Anno I del Regno Eterno- Un passo dentro il buio

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– Salnitro?
– Otto cristalli.
– Magnifico. Polvere di silice?
– Solo due barattoli di quelli piccoli.
– Mmm, sì, buono. Pirite?
– Sei once, a occhio e croce.
– Ottimo. Guano di pipistrello?
– … quattro barattoli grandi.
– Davvero? Oh, eccellente!
– Perché abbiamo più cacca di pipistrello che silice?
– Oh, Noctulis, sei polemico come al solito!
– Scusa davvero, “maestro”, se la cacca di pipistrello mi fa schifo!
Risero insieme, ad alta voce, come due bambini. La luce bianca del mattino penetrava prepotentemente dalle piccole finestre orizzontali vicine al soffitto, in realtà al livello del suolo esternamente, illuminando uno stanzone vasto e chiaro, dai muri completamente ricoperti di mensole e armadietti carichi di bizzarri oggetti; strane ampolle colorate, piccoli prismi luminescenti, sacchetti di ogni forma e colore, recipienti pieni di bizzarre polveri o di sostanze ignote. Nel magazzino della Torre del Mare, la figura alta e affusolata di Noctulis,  agile e vitale nelle sue leggere vesti cineree, si contrapponeva a quella lenta e curva di mastro Jorge, avvolto in una pesante tunica bianca. Se il primo, la pelle abbronzata e i lunghi capelli sciolti, dimostrava il vigore e la sfrontatezza dei suoi ventisei anni, l’altro aveva nel proprio sembiante il testimone più imparziale dell’incedere degli anni; ormai interamente incanutito nella barbetta sottile e nei corti capelli, si era visto addirittura sottrarre il colore dalla pelle, adesso pallida. Solo gli occhi e l’incredibile voglia di fare esprimevano che Jorge Desmortes era un uomo ancora vivo e attivo, impegnato in molte attività all’interno della sua dimora, come ad esempio controllare le scorte di materiali necessari per le ricerche e l’invenzione di nuovi sortilegi; occupazione che condivideva con il suo unico allievo Noctulis, al momento impegnato a controllare gli scaffali dove l’anziano mentore non riusciva più ad arrivare.
– Quassù ci sono anche tre boccette di acqua-diamante e una radice di peonia violacea, mi pare…- aggiunse il ragazzo. Subito dopo emise un debole lamento, e si premette gli occhi con la punta delle dita; nel volto aveva dipinta un’espressione di fastidio. Jorge si sporse leggermente oltre la sua spalla, guardandolo con aria interrogativa.
– Ancora emicrania?
Noctulis annuì velocemente mugugnando, senza aprire gli occhi. Subito iniziò a frugare nel piccolo tascapane che cingeva al fianco, e ne estrasse una piccola fiala contenente un liquido argentato; in un unico gesto la stappò e la portò alle labbra, bevendo avidamente il liquido. Il viso gli si contrasse per il disgusto, e quando ripose la bottiglietta nella borsa storse la bocca in una smorfia.
– …‘sto coso fa passare il mal di testa, ma è amarissimo… Ed è più di un anno che questo dolore va avanti, maledizione…
Jorge rimase impassibile, vedendo l’allievo che ancora tremava per il retrogusto amaro del farmaco che aveva ingurgitato. Sembrava che la cosa non lo preoccupasse, e continuò a scrutarlo con occhi interrogativi.
– Vuoi che te ne prepari ancora dell’altro, Noctulis?
Il ragazzo assentì con un gesto secco della testa.
– Finché questa tortura non avrà fine mi serve la tua medicina… intanto vado a rifarmi la bocca, và… Torno tra un poco…
Continuando a borbottare tra i denti, il ragazzo si voltò e imboccò velocemente la tromba delle scale, salendo ai piani superiori. Il vecchio mentore si sedette a terra, dolorante per gli acciacchi dell’età, ed appoggiò le spalle lentamente ad uno scaffale, assaporando il tepore dei raggi del sole. Ridacchiò tristemente, socchiudendo gli occhi.
– Sei un bugiardo, Jorge Desmortes, non mi stancherò mai di dirlo…
Si sentiva in colpa davvero, non se lo poteva nascondere. Si sentiva davvero un verme, anche se quel che faceva era giusto. Giusto secondo chi, poi? Solo secondo il suo giudizio e la sua impressione, poiché quello che stava combinando a Noctulis sarebbe stato considerato da tutti un gesto vile e irresponsabile. Somministrare un farmaco per indebolire la volontà di un individuo è sbagliato; somministrare un farmaco che causa dipendenza e ogni ventiquattro ore provoca atroci mal di testa se non è nuovamente assunto è ancora più sbagliato; somministrarglielo dicendo che in realtà è una medicina contro l’emicrania è terribilmente sbagliato. Iniziò dapprima a mescolarglielo ai pasti di nascosto, poi quando le violente fitte cominciarono prese a farglielo ingurgitare dicendogli che era un lenitivo, omettendo che in realtà erano i primi effetti della dipendenza. Eppure era consapevole che se voleva introdursi nella mente del suo allievo prima che fosse troppo tardi ("troppo tardi per cosa, poi?") era necessario che assumesse cinquecento dosi giornaliere di cerebropasco. Il cerebropasco era il grande segreto della sua arte, frutto di anni di ricerche, capace di piegare la volontà di chiunque e di aprire le porte della sua anima al lavoro dello Psicarca Bianco, la cui ricetta aveva recuperato grazie all’incursione nel Covo. Doveva vedere, doveva esaminare lo spirito del suo allievo, doveva studiare qual’era la creatura oscura che viveva nel suo cuore, come era nata e cosa la faceva vivere. Aveva paura di Noctulis e di quello che poteva diventare, se non interveniva. Non voleva che succedesse ancora come quel giorno di quasi due anni prima, il cui ricordo coceva vivamente nella sua anima.

*    *    *

Contea di Khantas, Forte dello Sparviero, una delle roccaforti rimaste in mano ai Quattro nei loro ultimi giorni di potere. Il bastione, appollaiato su uno sperone roccioso circondato da una fitta foresta, accoglieva oltre ottanta tra armati imperiali e cultisti da battaglia, abili nei sortilegi più nefasti che si potessero usare su un campo di battaglia. Un gruppo di trecento combattenti ribelli si era riunito sotto le mura del Forte dello Sparviero, cercando di liberare quello che era rimasto l’ultimo segno dell’egida di Falcon sulle terre del Meridione. A nord ormai Falcon era cinta d’assedio dalle truppe di Kanzor e degli altri eroi del futuro Regno Eterno, e tutte le terre di Whanel erano un focolaio di insurrezioni atte a rovesciare le forze dei secolari oppressori. Noctulis si era dimostrato sospettoso verso Jorge; il maestro, difatti, gli aveva detto che al Covo avrebbero liberato alcuni ribelli, cosa che non era neanche lontanamente avvenuta. Nei primi giorni dopo l’impresa il ragazzo era sembrato scosso dallo strano incontro avvenuto con l’abominio prigioniero dentro il suo vecchio studio, ma poi si era reso conto che il loro obbiettivo non era stato neanche lontanamente sfiorato e aveva iniziato a fare domande su cosa avevano davvero ottenuto al Covo. Jorge, con un’altra, l’ennesima bugia, aveva finto di confessare a Noctulis che in realtà cercava i documenti riguardanti gli assediati di Forte dello Sparviero, investigando per un punto debole nelle loro difese; a questo punto si sarebbero uniti ai combattenti che lo tenevano in scacco, dandogli man forte. Così erano arrivati ai piedi del costone di roccia sulla cui sommità sorgeva il solido fortilizio, e si erano accampati insieme agli altri ribelli. Quella notte non c’era luna, e il silenzio che gravava sulla foresta era innaturalmente grave e pressante. Noctulis e Jorge riposavano nella loro tenda, a malapena addormentati dopo una dura giornata di combattimenti, troppo provati anche per riposare. Il grido che giunse alle loro orecchie li strappò dagli ultimi brandelli di sonno, facendoli scattare sulle loro brande. Strane ombre si proiettavano sulle pareti di stoffa della tenda, stagliate su un fondo rossastro e infuocato.
– Siamo sotto attacco!
Buttandosi solo un mantello addosso, i due uscirono all’esterno, nella fredda aria notturna. Alcuni padiglioni in fiamme intorno a loro davano una luce distorta e sanguigna all’intero accampamento, mentre le urla di dolore di molti armigeri già iniziavano a levarsi. Rumore di battaglia, clangore di armi, metallo che stride contro altro metallo.
– Di qua, Noctulis!- gridò Jorge sopra il rumore, vedendo che il discepolo si attardava. Il suo sguardo era attirato da qualcosa nascosto nella fitta tenebra della boscaglia, quando la sua espressione cambiò all’improvviso, e si gettò di peso addosso al suo mentore cogliendolo di sorpresa e scaraventandolo a terra. Subito sopra le loro teste fischiarono due dardi sibilanti, che si conficcarono in una tenda, passando nel punto dove sino a poco prima l’anziano incantatore stava in piedi. Dalla foresta arrivò il suono distinto di un’imprecazione in una strana lingua, e rapide come serpi tre figure si fecero avanti; nere come la tenebra stessa, ammantate in vesti che li celavano alla vista, le tre sagome agili e flessuose sembravano intagliate nell’ossidiana pura. Solo i loro occhi rossi e le ciocche di capelli candidi rivelavano che si trovavano di fronte a tre figli del popolo drow, la corrotta stirpe degli elfi ripudiati dalla luce.
– Assassini, maestro- ridacchiò Noctulis, rialzandosi fra il suo precettore e gli assalitori. – Qualcuno vi vuole davvero bene, oppure davvero morto.
I tre non attesero oltre e si buttarono contro di loro sguainando corti pugnali ondulati. I pochi metri che li separavano dai due stregoni furono fatali per la loro missione: Noctulis intrecciò brevemente un sortilegio, afferrando la mano del maestro, e i due scomparvero all’improvviso dalla vista di chiunque, invisibili come l’aria. I tre assalitori rimasero interdetti, e neanche si accorsero nel frastuono della battaglia del rumore leggero dei passi che si allontanavano.
– Elfi scuri… Maledizione…- borbottava Jorge Dolorante, portato a spalle dall’allievo.
– Me li mangio quando voglio- gli rispose Noctulis, senza pensarci. Se qualcuno avesse potuto vederlo come riusciva al vecchio mentore, avrebbe potuto notare l’ansia rabbiosa insita nello sguardo del ragazzo. Il maestro cercò di frenare quell’impeto.
– Calma, giovane. Sono assassini, quelli, non puoi permetterti di rischiare a questo modo. E’ più facile catturarne uno, farci dire chi li manda e se ci sono altri di loro.
Il ragazzo annuì, come se la cosa lo attirasse, e si allontanò lasciando Jorge pochi passi alle spalle. Iniziarono ad aggirarsi per le tende, schivando i soldati ribelli che correvano qua e là portando grossi secchi d’acqua, cercando un luogo che un sicario potesse ritenere adatto per tendere un agguato ed attenderlo lì in anticipo. La fortuna fu dalla loro: uno dei tre drow era rannicchiato dietro una grossa cassa pronto a sferrare un attacco letale, con il cadavere di un armigero a pochi passi usato come esca.
Il raggio di luce scaturì dal nulla e traforò la spalla dell’assassino senza alcun problema, strappandogli un alto urlo sofferente. Noctulis riapparve, il dito indice rivolto verso l’elfo, pronto a colpirlo nuovamente se avesse fatto un passo falso.
– Dicci chi ti manda e potrai andartene- disse il ragazzo, senza perderlo di mira. Il sicario si terse con il dorso della mano la bocca sporca di sangue, e quando provò a rialzarsi una smorfia di dolore gli passò in volto. Aveva il braccio destro immobile e sanguinante.
– Impara a stare al tuo posto, cane umano… Non puoi farmi domande.
Un secondo raggio di luce partì dal dito di Noctulis, traforando da parte a parte il ginocchio sinistro del suo bersaglio, che ululò nuovamente di rabbia e dolore. In faccia al ragazzo, Jorge vide un’espressione stranamente divertita. Gli occhi azzurri sembravano bianchi, illuminati dalle fiamme dell’incendio, ed era come se le ombre ci stessero danzando all’interno; la sua voce rivelava una malizia non sua.
– Strano. Mi sembra che io possa fartele, invece- esclamò tranquillamente accucciandosi innanzi al drow. – Chi ti manda, allora?
Nessuna risposta. L’elfo continuava a guardare con aria di sfida il giovane limitandosi a ridacchiare. Fu a quel punto che Noctulis rispolverò un vecchio trucco del suo maestro: prese qualcosa da una tasca, sussurrò strane parole incomprensibili, batté le mani assieme e poi le premette con forza sul petto della sua vittima, staccandole subito. I palmi delle mani erano di un leggero colore azzurro, e allo stesso modo apparivano segni uguali sul costato dell’elfo.
– Se non vuoi che ti strappi l’anima, parla- sussurrò il giovane con nequizia.
Jorge ammirò la fermezza e il tono duro con cui il suo discepolo cercava di intimorire il sicario; un’unica punta di dubbio lo tormentava. Fino a che punto Noctulis stava facendo finta? Sembrava davvero troppo, troppo concentrato per tentare un bluff così pericoloso. L’elfo, dal canto suo, sorrise a pieni denti, poi sputò in piena faccia al ragazzo che lo tormentava, ridendo a squarciagola con aria folle.
– Pensi che se parlassi farei una fine migliore! Almeno adesso la mia anima è gradita all’oscuro principe Rigel!
La sua risata si strozzò all’improvviso, quando la mano di Noctulis gli si serrò sulla gola. Le dita premevano con una forza disumana sulla trachea, tanto che le nocche erano divenute bianche, e la pelle del drow stava mirando a una tonalità grigiastra e malsana. Sul volto dell’assassino la baldanza era sparita, sostituita da un genuino terrore e un dolore misterioso; la faccia del ragazzo era deformata da un’espressione iraconda e terribile, con i denti che digrignavano come quelli di una belva.
– Così non ci è utile, Noctulis!- esclamò Jorge, afferrandolo per un braccio, poi rimase stupito. Il corpo del suo allievo era caldo. Stava usando la magia, e la usava per succhiare via la vita dal corpo dell’assassino. La sua mano brillava debolmente, e non per merito della mistura di fosforo; gli stava letteralmente strappando l’anima, e la stava incorporando dentro di sé.
– Crepa, cane- furono le uniche parole che il ragazzo fece uscire dai denti serrati.
La pelle del drow continuava a seccarsi rapidamente, rattrappendosi come carta sul fuoco e virando ad un malsano colore cinereo; gli occhi, spalancati e ormai ciechi, erano totalmente bianchi, e il viso era immobile in una smorfia di muto orrore. Non una sola goccia di sangue era rimasta in quel corpo scheletrico, spezzato come un burattino senza fili; era un corpo morto, il ricordo di quella che era stata una vita. Noctulis si alzò di scatto, lasciando il collo e buttando il cadavere a terra; nessun segno era rimasto dove lui aveva tenuto la presa sulla sua vittima, la prima persona che non aveva ucciso per difendersi o proteggere qualcuno a lui caro. Un gesto crudele e terribile, consumatosi in pochi lunghi istanti, in cui maestro Jorge aveva visto compiere un sortilegio creato solo ed esclusivamente per uccidere con il massimo patimento possibile. Non riusciva a crederci, e a malapena riuscì ad alzarsi quando Noctulis scattò a correre verso la foresta, rapido come una fiera in caccia ed ugualmente feroce; la sua ombra ballava mossa dalle fiamme, lo ammantava, lo accoglieva e lo rendeva terribile come un mostro nato dagli incubi. Niente su quel volto era più umano; dagli occhi trasudava puro istinto omicida, e dalla sua intera figura sembrava che refoli di tenebra si staccassero e fluttuassero nell’aria.
No, Jorge non ci credeva. Non era il suo allievo quello che affrontava a viso aperto, ridendo sfrontatamente, un altro degli assassini balzato fuori dal nulla; non era lui che lo colpiva in anticipo ad una gamba, spezzandogli il ginocchio con tempismo perfetto. Non era lui che raccoglieva da terra un vecchio elmo d’acciaio, appartenuto a chissà chi, e lo arroventava tra le fiamme delle sue mani; non era lui che lo calcava a forza sulla testa dell’elfo scuro, bruciandogli la carne e la pelle e facendolo gridare come un dannato. No, era qualcosa dentro di lui, un’anima nera che controllava il suo corpo, superando il controllo del Noctulis che conosceva. Adesso, nauseato dall’odore dei capelli bruciati, Jorge guardava l’assassino dibattersi a terra piangendo come un fanciullo, cercando di liberarsi di quella tortura che ormai gli si era fusa addosso e gli era colata come una cascata metallica sul volto; il suo discepolo lo contemplava, affascinato e soddisfatto, con il fiato pesante e rotto. In un gesto di compassione estrema, il vecchio incantatore rovesciò l’acqua fresca della sua fiaschetta sul viso dello sventurato; un fumo biancastro si levò subito nell’aria, nascondendo il volto contorto e ustionato del drow. La voce di Noctulis era a malapena riconoscibile, profonda e rauca, temibile.
– Cosa stai facendo, idio…
La voce gli si ruppe in gola. Mastro Jorge vide il volto del suo allievo rilassarsi, gli occhi girarsi all’indietro, il corpo afflosciarsi esausto al suolo come se anche le ossa fossero sparite dal suo corpo. L’incendio divampava intorno, i ribelli contenevano a malapena l’attacco, il sicario drow si stava rialzando accanto a loro, e lui sveniva con magnifica scelta di tempo. Gli si riversò subito sopra, dandogli piccoli schiaffetti sul volto pallido per rianimarlo; era freddo come il marmo, ma non ci mise molto a riaprire gli occhi. Le ombre nello sguardo erano sparite, lasciando posto ad un freddo ma più familiare colore celeste; la tonalità con cui parlava era flebile e a malapena udibile.
– Cos’è… successo?… sono stanco…
Si guardarono negli occhi. Noctulis non mentiva. Non sapeva davvero cosa aveva fatto, cosa aveva combinato. Qualcosa era davvero dentro di lui e lo aveva posseduto, spingendolo a compiere quelle nefandezze. No, non poteva più aspettare. Jorge doveva studiare cosa si celava nel profondo della mente del suo pupillo, di colui che considerava come un figlio, prima che quell’anima oscura che viveva in lui da anni prendesse nuovamente il sopravvento. E solo lui, lo Psicarca Bianco, grazie alle conoscenze che aveva recuperato al Covo, utilizzando il segreto del cerebropasco avrebbe saputo dirimere la difficile questione che poteva costare la vita e l’integrità mentale del ragazzo che aveva accudito così a lungo. Non si curò nemmeno della fuga dell’assassino, che si gettò di nuovo nel folto del bosco. Aveva altro a cui pensare, e così poco tempo.

*    *    *

Era una notte scura e senza luna, di quelle in cui persino gli spiriti dei dannati hanno paura ad uscire. Non un solo uccello si azzardava a levarsi in volo nella scura foresta, non un singolo fiato di vento sollevava la sabbia delle Coste del Sangue. Persino le onde si adagiavano silenziose sul fianco della scogliera su cui sorgeva la Torre del Mare, quasi timorose di disturbare la complicata operazione che si svolgeva all’interno. Nessuna stella si era azzardata di sbirciare oltre la cupa coltre delle nubi verso l’unica luce sotto di loro, una debole finestra da cui un uomo rimirava innanzi a sé. Le sue vesti, di solito perfettamente tenute e precise, erano sgualcite, di un bianco che sembrava vergognarsi del suo candore. Mastro Jorge teneva le palpebre chiuse, e misurava ogni respiro con precisione.
– Guarda che non sto mica morendo. È solo un po’ di febbre- mugugnò Noctulis dal suo letto. Era come se il colore fosse sparito dal suo viso, scavato da due profonde occhiaie scure ed un sorriso sofferente e beffardo. Sotto le coperte, il corpo sembrava un intreccio di vimini, tanto era divenuto magro e sottile. In pochi giorni, aveva subito un tracollo fisico impressionante, che l’aveva ridotto al lumicino.
– Dammi solo un po’ di medicina, per favore…- trovò nuovamente la forza di bisbigliare. Jorge si voltò, squadrandolo seriamente. Voleva dirgli la verità, urlargliela. “Basta con questa storia della medicina, è più di un anno che ti sto drogando! Quella che tu consideri la tua medicina ti sta uccidendo! IO ti sto uccidendo! Ti uccido per salvarti, capisci la mia follia? E stasera, adesso, ti darò la cinquecentesima dose, quella che mi permetterà di rovesciare il tuo animo come una vecchia bisaccia! E tu ne vuoi ancora?”
Non glielo poteva dire, altrimenti tutto quello che aveva fatto sarebbe stato vano, e Noctulis avrebbe rischiato di essere trascinato negli oscuri recessi della sua stessa anima, diventando una bestia senza morale, controllo o discernimento. Si limitò ad avvicinarsi al letto, alzargli la testa dal cuscino con fare amorevole e fargli sorseggiare lentamente la fiaschetta argentea. Noctulis tossì debolmente, e tra gli spasmi biascicò qualcosa.
– Accetto.
Mastro Jorge rimase stupito, e lo guardò con aria interrogativa. Noctulis non attese la domanda del suo insegnante, e lentamente si spiegò.
– Accetto l’antico vincolo che vige tra alunno e maestro. Accetto la sua eredità. Accetto di dimenticare il mio vecchio nome e di chiamarmi, da oggi in poi, Noctulis Desmortes.
Sorrise, con una smorfia enigmatica ma serena, e chiuse gli occhi. Il respiro si fece più basso e regolare, come se stesse dormendo. L’anziano stregone era fermo, al lato del letto del suo discepolo, colui che portava adesso il suo stesso cognome. Il figlio che mai aveva avuto, forse, e lui gli aveva fatto questo. Non gli serviva davvero altro, per sentirsi più colpevole, ma non poteva tornare indietro, adesso. Ricacciò indietro le lacrime, serbandole per un momento in cui nessuno le avrebbe potute vedere, un momento in cui le avrebbe potute coccolare una per una e commemorarle come si meritavano. Appoggiò i palmi delle mani sulla fronte incandescente di Noctulis, riconoscendo la sensazione che aveva provato durante i suoi esperimenti al Covo, sotto il comando dei Quattro. Adesso, la mente del ragazzo era per lui una strada aperta. Non riuscì a stupirsi della glaciale serietà nella voce con cui recitava il complicato sortilegio atto a penetrare nel cervello del suo allievo. Solo nell’ultimo istante si sentì pronunciare qualcosa di più umano e accorato.
– Dèi, proteggetelo.
La sua mente adesso non era più lì. Il vecchio corpo di Jorge Desmortes si accasciò dolcemente al suolo, senza fare alcun rumore.    

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7 commenti

  1. Sì, lo so, sono un parolaio… Questa è la prima parte di un racconto più lungo, che mi è toccato spezzare in due parti per ragioni di leggibilità. So che c’è già chi me ne vorrà a male, ma l’altro pezzo sarà postato entro breve… tipo fra una settimana o giù di lì… Non abbiate fretta, sono pur sempre Frank!

  2. FRANK è UN GENIO!

    bello, mi è piaciuto moooolto…..che curiosità di sapere che succede dopooooo

    Carino Noctulis….che belle manine NODOSE e fini….come un cappio, ehhhh 😀

  3. Io sono… semplicemente estasiata… anche se ti odio… oh come ti odio!!! Ti odio talmente tanto che ti costringerò a farmi leggere quel che hai scritto PRIMA che tu lo posti… e ti minaccerò in modo tale che le bastardate di Noctulis e Jorge ti sembreranno carezze pietose…

    Ma comunque, finalmente posso cominciare a scrivere il mio ultimo capitolo prima che le storie si intreccino… e mi inebria, mi inebria assai…

  4. Conosco le vicende di Noctulis solo dai tuoi racconti, ma sono talmente ben scritti che mi sembra di conoscerlo ormai 🙂
    Siamo tutti in trepidante attesa del prossimo!

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