Sabbia e pietra

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La ragazza era all’interno della propria tenda, inginocchiata innanzi ad un basso tavolino. Teneva in mano un cono di carta dal quale usciva una densa pasta rossastra che a contatto con la pelle formava intricati disegni. Ormai tutta la mano era decorata e mentre passava ad occuparsi del polso, cambiò la melodia dell’invocazione che stava salmodiando: ogni tratto era associato ad una litania e tutto aveva un significato, tutto era in onore di Hor-Yama e, quel giorno, tutto era finalizzato a trovare una risposta a ciò che la assillava.

Erano ormai più di due settimane che si sentiva irrequieta e non riusciva a scrollarsi di dosso quella sensazione, ma ciò che più la infastidiva erano i pareri delle persone che la circondavano:

       “Mia cara Jaina, ma è normale! Il tuo diciassettesimo compleanno è ormai passato da qualche mese e ciò significa che la tua nomina a Capotribù è alle porte! Sarebbe strano se tu non ti sentissi almeno un po’ agitata!”

Maledizione non era quello! Sapeva che non era quello e lo aveva detto in cento modi diversi! Si sentiva pronta per compiere quel passo, era stata cresciuta con lo scopo di succedere a suo padre: i lunghi allenamenti con le scimitarre sotto il sole cocente delle sue terre; le interminabili lezioni di araldica, geografia e storia nelle fredde notti desertiche; i frequenti viaggi in visita alle altre tribù; le continue meditazioni e preghiere volte al suo Dio… TUTTO ciò che aveva compiuto era stato finalizzato a divenire il Capotribù dei Belgaf-Him… E non avrebbe potuto sentirsi più preparata ed entusiasta per ciò che l’aspettava!

Eppure quella sensazione… Non sapeva come definirla e forse era proprio quello a renderla così insopportabile… Come se si fosse scordata qualcosa, come se le MANCASSE qualcosa… Ma cosa?

 

Cercò rifugio nelle preghiere, sfogo negli allenamenti, risposte nelle pergamene, ma nulla di tutto ciò riuscì a farle trovare un modo per far scomparire ciò che la tormentava. Così si decise a parlare con suo padre: avrebbe fatto di tutto per non ferire quell’uomo, ma vedendo che il passare del tempo non sembrava migliorare il suo stato d’animo, non poté far altro che informarlo della sua decisione di intraprendere un breve viaggio, nella speranza di trovare una risposta e con la promessa di tornare in tempo per la sua nomina.

 

Doveva solo contattare le Diviniste delle tribù, loro avrebbero sicuramente saputo rispondere al suo dilemma riuscendo finalmente a farle ritrovare la pace.

Si recò inizialmente dalla zia Leila, Divinista della tribù dei Belgaf-Him, la quale le disse che l’importante non era raggiungere la meta, bensì compiere il viaggio, al ritorno dal quale avrebbe finalmente trovato ciò che cercava… Poco confortante come visione: aveva appena principiato questo suo cammino e già un oracolo le indicava di tornare al punto di partenza… Certo però non faceva parte del suo sangue arrendersi ancor prima di cominciare e, dopo giorni di galoppo nel deserto, giunse dalla tribù dei Gerghan-Tar, la cui divinatrice, Rasha, le disse che solo nella famiglia avrebbe trovato ciò che stava cercando… Di nuovo… Doveva forse tornare indietro senza aver trovato alcuna soluzione? No, la sua cocciutaggine l’aveva accompagnata da ché era riuscita a muovere i primi passi e certo non l’avrebbe abbandonata in quel momento.

Giunta dalla tribù dei Metha-Ar, Muhja le predisse un incontro che avrebbe cambiato il suo fato… Finalmente uno spiraglio per pensare che qualcosa avrebbe veramente cambiato la situazione ed abbattuto il suo malessere… Ma infine si presentò alla tribù dei Tughor-Tar, dove Hamza le disse che era giunto il momento di tornare sui propri passi poiché il destino la stava già attendendo…

Quando ascoltò l’ultimo responso, erano ormai passati tre lunghi mesi dal giorno della sua partenza. Fece un sospiro, accennando un sorriso forzato e ringraziando Hamza. Sapeva di non poter rimandare oltre il suo rientro, così pose fine alla sua ricerca, convinta ormai di doversi rassegnare a convivere con quella spiacevole inquietudine.

 

*****

 

Il ragazzo si trovava in un’ampia sala di pietra adornata con grandi arazzi rossi e blu che scendevano dal soffitto fino quasi a toccare il suolo. Su questi erano ricamate numerose scene di uomini importanti e fieri ma egli non aveva mai fatto veramente caso ai costosi decori che lo circondavano: quello non era il luogo dove perdersi ad ammirare fronzoli, quello era il luogo dove si ritirava per meditare, con le armi a terra affinché potessero ricevere la benedizione del suo Nume ed i capo chino, abituato a piegarsi solo innanzi alla raffigurazione della Luce del Nord.

Erano giorni caotici per lui poiché si stava preparando ad affrontare il Cammino del Leone.

Karim non riusciva proprio a comprendere questa tradizione: come poteva un ragazzo essere sicuro di trovare la donna della propria vita in un viaggio deciso dal giorno della sua nascita e non scaturito dal cuore?

Aveva posto questa stessa domanda al padre Amjad e al nonno Jaffar, che prima di lui avevano portato a termine questa tradizione, ma non riuscì ad ottenere una risposta soddisfacente…

Il padre era stato il Duca che, da che se ne abbia memoria, impiegò meno tempo a trovare la propria consorte (dopo solo 9 giorni dalla sua partenza, si era già scambiato gli anelli nuziali con Adeela) ma purtroppo ogni volta che si provava a parlare con lui, si finiva sempre col discorrer della sua Impresa del Leone e di come fosse riuscito a domare il Leone Grigio, l’animale più fiero e potente di tutti i ducati, facendo così cadere nel nulla ogni altro discorso…

Jaffar invece impiegò poco più di un anno prima di ritornare con la futura moglie e raccontava sempre al nipote la storia appassionata di come fosse riuscito a conquistare la ‘leonessa’ più indomita di Athar, concludendo sempre col dire che anche Karim sarebbe al fine riuscito a trovare una ‘fiera’ degna di lui, in un modo che ora gli appariva oscuro ma che al momento giusto gli sarebbe stato chiaro come i raggi del sole di mezzodì.

 

Gli incoraggiamenti non servirono a molto, tant’è che, alla vigilia della partenza, Karim continuava ad essere tutt’altro che convinto della riuscita di questa sua ‘missione’.

Un sonno inquieto gli impedì di riposarsi a dovere e quando il cielo cominciò ad essere rischiarato dai primi raggi di sole, innervosito da quel letto che non riusciva a dargli ristoro, decise semplicemente di alzarsi, prendere ciò che gli occorreva per il viaggio ed andarsene. Dove? Naturalmente non ne ave a la più pallida idea, sapeva però di non poter fallire dove i suoi avi erano riusciti.

Mise solo un piede dietro l’altro; attraversando numerose città del Ducato ed incontrando dame che non si sarebbero fermate di fronte a nulla pur di conquistare il suo amore. Eppure nulla lo attraeva… Cosa mancasse in quelle splendide e gentili donzelle non avrebbe saputo dirlo; sapeva solo che nessuna era in grado di convincerlo a rimanere: ogni volta riprendeva il suo cammino ed infine si ritrovò al limitare occidentale del Ducato. Numerose pietre di foggia piramidale segnavano il confine tra la sua patria e il Deserto Grigio. Il futuro Rahis si arrestò subito prima di varcarlo e per un tempo indefinito scrutò le dune che brillavano come se fossero fatte di granelli d’oro, chiedendosi come potesse esser finito in quel luogo.

Immerso nei propri pensieri, fece un passo avanti, poi un altro ancora, fino a ritrovarsi circondato da quelle dune sconosciute. Razionalmente era consapevole che un gesto simile avrebbe potuto costargli la vita, ma in cuor suo sapeva che non sarebbe stato così: dopo ore di cammino incontrò una donna nelle distese di sabbia; ella non apparve sorpresa del singolare incontro e si presentò come Leila Intissar ibn Mahal, sorella del Capotribù Belgaf-Him.

 

*****

 

Il sole stava ormai morendo dietro il profilo irregolare delle dune desertiche, trasformando le pepite d’oro che costituivano i dossi in piccoli opali. Jaina si sarebbe sicuramente fermata ad ammirare quello spettacolo dedicando una preghiera ad Hor-Yama se non fosse stata troppo intenta a spronare il suo nero destriero, che nell’arduo terreno desertico faticava ad andare tanto veloce quanto avrebbe voluto la sua padrona.

Lo sguardo della ragazza era preoccupato e con una mano, invece di tenere le briglie, portava una delle sue scimitarre, pronta a rispondere agli attacchi: non sembrava esserci nessuna minaccia nelle vicinanze ma sapeva che un Sothom-Ger degno di questo nome avrebbe potuto spuntare senza nessun preavviso dal nulla per attaccarla. Tirò un sospiro di sollievo quando, in lontananza, vide le luci dell’accampamento della sua tribù.

Arrivata alle tende a margine dell’accampamento, smontò rapidamente per avvicinarsi al primo beduino di guardia, al quale gridò:

       “DAI L’ALLARME! Sta arrivando un gruppo di Sothom, sono tanti! Attua il piano di fuga per vecchi e bambini… e prepariamoci a combattere!”

La frenesia cominciò a dilagare tutt’attorno mentre Jaina corse verso la grande tenda al centro dell’accampamento. Poco prima di entrare, la madre Yasmina tentò di fermarla farfugliando qualcosa su di un ospite di riguardo ma la figlia sapeva di non avere tempo da perdere e con poca premura spalancò la tenda.

 

*****

 

Karim era rimasto piacevolmente colpito dalle persone e dal luogo in cui si trovava: senza rendersene conto aveva trascorso un’intera giornata a parlare col Capotribù Kamal Intissar ibn Mahal, il quale gli aveva offerto un infuso di Cereo Notturno sorprendentemente rinfrescante.

I due erano seduti in morbidi cuscini, innanzi alle proprie tazze riccamente decorate, sorpresi di quante cose avessero in comune nonostante gli anni passati nell’’indifferenza ed al contempo entusiasmati di ciò che avrebbero potuto costruire unendo le loro forze

Ma d’improvviso la tenda si scostò, lasciando entrare una figura femminile, trafelata e preoccupata. Jaina voleva informare al più presto suo padre della situazione, tanto da non badare minimamente alla presenza dell’estraneo; tuttavia ebbe a malapena il tempo di scusarsi per il suo ingresso rude, che suo padre si alzò frettolosamente, abbracciando la figlia e cercando di metterle in ordine capelli e vestiti:

        “Jaina! Figlia mia, mia luce, sono così contento di rivederti! Arrivi proprio al momento più opportuno, permettimi di presentarti LORD KARIM RASHID KOMEIN, FIGLIO DI AMJAD…”

Pronunciò quel nome lentamente, tanto da far pensare a Jaina che avesse corretto il suo infuso con una goccia di liquore di troppo; ma invero voleva solo esser sicuro che sua figlia capisse chi aveva innanzi e si comportasse di conseguenza: la conosceva abbastanza bene da aver paura di una sua reazione eccessiva… Chissà, avrebbe potuto rivangare episodi spiacevoli di un passato lontano, vicende che avevano portato alla lunga indifferenza tra le “genti di pietra” (soprannome dispregiativo che i beduini avevano dato agli athariani) e le tribù desertiche… Tutti eventi che Kamal era convinto si dovessero accantonare in nome di un futuro più prospero per tutti.

Jaina ovviamente capì chi aveva innanzi e fu sollevata nel pensare che non avrebbe dovuto inscenare tutti quei salamelecchi che il futuro Rahis sicuramente si aspettava: la situazione le permetteva di essere irriverente e, scusandosi con un inchino appena accennato nei confronti di Karim, tornò a parlare con suo padre:

       “Sta arrivando un nutrito gruppo di Sothom-Ger! L’ho visto in lontananza mentre rientravo, credo che abbiano ucciso gli esploratori perché sono vicini! Dobbiamo prepararci!”

Intanto aveva notato che il giovane ragazzo si era alzato ed aveva cominciato ad aggiustarsi la pregiata armatura, a stringersi il costoso scudo e ad impugnare l’appariscente mazzafrusto … No, Jaina non voleva un pomposo nobilotto al suo fianco in battaglia, non voleva fargli da badante e soprattutto non voleva che le future generazioni Komein la incolpassero della sua morte! Quindi sfoderò lo sguardo più serio che aveva, dicendo:

       “Forse sono qui per voi… Fareste meglio ad andarvene…”

Karim accennò un sorriso sicuro (quello che solitamente faceva cascare le nobili dame ai suoi piedi) ed impugnando anche la spada, disse:

       “Dubito che siano qui per me: neanche io sapevo che sarei giunto qua quest’oggi… Ad ogni modo mi rammarica non poterci presentare a dovere, capireste che non sono tipo da andarsene sotto un attacco Sothom-Ger…”

La ragazza rimase sorprendentemente soddisfatta della risposta ma, come ogni donna che si rispetti, non poteva certo rimanere senza parole; mentre in lontananza già si sentivano grida di Scorpioni, Jaina guardò con aria di sfida Karim e disse:

       “Spero sappiate sorprendermi… Ne avremo bisogno…”

 

*****

 

Nessuno aveva presagito un attacco così cruento da parte degli Scorpioni, erano numerosi e ben organizzati; ma per fortuna non erano riusciti a sorprendere l’accampamento e la risposta dei Belgaf-Him fu spietata.

Se c’era una cosa che Jaina aveva imparato a temere in un combattimento come quello, era la presenza dei Niger Magister: ogni volta che scendeva nel campo di battaglia, scrutava i suoi avversari in cerca di possibili praticanti dell’occulta arte.

Nel buio della sera e nel clangore della battaglia, non era facile riuscire a distinguere forme e movimenti sospetti, ma alfine, a pochi passi da lei, notò un individuo con un profondo taglio nel braccio, che stava salmodiando strane parole mentre si allontanava dal centro della battaglia… Jaina aveva già visto quella faccia, la sua lama aveva già assaggiato la carne di quel bieco individuo; ma al tempo non era riuscita ad elargirgli la fine che si meritava, ottenendo solo di sfregiargli la faccia e fargli perdere l’occhio sinistro.

Doveva seguirlo e terminare ciò che aveva cominciato quasi due anni addietro, ma non poteva farlo da sola. Con la coda dell’occhio vide accanto a se’ un valoroso soldato che stava dispensando morte tra le fila nemiche, lo afferrò per un braccio dicendogli:

       “Per di là! Ho visto Nazir! Sta scappando!”

Solo quando si voltò, il chiarore della luna piena illuminò i lineamenti di Karim… Jaina rimase interdetta qualche istante, cercando un modo per dissimulare quanto appena detto, ma il ragazzo si era già involato nella direzione indicatagli, incitandola ad affrettarsi e chiedendole chi fosse questo Nazir.

Arrivarono infine a scavallare una duna dietro la quale avevano visto scomparire il mago, ma ciò che li attese non fu affatto rassicurante: quattro individui giacevano a terra ed il loro sangue si era innaturalmente raccolto ai piedi di Nazir, che pronunciò un’ultima parola prima di tagliarsi la gola e cadere al suolo con un tonfo sordo.

Inizialmente sembrava non dovesse accadere nulla: un’innaturale quiete, la stessa che solitamente preannunciava l’arrivo di una tempesta di sabbia, portò Karim e Jaina a guardarsi negli occhi, cercando l’uno nell’altra la conferma alla speranza che qualcosa fosse andato storto in quel blasfemo rito, senza riuscire però a trovarla.

Dopo qualche attimo il sangue a terra cominciò a ribollire e più ribolliva, più aumentava di volume, inglobando i corpi dei ritualisti… Non era SOLO sangue, era qualcosa di vivo, qualcosa con una volontà propria, qualcosa che stava crescendo a dismisura sotto gli occhi sconcertati dei due giovani.

In pochi attimi una creatura imponente prese forma: era immensa, così alta da oscurare la luce della luna, il corpo completamente ricoperto da nere squame che trasudavano un liquido denso e vermiglio; le ali erano troppo piccole per permettere all’enorme essere di volare, ma al pari delle zampe, dotate di artigli che parevano così affilati da poter tagliar in un sol colpo la pietra stessa. La testa sembrava del tutto simile ad un teschio a causa degli occhi profondamente incavati e delle ampie narici, da cui partivano fila di appuntite sporgenze dirette posteriormente fino ad unirsi alle enormi corna che si piegavano in avanti. I denti bianchi e aguzzi spuntavano dall’immensa bocca, da cui fuoriusciva un alito di fuoco e fumo, in contrasto col gelido sguardo, in grado di agghiacciare i cuori di coloro che aveva innanzi.

Un drago dal portamento fiero, nobile e al contempo terrificante.

Jaina ebbe subito la certezza che quella creatura era troppo per due soli combattenti. Strinse il braccio del suo compagno d’arme sussurrandogli:

       “Non ce la possiamo fare… Andiamocene finché siamo in tempo!”

Ma Karim aveva già stampato in faccia il suo solito sorriso sicuro, guardò Jaina tentando di contagiarla con la sua stessa sicurezza e le rispose:

       “Quella bestia non arriverà al vostro accampamento! 
       Voi dovete solo rispondere a questa domanda: crederete nelle mie parole o farete un passo indietro?”
 

*****

 

Karim era sdraiato su un comodo giaciglio, il respiro era pesante ma regolare. Il corpo era stretto in spessi bendaggi, sicuramente puliti fino a qualche attimo prima ma adesso già chiazzati del sangue del ragazzo. Jaina aveva appena terminato di tracciare i consueti e complicati disegni sulla pelle di lui, pregando perché Hor-Yama lo salvasse: Kenso lo aveva già esaminato e per adesso non si poteva far altro che aspettare.

La ragazza si appoggiò ad un basso tavolino da dove poteva osservare Karim; aveva gli occhi pesanti e sapeva che se si fosse sistemata più comodamente non avrebbe resistito al dolce abbraccio del sonno. Si affacciò suo padre, era stanco ed  il dolore per i morti lo facevano sembrare almeno una decina di anni più vecchio. Parlò sottovoce:

       “… Diciotto caduti purtroppo… Gli anziani ed i bambini stanno rientrando… Non sarebbe meglio se anche tu riposassi?”

Jaina spostò lo sguardo al suolo e rispose:

       “Sono stata superficiale padre! L’Oyg-Kenen ci insegna a conoscere prima di giudicare ed io non mi sono mai allontanata così tanto come stasera da questo insegnamento… Non so come sarebbero andate le cose se non ci fosse stato il Lord… Anzi, forse lo so ma ho solo paura di ammetterlo… Il minimo che posso fare è vegliare su di lui…”

Kamal si avvicinò alla figlia per darle un affettuoso bacio sulla fronte e con un sorriso esausto le disse:

       “Può capitare di perdere il sentiero, ciò che conta è fare tutto ciò che è in nostro potere per ritrovarlo… Fa ciò che devi…”

Poi uscì e Jaina tornò a fissare Karim: pensò che non sembrava un diciassettenne; su due piedi lo aveva catalogato come un nobilotto con la puzza sotto il naso ma a guardarlo in quel momento era chiaro che fosse più maturo, che avesse già superato grosse difficoltà. Si ricordò di aver sentito che sua madre era morta per la grande rivolta dell’anno V; eppure non un’esitazione contro Nazir, non un tentennamento dinanzi al drago… Dannazione avrebbe solo voluto che si svegliasse per dirgli quanto era stata stupida.

Frustrata per l’impossibilità di migliorare la situazione, cambiò nuovamente le fasce che avvolgevano il ragazzo, rinnovando i medicamenti. Quando lo fece si accorse che il suo respiro stava diventando più leggero e infatti, dopo poco, aprì gli occhi. Jaina gli rivolse un grande sorriso e con un sospiro di sollievo ringraziò Hor-Yama. Karim ricambiò a stento, lasciando ben presto il passo a smorfie di dolore. Guadagnando una posizione più confortevole, trovò comunque le forze per dire:

       “Avete detto che c’era bisogno di sorprendervi in battaglia… Ci sono riuscito?”

Il sarcasmo palesava il miglioramento nella sua salute, così Jaina si divertì rispondendogli a tono:

       “Mi sorprendereste ancora di più se riusciste ad abbandonare la vostra aria sprezzante: vi accompagna persino mentre riposate!”

Subito dopo però abbassò lo sguardo acquisendo un tono serio:

       “Mi dispiace avervi giudicato superficialmente, spero potremo iniziare con un nuovo passo quando vi sentirete meglio…”

Karim aveva chiuso nuovamente gli occhi ma il sorriso compiaciuto sul suo volto fece capire a Jaina che aveva sentito. Impastando le parole per la stanchezza rispose:

       “È stato un ottimo primo passo, non vi preoccupate… E con quello che abbiamo passato, potremmo anche smettere di darci del voi… Non credi?”

 

*****

 

Erano ormai passate settimane dall’attacco Sothom-Ger: Karim si era rimesso completamente, anche se le profonde cicatrici gli avrebbero ricordato quello scontro per il resto della sua vita; Jaina si accordò per portarlo in visita ai principali esponenti delle tribù desertiche, in modo che le sue imprese presso i Belgaf-Him potessero fungere da germoglio per una nuova alleanza.

I lunghi viaggi per spostarsi da un accampamento all’altro passarono velocemente; i cinque mesi che servirono per incontrarsi con le varie autorità sfumarono più rapidi di quanto si immaginassero e venne il giorno in cui Jaina dovette accompagnarlo al margine orientale del deserto, così da poter rientrare nella propria patria.

Giunti alla meta, il ragazzo oltrepassò le pietre piramidali per poi voltarsi verso Jaina che invece si arrestò subito prima di varcare il confine. L’uno di fronte all’altra, si scambiarono un sorriso pieno di imbarazzo.

Solo in quel momento Jaina si accorse che l’opprimente sensazione di mancanza che l’aveva assillata, era scomparsa negli ultimi mesi… E se ne rese conto quando, in procinto di separarsi da Karim, sentì nuovamente quella fastidiosa emozione affiorare… Con sorriso insicuro ed ironico, dopo un tempo indecifrabile, interruppe il silenzio carico di tensione:

       “Beh infondo mi dispiace che te ne vada, stavo quasi cominciando ad abituarmi al fatto di doverti sopportare…”

Il ragazzo, sentendo le parole, tirò un sospiro di sollievo rispondendo al sorriso; si passò una mano nei folti capelli scuri, visibilmente in cerca di cosa dire. Poi, all’improvviso si rese conto di quanto ridicola dovesse sembrare quella situazione vista da un occhio esterno: aveva affrontato orribili creature, superato una dolorosa guarigione, fronteggiato difficili incontri diplomatici e adesso non riusciva a trovare le parole? Beh, se non volevano uscire fuori, avrebbe fatto senza. Si avvicinò a Jaina e trovò finalmente il coraggio per darle il bacio che meditava da giorni. La ragazza ricambiò e nonostante i due avessero i piedi poggiati in terre così diverse, con quel bacio riuscirono ad unire il divario che li separava.

Karim strinse poi la ragazza a se’, facendole così oltrepassare il confine e, con un sorriso beffardo le disse:

       “Farai un passo indietro?”

Jaina ricambiò lo sguardo provocatorio:

       “Mai, finché sarò al tuo fianco!”

 

Jarim

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2 commenti

    1. Non posso far altro che quotare il Frank: AWWWWWWWWWWWWWWWWWWWW!!!!!!! Che meravigliosa coppia di sboroni! <3

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