PROLOGO

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“C’era un tempo, nei Colli di Giada, un grande lago azzurro e pieno di vita… i ciliegi in fiore vi si specchiavano e libellule trasparenti come cristallo giocavano fra i petali delicati che danzavano come neve sulla superficie dell’acqua…
Vicino a questo lago, vi era un villaggio di pescatori, che vivevano grazie ad esso e ai pesci che questo custodiva nelle sue profondità… e in questo villaggio abitava Hyosuke, un ragazzino di tanta buona volontà e pur tuttavia molto sfortunato, in quanto i pesci sembravano sempre volergli sfuggire dalla rete, e la sera rincasava sempre a mani vuote, e le sue tre sorelle, che ogni giorno diventavano sempre più magre, erano costrette a cucinare un pugno di riso da dividere fra loro quattro… tutte le mattine all’alba Hyosuke si alzava di buona lena, speranzoso di poter finalmente poter portare qualcosa da mangiare alle sue sorelle ma, un giorno che scendeva dal cielo una pioggerella fine fine, dopo l’ennesimo fallimento, sentì che stava cedendo allo sconforto… s
ono un buono a nulla!, pensava, le mie sorelle devono pensare a maritarsi e io non sono nemmeno in grado di procurar loro la cena!… aveva gettato la sua rete in preda a questi tristi pensieri, ma dopo pochi istanti alla barca venne dato uno scrollone talmente violento che il suo guscio di noce quasi si rovesciò.
Accidenti, pensò, forse questa è la volta buona! … e tira e issa, issa e tira, stavolta aveva davvero preso qualcosa! Impigliato nella sua rete c’era un pesce enorme, di un colore argento scintillante che rifletteva tutti i colori attorno a sé… ma la cosa più straordinaria era la coda, immensa e flessuosa, che sembrava esser fatta tutta d’oro… e il pesce disse a Hyosuke: non mangiarmi! Non mangiarmi! Se mi lasci libero, io ti farò diventare l’uomo più ricco del mondo… e allora, Hyosuke…”

Quante volte avrò chiesto a mio padre di raccontarmi questa favola, tanti anni fa? Quanto mi piaceva, allora, ascoltarla mentre lui mi teneva stretto fra le sue forti braccia! Avevo ancora la bocca sporca di latte, ma tutt’oggi conservo perfettamente quei momenti in fondo all’anima, intatti. E, ad essere sinceri, questi sono gli unici ricordi che mi sono rimasti che ancora riscono a provocare in me un senso di nostalgia che non riesco a controllare e a cancellare definitivamente.
In realtà, ormai ero convinto di esser libero dalla schiavitù che le memorie del tempo passato possono significare per chi, come me, ormai non ha più molto interesse nella Vita. Credevo di aver chiuso il mio cuore a tutto ciò che ero un tempo, e che adesso non sono più, ma mi sbagliavo. In verità, dentro di me c’è ancora qualcosa di quei giorni, e l’alone di pretesa freddezza e insensibilità che mi circonda non è privo di aperture. Piccole, insignificanti forse, ma ci sono.
Da quando ho scoperto di avere ancora una famiglia, mi sono reso conto che ancora qualcosa sopravvive, in me, di quell’affetto che prima mi riscaldava l’anima.
Così ho deciso di guardarmi indietro, una volta tanto. Per rileggere il mio passato, e per non dimenticare. Chi era un tempo Hakù Suhimada? E, cosa più importante, chi è adesso?
Per quanto io e mia sorella possiamo essere diversi, su una cosa non posso darle torto: capire è essenziale. Le proprie radici sono essenziali. Ricordare ciò che è stato, dunque, è parimenti essenziale.
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