni. Se la maggior parte degli altri erano infatti propensi ad allearsi lei dichiarava con fermezza che il suo popolo, di studiosi ed elitari osservatori, non voleva aiuto e non ne avrebbe fornito, congelati nella loro neutralità da millenni. Questo ovviamente scatenò le ire dei poco raffinati confinanti che urlavano e pestavano i pugni in terra, senza destare in lei alcuna reazione. La discussione andava avanti da un bel po’, quando accadde l’impensabile. Ad uno ad uno i capi presenti vennero colti da un inspiegabile senso di gelo, che li ghermiva dal profondo facendo tremare come foglie quegli imponenti guerrieri coperti di pellicce ed armature, abituati a sopportare i climi più estremi e che di certo non erano adusi a lamentarsi. Solo la Criarca non ne è stata preda e questo ovviamente l’ha resa bersaglio di accuse di avvelenamento. Un alchimista presente aveva analizzato una piccola giara, contenente il sangue dei presenti, passata precedentemente tra tutti i capi per il tradizionale rito d’apertura del concilio, senza trovare tracce di veleni o malefici. Tutti avevano bevuto il sangue dei loro fratelli, e tutti, tranne la donna, stavano mano a mano subendo il misterioso effetto. Fu allora che i marchiati dal Nerostigma iniziarono ad udire qualcosa che gli altri non percepivano, tentavano di ribellarsi a quelle voci misteriose urlando nell’aria il loro rifiuto, ma dopo poco attaccavano furiosi chiunque gli si parasse davanti, devastando ed uccidendo. Subito sono stati sommersi dai compagni nel tentativo di neutralizzarli e poi disarmati. La successiva comparsa del folletto però gettò Anghra nello smarrimento, forse era stato lui a colpire con lo strano morbo i capi barbari, ma perché? Era un emissario di quei tali Serpens? Un loro capo? Di sicuro quell’essere non voleva la pace … ma cosa voleva? La guerriera Arathiana era abituata a combattere uomini in carne ed ossa, che puzzavano di paura, che urlavano e ansavano, che sanguinavano e imploravano nella sublime danza della Guerra, quel folletto non era niente di tutto questo e all’improvviso le comparve innanzi. Prima che lei potesse fare due passi con lo spadone levato, fu investita da una tale energia distruttiva che cadde a terra priva di vita. Qualcuno deve averla soccorsa, quando riaprì gli occhi scorse i volti appannati di Araal e Fredrick chini su di lei, intorno infuriava ancora il caos e lei allungò una mano alla ricerca dell’acciaio della spada, lo trovò e provò a rimettersi in piedi, debole e dolorante, ma pronta a fronteggiare il nemico qualsiasi cosa fosse. Si portò al centro del campo di quella assurda battaglia e vide che la creatura era stata intrappolata in qualche modo nei pressi di un albero, ma tutti si tenevano pronti perché quella sorta di blocco, arcano o alchemico che fosse, non avrebbe tenuto a lungo. Il capitano dell’esercito Khantasiano, un uomo alto e scuro dai modi bruschi e franchi, constatò quanto Anghra fosse malridotta, così invocò il suo dio pronunciando con voce profonda una formula di guarigione, le artigliò una spalla trasferendo in lei nuova linfa vitale e sanando buona parte delle sue ferite. Anghra, non abituata al favore altrui, grugnì una sorta di ringraziamento, preparandosi alla reazione della creatura. Dopo pochi istanti infatti si l’essere malefico si liberò, saltellando e sbeffeggiando i presenti, in una sorta di delirio di onnipotenza. Ad un certo punto però, come colpito da una folgorazione, cambiò espressione ed il ghigno beffardo si trasformò in una smorfia di orrore. Si guardò intorno smarrito, si fece largo tra i presenti correndo, e mentre fuggiva disse ‘ … me ne vado, devo scappare. E’ in arrivo qualcuno più potente di me …’, detto ciò scomparve come era venuto. Nessuno parlò, tutti rimasero impietriti al pensiero di quale abominio a quel punto potesse mai presentarsi al loro cospetto.

Che quello fosse il giorno della sua morte? Anghra chiuse gli occhi e nel buio ricompose il giuramento che pronunziò nel prendere i voti del sacerdozio del Grande Padre Alhazhar: porterò alle ali nere della Morte la mia Anima Indomita. Quel giuramento le sgombrava la mente dalla paura, la quale, si sa, uccide più della spada. Strinse l’impugnatura dello spadone fino ad imbiancare le nocche, riaprì gli occhi e  riassettò l’armatura. Se era li che doveva morire l’avrebbe fatto con l’onore e con l’acciaio.

All’improvviso le nubi si addensarono sulle loro teste, tanto spesse da far pensare ad una notte precoce, uno stormo di corvi si materializzò da quelle stesse nubi, andandosi a posare sulla torre al centro dell’Iscuto. L’aria era carica del loro canto di Morte. Qualcuno urlò ‘Araaaaaath!!’ ed i guerrieri arathiani si schierarono compatti l’uno accanto all’altro, ma Anghra rimase immobile, incredula al cospetto di ciò che vedeva. Scorse non lontano davanti a se comparire una specie di involucro nero, talmente oscuro da assorbire la luce intorno, in un istante che sembrava infinito capì che l’involto era formato da due immense ali piumate che si dischiudevano mostrando il loro fulgido contenuto. Una forma umanoide, un uomo alato dal colore dell’onice, coperto da una abbagliante armatura: un Arcangelo. Un messaggero di Alhazhar si stava materializzando davanti ai suoi occhi, mai nella vita avrebbe mai pensato di assistere ad un tale immenso prodigio. Le forze l’abbandonarono per un istante, ma si costrinse a rimanere cosciente mordendosi a sangue un labbro, intorno a se sentiva mormorare il nome di Nigredo. Il Sacro Simulacro di Alhazhar scrutò imperioso attorno a se ed iniziò a camminare tra i presenti. Ad ogni passo la terra gemeva e chiunque si trovasse vicino al punto in cui Egli posava il piede si trovava scaraventato schiena a terra. Non riusciva a muoversi, incredula e come preda di un blocco, fino a quando Nigredo passò non distante, scagliando al suolo anche lei. Egli parlò.

Non aveva mai pensato a come potesse parlare un Angelo ed ora ne aveva un saggio, le sue parole erano il canto di innumerevoli corvi che ferivano le orecchie con il rombo devastante di mille battaglie, erano il Caos. All’inizio lei non riusciva a comprenderle, ma lentamente iniziò a percepirle, non già con le orecchie, ma con la coscienza stessa. Colavano direttamente su di essa, lente e grevi come gocce di sangue, imprimendovi un messaggio che tutti i presenti ascoltavano al pari suo. Quel messaggio urlava nelle loro teste di levarsi contro la comune minaccia, invocava la Guerra. Come in sogno vedeva il viso fatto di notte contorcersi in espressioni di sfida e disprezzo, ghignando mostrava i denti bianchi, sottolineava ogni ‘parola’ con ampi gesti delle braccia, ed infine levò sopra il capo uno spadone monumentale, fatto manifestamente per gli dei, con cui dilaniò il corpo di uno dei capi barbari intervenuti al concilio, rivelandone la cospirazione. Alcuni stolti paladini si buttarono sul cadavere lacerato dell’uomo nel tentativo inutile di salvarlo, a quel punto Anghra fu solo capace di buttarsi su quello stesso cadavere, individuare quel che rimaneva della testa e staccarla definitivamente dai poveri resti del corpo. Gesto vano quanto il tentativo di salvarlo, non si guarisce dalla lama dell’Entropifero, si muore e basta. A quel punto gli occhi di brace dell’Angelo puntarono la Criarca, esortandola a rivelare quel che sapeva. E la Criarca parlò: il suo popolo aveva individuato in una regione remota del cielo una cometa, sicuramente simbolo latore di grandi sventure. Essi temevano che questo bolide, enorme e velocissimo, potesse addirittura schiantarsi su Whanel. A quel punto Nigredo perse ogni espressione, come a cogliere un verbo che solo lui poteva catalizzare. Anghra non avrebbe mai dimenticato l’immagine meravigliosa e terribile di Nigredo con le ali d’ombra distese dietro la schiena, poggiato sull’elsa della spada formidabile, e non avrebbe mai dimenticato neanche il suo messaggio “Quando l’occhio dorato guarderà la terra dallo zenit del vespro,un occhio terreno scruterà il cielo per la prima volta, e il cielo verserà fiele e sangue a guisa di lacrime.”

A questo ricordo Anghra mormorò il messaggio con le labbra, gocce di pioggia le caddero sul viso mentre lentamente lo sollevava al cielo come alla ricerca di un suggerimento celeste. Araal la guardò, Fredrick alzò un sopracciglio al suo indirizzo. La novizia di Alhazhar sorrise, e dichiarò sommessa ‘Ocolus Aureus’, forse era riuscita a cogliere uno dei suggerimenti del suo dio. Araal capì a cosa stava pensando tanto intensamente ed intervenne “Forse è come abbiamo ipotizzato, la cometa segnerà la rinascita del demone che si è impossessato di quell’artefatto che permette di incarnarsi in un nascituro” Anghra annuì e replicò “Peccato non sia piaciuta alla regina la nostra idea. Uccidere tutti gli infanti nati o che nasceranno in un periodo da calcolarsi poteva essere una soluzione, anche se qualcuno poteva sempre sfuggire. Ad Arath tuttavia aveva funzionato quando si trattò di debellare quella malattia dei neonati, anche se non abbiamo più ragazzini nati tra il ’04 e il ‘06” Araal, che aveva immediatamente notato il sacro simbolo di Nhea portato dalla regina sogghignò al ricordo della sua espressione inorridita “Già, pare che qui gli infanticidi non siano ben visti”. Nel frattempo il loro accampamento era apparso all’orizzonte, in lontananza Anghra scorse Sigfrid che alzò la testa nella loro direzione appuntando le mani sui fianchi. Quando furono prossimi Anghra si staccò dal gruppo per raggiungerlo, Sigfrid chiese ruvido “Allora?” Anghra fissò lo sguardo in quello oscuro dell’imponente e fidato armigero. A Sigfrid bastò un’occhiata per capire che qualcosa era riuscito a sconvolgerla, mentalmente aveva contato la compagnia di ritorno e non mancava nessuno, ma lei aveva gli occhi arrossati e lucidi, sembrava febbricitante. Lei compose l’espressione più inflessibile che potè, serrò le mascelle e disse “Io … noi abbiamo visto l’Arcangelo Nigredo …’, Sigfrid le pose una mano rassicurante sulla spalla pilotandola nella tenda. “Adesso raccontami con calma  …’.

La notte calò fredda e ventosa, dopo aver riferito tutto a Sigfrid Anghra si ritirò nella sua tenda di pelli conciate, sotto molti strati di pelliccia di lupo. Continuava a fissare il buio sopra se, incapace di addormentarsi, ripetendo mentalmente il messaggio divino. Immagini e ricordi indefiniti si avvicendavano nell’oscurità ed infine si focalizzarono nel volto dell’anziano precettore dei Bitterfang che con pergamene consunte le illustrava la storia degli dei quando era piccola. Ricordava bene il poderoso guerriero Alhazhar tracciato approssimativamente, in posizione rigida e stilizzata con lo spadone teso sul capo in atteggiamento di guerra. Nhea dalle ali di neve, il sole e la luna, Elios e Elthrai, e il sapiente Sirio. “Ocolus Aureus, l’occhio dorato” mormorò un’ultima volta prima di posare le ciglia sulle guance.

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