Welcome back, Landerbrau!

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webWeoley reconstruction drawingLanderbrau era arrivato, finalmente. Ormai erano diversi mesi che non gli ricapitava di passare di là e un po’ l’atmosfera tranquilla e piena di pace che si respirava nella cittadella gli era mancata. Aveva avuto il suo bel daffare, ovviamente: dopotutto era un Angelo Nero e non riusciva davvero a fermarsi per troppo tempo in un posto senza far nulla, ma andava volentieri a trovare i suoi vecchi amici, di quando in quando. Ovviamente, la cittadella della Stella del Sud, come l’avevano chiamata loro, era uno dei posti che preferiva, e non solo per il tempio della Croce del Sud che occupava l’intera ala ovest dell’antica magione della famiglia di Deneb, pieno di ragazze di rara bellezza disponibili per qualunque esperimento ludico gli venisse in mente. Un po’ gli piaceva anche per il villaggio intorno alla grande dimora, sereno ma brulicante di vita (qualcuno doveva pur sfamare tutti gli artisti scioperati che stavano in quella casa, no?), un posto davvero incantevole e ben difeso dove crescere dei marmocchi in santa pace. Era un po’ che ci pensava, Landerbrau. Prendersi un po’ di riposo, nonostante la sua inquietudine non lo mollasse mai un secondo. Forse la sua vecchia amica Velvet non era la donna giusta con cui sistemarsi, ma valeva la pena chiederle che ne pensava: dopotutto c’era sempre stata tutte le volte che la tensione si affollava nel suo basso ventre…

Mentre passava fra le case degli artigiani ricambiò il saluto di alcuni di essi, che lo riconoscevano e lo salutavano come un eroe locale. Lì i bambini sapevano a memoria un sacco di storie su di lui (alcune sicuramente se l’era inventate Aimo di sana pianta quando passava di lì) e gli facevano festa quando lo vedevano incedere con l’immenso spadone appoggiato sulle spalle, troppo curiosi ed eccitati per non andargli fra i piedi, ma anche troppo timorosi per intralciare davvero il suo passo. Landerbrau distribuiva pacche sulla testa e buffetti rudi ma affettuosi ai ragazzini e passava oltre, accettava leccornie dalle donne e scambiava due parole con gli uomini del borghetto che lavoravano nelle loro piccole botteghe… beh, sì, era un bel posto dove stare, indubbiamente.
Il guerriero raggiunse la corte principale della magione senza fretta e si guardò intorno, cercando qualcuno che gli potesse dire dove trovare i suoi amici. Manco a dirlo c’era Adrian in mezzo all’ampio giardino, intento a indottrinare i seguaci del suo piccolo ordine: sempre dietro a quella piuma bianca, caro vecchio grassone… Non appena lo vide, Adrian si distaccò dal gruppetto e gli andò incontro con un ampio sorriso. Stranamente la vita sedentaria non lo aveva fatto ingrassare, segno che Apachai lo aveva messo a giro stretto con gli allenamenti mattutini. Prima di arrivare alla cittadella, Landerbrau aveva creduto per un attimo di aver visto il monaco sfrecciare sul fianco della collina con una quercia sotto il braccio, ma forse si era sbagliato. Comunque, salutò Adrian con un ampio gesto della mano e gli chiese subito dove poteva trovare gli altri. Il sacerdote lo condusse dentro alla magione, districandosi fra artisti immersi nei loro pensieri, artigiani presi dall’impeto creativo, giovani consacrate a Ellesham dalle forme discinte che commentavano il suo passaggio con risolini maliziosi e apprezzamenti a viso aperto sul suo fisico massiccio e ben scolpito, fino a giungere nel piccolo atelier di Velvet, ovvero un autentico delirio di stoffe morbide e filo colorato. La sua amica era là, indaffarata come al solito e insolitamente… rotonda.

– Velvet… ma… ma…
– Ohhhhh LANDERBRAU! Che bello, era un po’ che non ci si vedeva! – la donna gli si gettò con le braccia al collo, e lui non ebbe più alcun dubbio. Di certo non era ingrassata, no no.
– Ahm… seee… ma tu… sei incinta?
– Ahhh, già! Sì!

L’Angelo Nero si strinse il cuore con una mano, quasi stritolandosi da solo. Non erano poi così tanti mesi che si erano rivisti, in giro per le vie di ventura…

– Ma che… ma è… voglio dire… è…
– Ah, no, questo non è tuo.

Landerbrau tirò un sospiro di sollievo. O forse no. Comunque non ebbe tempo di pensarci troppo.

– QUELLA LI’ è tua.

A quelle parole, Velvet indicò una bimba bruna di circa tre anni che sfrecciava strillando felice in fondo alla stanza attaccata alla schiena di un altro bambino più grande, evidentemente non troppo contento di assecondarla, ma non abbastanza forte da sottrarsi alla sua morsa. Ogni singola fibra di Landerbrau si sciolse come neve e nonostante fosse un uomo grande e grosso dovette faticare per rimanere in equilibrio, tanto gli tremarono le gambe.

– MA CHE CAZZO DICI?
Velvet non si scompose. – Massì, è figlia tua! L’ho chiamata Cassiopea, come la figlia di Icarus. E’ un po’ demodé, come nome, ma sai…
– Velveeeeeet ma che cazz…
– Eddai, non ti arrabbiare! L’abbiamo allevata bene, che credi! Vieni Pea, vieni a salutare il babbo che è arrivato!

Landerbrau era ancora incredulo e sentì i muscoli sciogliersi di colpo quando quell’esserino con le codine saltò giù dalla groppa del malcapitato compagno di giochi e saltellò fino alla sua gamba, abbracciandogli uno schiniere.

– PAAAAA!!!!
– Sì ciccia, visto com’è alto? Un giorno anche tu sarai forte e grande come lui!

Se il Conte fosse tornato e gli avesse riempito la testa di viscidi incubi senza capo né coda, Landerbrau non avrebbe potuto comunque rimanere più confuso di così. Come in trance prese quella cosetta fra le braccia, guardandola intontito. Si accorse a malapena di avere Adrian alle spalle pronto a bombardarlo di sali e di incantesimi qualora fosse svenuto o rimbecillito improvvisamente. Ma piano piano Landerbrau cominciò a carburare. La bimba lo osservava curiosa e lui le sorrise come un ebete.

– Ma perché non mi hai detto niente di lei?
– Oh tesoro, – rispose Velvet pazientemente – finché non ti fossi stancato delle vie di ventura, che senso aveva dirtelo? Che avresti fatto? Ti saresti allontanato per lei, magari, e poi avresti rimpianto la pugna, l’avresti lasciata sola, eccetera eccetera eccetera. Sai che sono assolutamente favorevole alla libertà personale e rispetto il tuo spirito per niente convenzionale, no? Ecco, adesso sei arrivato, e ho il sospetto che tu volessi chiedermi qualcosa…
– Ah… sì… – Landerbrau pensò che a questo punto, tanto valeva chiedere a Velvet se voleva metter su casa e…
– Sì, però mi conosci, no? Sarò sempre tua amica e se avrai bisogno di me sai dove trovarmi… però trovati una donna che ti ami, Landerbrau, e che ti voglia stare accanto sempre e comunque, te la meriti… poi venite a stare qui o dove vi pare, porta Cassiopea con te o alleviamola insieme qui, a me e a lei sta bene qualunque cosa. È piccola ma capisce molto bene le cose importanti.

L’Angelo Nero rimase basito per qualche minuto, elaborando tutte quelle informazioni. In effetti c’era un’altra donna a cui teneva in modo diverso… chissà se le avrebbe fatto piacere… chissà se… Mentre pensava, la cosina con le codine gli si gettò al collo ridendo e lui si accorse che era già forte, nonostante le braccine minuscole.

– Ora… beh, ci devo pensare, Velvet… comunque la piccoletta, qui, è un fenomeno!

Il gruppetto rimase lì a chiacchierare per qualche minuto ancora e solo dopo un po’ Landerbrau si ricordò cos’altro voleva domandare alla sua amica.

– Velvet, scusa ma… – tentennò indicando il pancione – ma se non è mio, quello di chi è?

Ridendo, Velvet indicò qualcuno alle spalle di Landerbrau, che si girò: sulla soglia della stanza, con le guance leggermente imbarazzate dal rossore, aveva fatto capolino il padrone di casa, sempre più biondo, sempre più ricco, sempre più fisicato… Deneb.

Landerbrau lanciò un impropero così imponente e sboccato che nello stesso momento Aimo, bello stravaccato sul triclinio di casa sua a Dolphield, si accorse che le boccette di vetro sul ripiano avevano iniziato a traballare leggermente.

– Mmmmh, mi sa che l’ha scoperto.

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