Uno di quelli

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Che. Sta. Succedendo.

– Ehi vecchia ciabatta! Che è ‘sto muso lungo? Tieni, prendi un po’ di rum!

Ormai era da un bel po’ di tempo che Eliot aveva qualche problema a dormire e una delle motivazioni erano i suoi sogni. O incubi. O… beh, cose come questa, in cui Candrana le si faceva incontro a passo di danza, spingendo una carriola occupata da un mazzo di bottiglie mezze vuote e da un grande baule dalle maniglie scintillanti da cui provenivano miseriosi rumori. Dietro a lei ciondolava Don Miguel, attirato dall’odore del liquido ambrato che stillava dai bordi della carriola e tenuto ferocemente al guinzaglio dal Commodoro in assetto da guerra e tacchi pericolosamente alti.

– Fermo maldido, FERMO! Alma ti ha appena smacchiato la camicia, se ti sporchi ti DETONO!

Ahhh. È uno di quelli… Eliot sospirò, grattandosi la testa e spingendo via con dolcezza la bottiglia che Artemisia stava cercando di cacciarle in gola usando un paio di tenaglie da fabbro. Non che non si fidasse, eh, ma non ricordava che il rum fosse di un bel colore viola squillante. Con rassegnazione iniziò a guardarsi intorno.

Un gigantesco verme delle sabbie con un vezzoso cappellino di paglia strisciava solenne dietro di lei, ospitando un’intera locanda valdemarita con tanto di tavolini rotondi: Iker e Isabeau giocavano a scacchi usando granchi e mazzancolle variopinte come pedine, essenzialmente per avere una scusa per mangiarsele crude; fischiettando, Jean Claude cercava inutilmente di sistemare sui tavolini alcune enormi saliere d’argento, seguito da Etienne sconsolato, che lo accusava di non saperle tenere dritte per un tempo sufficiente (a cosa? Meglio non saperlo); Alma era comodamente seduta a leggere acciambellata su una delle spire del verme e non una squama osava turbare la sua tranquillità se non con un piacevole massaggio. Stravaccato sulla scia di sabbia lasciata dalla bestia, Ivan prendeva il sole coperto solo da un tutù di foglie di edera e ortica.

Possa Krashni Volk perdonare il mio subconscio.

Una coscia di pollo le volò dritta in bocca. Subconscio, non subcoscia!

– YUHUUUU! Lo dicevo che la centravo alla prima!
– Quella era la MIA cena!
– Seeee, cena… tanto tanto un aperitivino…

Diego e Valérie sfrecciarono a tutta velocità cavalcando tacchini giganteschi che lasciavano un polverone di piume dietro di loro. Pazientemente, l’Arconte Vassilij era intento a raccoglierle al volo, intingerle nella melassa, incoccarle e mirare alla bocca spalancata di Thebau, spiaggiato in un sonno ristoratore sul ramo di un grosso faggio. Da sotto, Madame Artemise lo punzecchiava meticolosamente con una picca, senza purtroppo sortire alcun effetto. Poco distante, Jean Jacques commentava amaramente che non c’erano più le picche di una volta e che si stava meglio quando si stava peggio.

Possa Shiva cancellare questo sogno dalla mia memoria appena mi sveglio.

Logan e Irina affrontavano Léon e Miko in regolare duello all’ultimo sangue, rispettivamente l’uno sulle spalle dell’altra, gridando parole arcane e arcaiche.

– Adusto abituro!
– A chi, a me? Come osi, bambolo eristico!
– HA, ha parlato l’opima soccida!
– Pleonastica sgarzigliona tu e tua madre!

Hari osservava rapito la scena mangiando biscotti grossi quanto il Leviatano, mentre Katia intesseva le trecce del suo promesso sposo di odorosa verbena. Da una gigantesca botte di rovere Vivi mesceva succo di mirtillo, spremuto dai piedi di un girotondo di cinque Yagosh pelosetti, danzanti e ululanti. Non c’era la luna in cielo, ma una gigantesca torta di merli pigolanti e Scarlett che spuntava da dietro la torta, rubava un merlo, gli fumava le piume e poi lo lanciava a Fey, che lo sistemava amorevolmente sulla testa di Aidan. Costui aveva delle meravigliose corna da renna in cui brulicavano tanti piccoli merlotti spiumati in camiciola che stendevano minuscoli panni fra i rami ossei, tutti contenti della loro nuova casa e del meraviglioso bucato bianco che più bianco non si poteva. Merito delle macumbe sonore di Madame Cécile, che poco distante si divertiva a sbiancare le vesti del Freddo miagolandogli addosso.  

Altro che le fauci di Zver! Ecco come deve essere fatto l’inferno.

– Ma no, si sta benone qua!

Sotto un pergolato di randelli Don Esteban stava cercando di innestare un cannone su una vasca da bagno in cui Donna Dorotea cercava invano di farsi un pediluvio ai sali di lavanda.

– Proprio un sogno affollato, non trovi? – La Zarina era comparsa alle sue spalle come una brezza rovente.
– Eeeeh, santa pazienza… – confermò Eliot.
– Ma non ti pare che manchi qualcuno? – disse Zoya con una certa noncuranza.
– Ah, certamente…

Stragov e Raul fecero capolino a braccetto da dietro il verme delle sabbie, vestiti solo di barba, fucili e rosari. Eliot distolse lo sguardo, soffocando un risolino.

– …ma non sono sicura che sia un male, ecco.
– Mmmhhh… Sono convinta che manchi proprio qualcuno, invece – concluse la Zarina con tono grave.
– Vi sbagliate, Golova volka.

Eliot si voltò e indicò a poca distanza quella che sembrava un’alta muraglia avvolta da tralci rigogliosi di edera e vitalbe, talmente lunga che non se ne vedevano né la fine né il principio. Il chiarore dorato oltre il muro delineava controluce i contorni di due figure indistinte. Una era avvolta in un’ampia mantella e sedeva fra le fronde sulla cima della muraglia, dondolando le lunghe gambe magre; l’altra se ne stava a braccia conserte sulla soglia di un cancello, con una spalla appoggiata allo stipite.

– Beh? E questo che significa? – chiese la Zarina aggrottando le sopracciglia.
– Niente di che, Golova volka… – Eliot sorrise, facendo un cenno di saluto alle due figure, che ricambiarono. – È solo che ci sono cose nel profondo a cui non si può dare libero accesso a nessuno… talvolta nemmeno a se stessi… e spesso nemmeno ai sogni.

Le due donne si scambiarono una lunga occhiata e si voltarono nuovamente quando ai tacchini cavalcati da Diego e Valérie spuntarono chele grosse quanto il Leviatano e assalirono il verme delle sabbie rovesciando le saliere di Jean Claude, disturbando il sonno di bellezza di Ivan e interrompendo la piacevole lettura di Alma. Che ruggì.

– Soprattutto questi.

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