Anno XXI, mese di Sirio- Around the world

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Arrabbiata.
Arrabbiata e confusa.
Arrabbiata, confusa e delusa.
Avevano detto che si sarebbero trovati presso la magione di mastro Galenus, sul lago Isalmyr, in occasione del Banchetto dei Veterani indetto per la sconfitta dell’Arcinemico, l’arcidemone Desmodar Sceleron. Tre anni di dure battaglie, di lotta senza quartiere, di sangue, di dolore, di morte e disperazione, conclusesi con una schiacciante vittoria, con una gioia incontenibile, consapevoli di quanto era successo e di quelli che si erano lasciati alle spalle. L’Entropifero, il Nigredo, l’Angelo Nero, in un gesto di estrema generosità aveva donato a ciascuno di loro, a quegli eroi che sprezzanti della morte avevano affrontato quella creatura orribile, un indizio riguardante il loro ultimo gesto, il loro atto fatale, ciò che li avrebbe condotti alla Spirale delle Anime. E loro se l’erano scambiato promettendosi di leggerlo all’altro solo nel momento esatto in cui quella previsione si sarebbe potuta avverare. E dato che quell’attimo sarebbe potuto arrivare in qualsiasi momento, sarebbero dovuti rimanere vicini molto, molto a lungo.
E invece Alehandro non era venuto.
Aveva promesso di raggiungerla presso il banchetto, quando lei era partita due giorni addietro. “Questioni di lavoro”, aveva motivato, con quell’aria scanzonata che aveva sempre quando era tranquillo. Era rimasto alla locanda del “Gatto Nero” presso Salieth, mentre lei si era diretta a nord costeggiando il fiume. Presso la magione aveva trovato gli altri formanti la Remigante dell’Occaso, oltre che personalità del calibro del Re e della Regina, e i festeggiamenti erano iniziati.
E Alehandro non era venuto.
Una giornata caotica come non si aspettava. Spiriti erranti, vecchi ritorni, apparizioni spettrali, come se le forze dell’ombra fossero intervenute tutte a dare il loro saluto alla luce dell’Occaso, terra a cui la pace e la tranquillità rimangono sconosciute. Lei aveva aspettato il maledetto circense, sperando che potesse arrivare in ogni istante e supportare tutti con le sue urla, i suoi incoraggiamenti, cercando di restituire alla gente il coraggio che poteva perdere. E invece niente, non si era fatto vivo, e le parole di Melisenda certo non l’avevano rassicurata. “Se Alehandro non è qui, cara Miralys, vuol dire che ha qualcosa in mente”, le aveva detto la veggente del deserto, colei che meglio lo conosceva. E lui non si era presentato per niente.
Aveva percorso la via a ritroso verso la locanda con un umore nero e burrascoso, due giorni di cammino chiusa in un ostinato mutismo, rapita da troppi dei suoi pensieri, come se un argine stesse cedendo nella sua testa. Arrabbiata, confusa e delusa ecco come si sentiva. Arrabbiata, per come era stata trattata dopo quello che si erano detti e promessi. Confusa, per questa assenza senza spiegazione e immotivata. Delusa, per questo cambiamento improvviso di comportamento a fronte di tante belle parole. Lui le aveva promesso di starle accanto, e già dopo pochi giorni se l’era rimangiato. Si sentiva di aver sbagliato qualcosa, ad aver dato fiducia a quel libertino, di avergli fatto intravedere troppo di sé stessa; e lui non aveva preso la cosa con il giusto peso, incapace di prendere alcunché sul serio, e aveva continuato con la sua sregolata esistenza senza porsi problemi.
Quando arrivò innanzi alla locanda, sentì come se le avessero dato fuoco al viso, tanto la rabbia le stava montando; si dette però un contegno, recuperò parte della calma ed entrò nel piccolo ingresso fronteggiando il locandiere. Questi, un vecchio troppo largo e troppo basso per essere considerato una persona anziché una botte, se ne stava dietro al bancone a sedere, placidamente, tirando con forza da una vecchia pipa intagliata.
– Una stanza, due scaglie d’argento- la interpellò subito l’uomo con voce rauca. Subito infastidita, Miralys trasformò una smorfia d’ira in un sorriso storto e falsamente accomodante.
– Sto cercando un individuo che ha riposato qua qualche giorno addietro- scandì lentamente la giovane sacerdotessa. – Alehandro Maquin’daar, si chiama. Con tanti capelli, abiti vivaci e bizzarri, circense di professione…
L’uomo ci rimuginò su qualche istante, passandosi una mano sul mento, poi ebbe un fremito che gli scosse gli ispidi baffi, come se avesse avuto un’ispirazione improvvisa o un colpo di genio.
– Una falange di rame, per l’informazione- sbottò in una nuvola di fumo puzzolente. Qualcuno aveva tolto il tappo alla botte. Miralys inghiottì di nuovo l’ira, reprimendola, ed aprì i cordoncini della borsa sospirando. “Alehandro avrebbe pagato anche questa”, si ripromise. L’uomo soppesò il piccolo pezzo di metallo tra le dita, poi si chinò a mettere la moneta dentro una piccola cassetta di legno.
– E’ partito dopo neanche un’ora che se ne era andata lei, signorina. Mi pare di aver capito qualcosa riguardo a una tappa a Myrburg, non ho capito altro.
Miralys accusò il colpo. Così se ne era andato davvero. Le aveva mentito e poi se ne era fuggito per la sua strada. Quante belle parole, quante splendide promesse! Proprio vero, certa gente non può fare a meno di neanche un briciolo della propria libertà, e distrugge e consuma per difenderla, pur andando a ferire altri. Così Alehandro aveva fatto con lei, scappando. Non sapeva che errore aveva fatto, però.
Non si sfugge a Miralys Rockraven, nossignori.

*    *    * 

Posto strano, Myrburg, ammise Miralys a sé stessa. Ci aveva messo due giorni per arrivare e la rabbia che le covava dentro la stava mordendo crudelmente, tanto che si sentiva dolere la faccia per la tensione. Poi, all’improvviso, tra le dolci colline khanthasiane, Myrburg era apparso come lo scorcio di un quadro, deliziosa nella sua rurale bellezza.
Aveva qualcosa che le ricordava la sua contea natale, Arath. Le case in pietra, squadrate e dai tetti alti e con spioventi fortemente inclinati, erano ordinatamente disposte secondo precise vie perpendicolari tra loro, spoglie di ogni tipo di opulenza od ostentazione; nessun particolare edificio di spicco, e una modesta vegetazione verdeggiante intorno all’abitato. Anche all’interno del villaggio, nei piccoli cortili, si innalzava qualche sporadico albero da frutto; nei campi intorno al villaggio, la gente lavorava sodo la dura terra. Eppure c’era un’aria differente, rispetto ad Arath; forse quell’aria di disponibile cordialità della gente, forse i profumi nell’aria tiepida dell’estate, forse le grida e le risate dei ragazzi intenti a fare il bagno nel Myr, non lo sapeva. Sentiva solo che quel posto era disteso e tranquillo, nient’altro. Non che le importasse molto, con l’astio che la nutriva, ma la cosa la colpiva. Dopo tutto era il villaggio in cui Alehandro era nato e cresciuto, tutto qui. E se il circense si era dato alla bella vita girando per il mondo, Miralys invece non aveva tempo da perdere; aveva un lavoro che l’attendeva, al servizio del Conte Kebellion, e lei era lì alla ricerca di quel perdigiorno, e per quanto non si sarebbe fermata finché non l’avesse trovato intendeva metterci il minor tempo possibile. Doveva quindi svolgere un’indagine rapida e sicura; e in un posto piccolo come quello, l’azione migliore era quella di chiedere informazioni al giro. Vide, sotto il porticato di una casa, un anziano signore in abiti popolari intento ad intagliare un pezzo di legno con un coltello, seduto su una vecchia sedia; ai suoi piedi, un bambino sui sei anni giocava con una coppia di animaletti di legno. Miralys si avvicinò guardando oltre la balaustra del porticato.
– Buongiorno, signori…- iniziò la sacerdotessa, subito interrotta dalla risposta festosa risposta del bambino.
– Ciao, signora!- esclamò ad alta voce, mentre il nonno sorrise dolcemente. Miralys cercò di sorridere a sua volta, ma quello che uscì doveva essere più simile ad un ghigno che ad altro, se ne rese conto. Proseguì nella sua domanda, rivolta al vecchio.
– Sto cercando una persona, Alehandro Maquin’daar. Dovrebbe essere da queste parti. Sapete dove potrei trovarlo?
Il vecchio sembrò pensarci su qualche istante, grattandosi il mento, mentre il bambino lo guardava incuriosito.
– Nonno, Maquin’daar non è quello che beve tanto?- chiese con gli occhioni spalancati. Il nonno lo guardò di rimando con tenerezza.
– No, figliolo, quello non è Alehandro, è suo padre, Uther …- rispose al giovanotto, poi si rivolse nuovamente a Miralys. – Ah, il piccolo Alehandro … saranno almeno dieci anni che non lo rivedo, e mi farebbe molto piacere se passasse nuovamente da Myrburg, ma è da quando è partito con quello strano circo che non si rivede… Mi spiace, signorina, ma Alehandro non è qui, mi dispiace…
La sacerdotessa accusò il colpo. Una falsa traccia. Quel bastardo l’aveva messa su una falsa traccia. Ringraziò in fretta l’anziano e si allontanò innervosita. “Con calma”, si disse. C’era anche la possibilità che il vecchio non l’avesse visto. Che Alehandro fosse arrivato alla chetichella. Doveva ragionare, ragionare, ragionare. Era sempre stata questa la sua arma migliore. “Che Sirio mi guidi”, pensò, “come in ogni delitto devo trovare innanzitutto il movente del misfatto”. E una mezza idea il bambino gliel’aveva data. Tornò sui suoi passi, e si rivolse nuovamente all’anziano.
– Mi scusi nuovamente, solo un’altra domanda… Dov’è che posso trovare il padre di Alehandro?
Il vecchio perse parte del sorriso, invaso da una strana mestizia.
– Uther… Non si può sbagliare, signorina, vada al Fil-di-Ferro, l’unica locanda di Myrburg, e lo troverà lì…
Miralys ringraziò nuovamente, stavolta con più calore, e si allontanò a passo spedito. Aveva trovato la traccia che voleva.

*    *    *

L’interno del Fil-di-Ferro non era come ci si poteva aspettare dall’unica locanda di un paesotto di una contea di confine. Era piuttosto curato, con belle vetrate decorate con intarsi, scaffali ricolmi di strani oggetti provenienti da chissà dove, un paio di arazzi raffiguranti belle dame e valorosi cavalieri; i tavoli e le sedie stesse, per quanto piuttosto invecchiati, sembravano di buona fattura e di pregevole gusto. Dietro il bancone se ne stava un individuo magro ed allampanato, dagli abiti ricercati, probabilmente di moda nelle Contee maggiori sino a qualche anno prima; aveva lunghi capelli color miele, viso affilato, orecchie a punta e brillanti occhi a mandorla. Quando Miralys entrò, l’uomo le rivolse un ampio sorriso solare.
– Benvenuta al Fil-di-Ferro, madamigella! Come posso esserle utile?
Miralys si guardò intorno, un po’ incuriosita un po’ all’erta, poi con fare complice si appoggiò al bancone sussurrando nella direzione dell’elfo.
– Cerco Uther Maquin’daar. Dove lo posso trovare?
L’elfo storse il naso, in un impulso di disprezzo che non sfuggì alla giovane sacerdotessa.
– Uther è fuori per lavoro… Se hai la pazienza di attendere, tornerà, vedrai… torna sempre, quello, non ci sono dubbi…
Miralys trattenne la voglia di dare uno schiaffo a quello spocchioso a malapena, già adirata com’era. Si limitò ad ordinare un bicchiere di vino speziato, e si mise a sedere ad un tavolo. Adesso il segugio doveva solo aspettare la sua preda in paziente attesa, nient’altro.
L’attesa non si rivelò poi così lunga. Miralys non conosceva Uther, ma quando lo vide entrare lo riconobbe subito, anche se non sapeva perché. Quello era il padre di Alehandro. La porta si spalancò rivelando un uomo alto oltre sei piedi, dalle spalle larghe e dalla conformazione robusta; aveva abiti lisi e rovinati, sotto i quali si intuiva la prestanza fisica che un tempo lo doveva aver contraddistinto, con muscoli ormai poco allenati e con un addome gonfio e largo. Il volto, perlopiù ricoperto dalla barba ispida e incorniciato nei lunghi capelli scuri, mostrava i segni di molte battaglie, sebbene non avesse più niente di guerresco; gli occhi erano due pietre spente, opache, come se avessero perso la luce che li animava. L’uomo esordì con voce rauca e impastata.
– Ho spaccato tutta la legna, Ladern… me lo merito un bel bicchiere di sciacquabudella?- disse sedendosi di schianto su uno sgabello. Miralys notò che l’uomo portava un’ascia appesa al fianco; non di certo un’ascia adatta a tagliare la legna, quanto ben più avvezza a maciullare carne e ossa.
– Ecco la tua ricompensa- disse l’oste con finta allegria, porgendo all’uomo un grosso boccale ricolmo di una sostanza trasparente e dall’odore micidiale. L’uomo si avventò sul bicchiere come solo uno che ha fatto dieci giorni di viaggio nel deserto può fare.
Miralys si avvicinò cautamente. I tratti erano molto simili a quelli di Alehandro; i colori erano completamente differenti, certo, ma le possibilità che si fosse sbagliata erano molto basse. L’aria che si respirava intorno ai due, però, era quella la cosa che più differiva tra i due. Il circense che stava cercando era uno spaccone spavaldo, che anche nei momenti più cupi cercava di rincuorare tutti; emanava un coraggio che lui stesso sapeva di non possedere, uno strano calore rassicurante, capace di sciogliere anche gli animi più freddi. Quell’uomo invece era visibilmente un cane bastonato; senza più alcun orgoglio, si piegava ai primi comandi che gli venivano impartiti per pagarsi qualcosa con cui riempirsi lo stomaco. No, non potevano essere più diversi.
Miralys si avvicinò nel momento in cui l’oste scomparve in cucina; benedisse Sirio che in locanda, a  quell’ora del mattino non ci fosse nessuno, e con timidezza batté la mano sulla spalla dell’uomo. Aveva abbastanza rabbia in corpo da girarlo con uno schiaffo sulla sedia, era vero, ma si sentiva come intimorita ad andare a parlare con quella montagna che era il padre di Alehandro. Questi non si voltò neanche, le labbra affondate nel liquore, e rispose con un grugnito strozzato. Prendendo il cuore tra le mani, l’arathiana partì subito dritta al punto.
– Signor Uther, mi chiamo Miralys Rockraven e sto cercando suo figlio.
– Auguri- fu la risposta gorgogliante che le arrivò. Capì subito che non sarebbe stato facile parlare con quell’uomo. Si sedette sullo sgabello accanto al suo, scrutandolo con occhi attenti e inquisitori; non sapeva perché, ma in molti gli avevano detto che quando metteva su quello sguardo sapeva essere molto, molto convincente.
– Signor Uther,- attaccò- deve sapere che sto cercando Alehandro da qualche giorno, ormai, e dato che è sparito e mi hanno detto che era passato da Myrburg pensavo che lei ne sapesse qualcosa al riguardo…
– Mi tocca darti una delusione, fanciullina- la interruppe l’uomo. – Per prima cosa, Alehandro non è qui. Per seconda cosa, anche se fosse qui penso che quel cretino sarebbe l’ultima cosa di cui mi potrebbe importare un fico secco. Per finire, fidati, se ce l’avessi avuto davanti l’avresti già trovato, perché gli avrei dato così tanti ceffoni da farlo brillare al buio.
“Su qualcosa andiamo d’accordo”, pensò Miralys. Non erano queste, però, le informazioni che cercava. Sentiva a pelle che c’era qualcosa che l’uomo le stava nascondendo. Continuò quindi ad incalzarlo.
– Vorrei solo sapere se avete visto Alehandro negli ultimi periodi…
L’uomo borbottò qualcosa che assomigliava ad un “Non mi scocciare, ragazzina”, svuotò in un sol fiato il suo boccale e alzandosi si diresse fuori dalla locanda; subito la giovane lo seguì aggiustandosi le veste. Figurarsi se se lo sarebbe lasciato scappare. Gli stette sempre due passi dietro per tutta la durata della camminata, tempestandolo di domande a cui l’uomo si ostinava a non voler rispondere. Camminava con le spalle incurvate, come un vecchio orso, o come un uomo che da troppo tempo porta la catena al collo o qualcosa di troppo pesante sulla testa. Passarono attraverso le viuzze di Myrburg, dando spettacolo per la popolazione del paese che osservò i due come fossero una strana attrazione da fiera; evidentemente Uther era piuttosto conosciuto. Giunti ai margini del borgo, l’uomo cacciò fuori di tasca una vecchia chiave bronzea, e si mise ad armeggiare alla porta di una casa rovinata e dal tetto basso, piuttosto grande per un uomo che vive da solo. Aprì la serratura, spinse la porta con forza ed entrò; non fece niente per impedire a Miralys di entrare a sua volta, quindi la sacerdotessa fece il suo ingresso nell’abitazione di Uther Maquin’daar.
Dire che era sporca non avrebbe reso onore ai batuffoli di polvere sotto i mobili coperti dalle ragnatele, ai mucchi di panni sporchi, ai resti di innumerevoli pasti sparsi per le stanze, alle bottiglie vuote in ogni dove. Alle pareti erano appese alcune vecchie armi, massacrate dalla ruggine, ed un vecchio scudo di legno rotondo, ricco di tacche e segni d’arma. Miralys si guardò intorno incuriosita, facendo una rapida analisi della situazione. In quella casa dovevano esserci state fino a tre persone, in quanto vide un letto matrimoniale ed un lettino più piccolo; probabilmente Alehandro e i suoi genitori e nessun altro. Ovviamente si vedeva la mancanza di una mano femminile, e la mancanza di cura e pulizia era lampante. La voce di Uther la strappò all’improvviso dalla sua analisi.
– Cosa vuoi da me, me lo puoi rispiegare?
Miralys annuì. Per quanto gliel’avesse chiesto allo sfinimento, quell’uomo sembrava iniziare ad ascoltarla solo in quel momento. Lo guardò mentre aggiustava l’ascia sulla parete e si sedeva per terra, prendendo una bottiglia già avviata in un angolo e incollandosela alle labbra.
– Sto cercando Alehandro, messer Uther. Dovevamo partire insieme per un viaggio e se ne è andato per conto suo.
L’uomo sbuffò, in una sorta di debole risata, poi finalmente Miralys vide qualcosa passare attraverso i suoi occhi. Malinconia. Inquietudine. Il dolore dei ricordi.
– Tipico di Alehandro. Tutto sua madre. Alla prima difficoltà, appena hanno paura di qualcosa se ne vanno. Appena trovano una via d’uscita la imboccano.
Era arrabbiata con Alehandro, non lo poteva negare, ma sentir parlare così di lui la disturbava, non si sapeva spiegare il motivo. Continuò infastidita ad ascoltare il padre che parlava.
– Mi hanno abbandonato entrambi. Appena mia moglie ha sentito l’odore dei soldi si è risposata subito con il primo nobile di passaggio, lasciandomi qui. E suo figlio, appena sono arrivati quei cialtroni del circo, ha preso le sue cose e se ne è andato. La storia della mia vita! Sono tornato da vincitore al villaggio, dopo aver combattuto contro le truppe dei Quattro, e ce ne fosse stato uno che mi avesse reso gli onori che meritavo!
– Così è scappato anche lei- si lasciò sfuggire Miralys. L’uomo la guardò stringendo gli occhi in una smorfia irata.
– Cos’hai detto?
Se l’era lasciato scappare, era vero, ma se c’era qualcosa che la dura terra di Arath gli aveva insegnato era a non sopportare quelli che si piangevano addosso. Si era messa in ballo, e tanto valeva ballare.
– Lei è scappato nella bottiglia, messer Uther- esordì la sacerdotessa. – Lei voleva divenire un eroe, e forse se lo sarebbe anche meritato, lo ammetto, ma non è andata come voleva. Forse lei combatteva per l’ideale sbagliato; non combatteva solo per la libertà, ma voleva anche la gloria. E quando quest’ultima non è arrivata, lei è volto scappare da tutto rifugiandosi nel bere, così che potesse scordarsi del resto. E sperava che scappando lei gli altri le rimanessero accanto?
L’uomo la scrutava silenziosamente, come se la vedesse per la prima volta. Sembrava meditabondo, e prese un altro goccetto dalla bottiglia. Rimase in silenzio, come se stesse attendendo solo che Miralys osasse continuare a parlare a quel modo. La ragazza osò.
– Suo figlio non è scappato. Ha cercato un futuro migliore per sé stesso, un futuro che lei non le poteva dare. Lei ha cercato la sua battaglia, a suo tempo, ed Alehandro ha cercato la sua. Dovrebbe esserne fiero.
– Bella battaglia, sì!- la interruppe Uther sbuffando tristemente. – Con il circo? Chissà che bel damerino smidollato sarà diventato!
La giovane sacerdotessa ci pensò su qualche istante, contemplando l’uomo che riprendeva a bere. Quello non era un uomo che desiderasse combattere oltre, e si permetteva addirittura di giudicare così.
– Lei ha sentito parlare della Remigante del Destino?- articolò lentamente, pesando le parole. Il volto di Uther si illuminò subito di una luce nuova, strana, come se qualcosa si fosse acceso dentro di lui, un vecchio ricordo sopito, un orgoglio non domato che risaliva alla superficie.
– Ne ho sentito parlare, sì!- esclamò eccitato. – Il gruppo di valorosi guerrieri che hanno difeso queste terre! Gli eroi che hanno affrontato le insidie del Sole Nero come nostro baluardo! Ah, come mi sarebbe piaciuto essere più giovane e combattere al loro fianco!
Miralys ebbe piacere ad osservare questa reazione, quella di uomo che alla fine aveva ancora qualcosa che covava sotto la cenere. Sorrise dolcemente.
– Avrebbe combattuto al mio fianco, messer Maquin’daar, ma soprattutto avrebbe combattuto a fianco di suo figlio.
L’uomo rimase impietrito, istupidito. Sul viso gli si dipinse un’espressione incredula, di fronte alla quale la ragazza capì che doveva premere.
– Suo figlio Alehandro ha combattuto per queste terre, messer Maquin’daar- continuò. – Ha affrontato mille e più insidie, lottato con ogni sua forza, si è prodigato con le sue arti per lenire le ferite di molti che altrimenti avrebbero trovato morte certa. È tra coloro che hanno sconfitto il titano nero Enkidor ed il temibile Arcinemico, l’arcidemone Desmodar Sceleron! Se ne rende conto, di grazia? Lo chiamerebbe ancora smidollato?
Si fermò un attimo troppo tardi, forse. Oppure proprio al momento giusto, non sapeva dirlo. Sapeva solo che quell’uomo aveva creduto alle sue parole, ed il colpo era arrivato a fondo. Una vecchia tenerezza, l’orgoglio di un padre animò di nuovo quegli occhi con dolore, tanto che lacrime leggere apparvero, scorrendo rapidamente fino a perdersi nella barba. Le labbra del vecchio guerriero tremavano, passando tra un debole sorriso e una smorfia di profonda vergogna e rammarico.
– Bravo, Alehandro…- sussurrò in un filo di voce. Sembrava talmente scosso che Miralys si sente in imbarazzo a trovarlo lì in quel momento. Eppure, capì che il suo lavoro, le sue parole avevano trovato un buon fine. La caccia non si fermava, e Uther parlò.
– Ho visto Alehandro più di un mese fa- rivelò tra i deboli singulti. – Arrivò a notte inoltrata, e quando bussò stentai a riconoscerlo. Ci siamo trattati molto freddamente, come se non avessimo niente da dirci dopo tutti questi anni. Lui si stupì di trovarmi in queste condizioni, io gli risposi che mi stupivo nel trovarlo ancora vivo. Gli chiesi cosa faceva in questo periodo, e mi disse che non faceva niente di particolare, si barcamenava tra un’occupazione e l’altra.
Si asciugò il naso sulla manica della camicia, rumorosamente. Miralys non si fece commuovere più di tanto, adesso che stava trovando le informazioni che cercava. Serviva altro a farla distrarre, e difatti lei incalzò.
-Perché Alehandro è tornato dopo tutto questo tempo?
L’uomo esitò qualche istante, poi abbassò lo sguardo a terra e mugugnò qualcosa. La ragazza dovette tendere l’orecchio per udire la risposta.
– L’eredità di suo zio Franklin. Quando morì gli lasciò un’ottima somma, che Alehandro decise di non toccare finché non ne avesse avuto realmente bisogno. Quando è tornato, mi ha detto che gli servivano soldi per un viaggio lontano, che se ne doveva andare. Me ne ha lasciati la metà, ha insistito molto, e comunque quella in suo possesso è una quantità d’oro ragguardevole.
Uther chinò il capo, quasi per scusarsi.
– Con quei soldi, Alehandro può essere arrivato chissà dove. Mi dispiace, ragazza, non mi sembra che tu te lo sia meritato, un finale simile.
Miralys annuì. Non se la sentì di fare altro. In questo momento sentiva solo freddo, e una strana sensazione di leggerezza alla testa. Non riusciva a provare niente, né di negativo né di positivo. Sentiva solo un vuoto, un gelido, invadente vuoto. Si voltò verso l’uscita, andandosene lentamente.
– Arrivederci, messer Maquin’daar- salutò con voce piatta. Aprì la porta e se ne andò.

*    *    *

 Un cavallo docile e veloce.
Le strade aspre e tortuose dell’Occaso.
Il vento tiepido ed indifferente tra i capelli.        
Nessuno a cavalcare al suo fianco.
Gli alberi, spettatori silenziosi.
La quiete immutabile dei monti.
Le mura poderose e impassibili di Wulfheld.
Il rumore degli zoccoli, delle voci, della natura nel suo silenzio, come sassi su uno stagno ghiacciato.
Cinque giorni, in cui il sole salì e scese come avviene dalla creazione del mondo.
Il ritorno a casa di Miralys Rockraven.

*    *    *

Varcò la porta della sua abitazione senza fare alcun rumore. Anche se l’avesse fatto, non se ne sarebbe resa conto. Non era irritata, non era arrabbiata. Non riusciva a pensare a niente. Non aveva sufficiente lucidità neanche per rendersi conto che si doveva riscuotere, che aveva un lavoro da compiere, che c’era gente che si aspettava qualcosa da lei. Si sentiva vuota, come se un forte vento avesse spazzato via tutto quello che c’era in lei; una tempesta l’aveva investita, l’aveva portata con sè, sospesa nel vento, e poi com’era venuta se n’era andata, senza lasciare traccia e strappandole una parte di sè. Eppure non riusciva neppure a sentirsi sconsolata, delusa, irata, avvilita, offesa. Non ce l’aveva con nessuno. Non aveva le forze per farlo. Si era rintanata nel suo cupo gelo, nella sua imperturbabilità, ed anche entrando in casa non sembrò provare niente.
– Ti vedo un po’ sciupata- la salutò una voce profonda e gutturale.
Mikhal, suo padre, la guardava appoggiato all’esterno della finestra, immerso nella calda luce del meriggio. Aveva uno strano sorriso radioso, che molto contrastava con il cipiglio della giovane sacerdotessa. Fu il primo raggio di calore che arrivò al cuore di Miralys dopo giorni di cieca rabbia e gelido furore. Non sorrise neanche, ma provò a tranquillizzare il genitore.
– Dormo poco, ho molto da fare, papà, non ti preoccupare.
Mikhal alzò un sopracciglio, interrogativo, con espressione inquisitoria. La ragazza si affrettò a togliere preoccupazioni al padre.
– Sto bene, davvero- confermò con una tenue e poco convincente smorfia. L’uomo la guardò nuovamente con tutta la dedizione cha ha solo un padre amorevole; tutta questa attenzione, però, provocò all’improvviso fastidio nell’animo di Miralys. Voleva solo essere lasciata in pace, nient’altro. Mikhal, poi, si mise anche a fare lo spiritoso, socchiudendo gli occhi.
– Ah, piccola mia, ti sei messa a fare le ore piccole, eh?
Miralys trattenne lo sdegno a malapena, solo per rispetto verso suo padre, e si chinò a sistemare il suo zaino da viaggio. Non voleva far vedere che era profondamente infastidita da qualsiasi cosa, e si mise a fare altro.
– Guarda, papà, questo è l’ultimo dei rischi che corro, davvero…-rispose acidamente, ben più di quel che intendesse fare. Non sopportava questa situazione. La rabbia gli stava ritornando su tutta insieme, il furore per come era stata trattata, usata, tradita…
– Si può sempre rimediare, a questo…- rispose una voce allegra di fianco a suo padre.
La voce di Alehandro.
Alzò gli occhi e Alehandro era lì, anche lui appoggiato alla finestra accanto al vecchio boia; con un sorriso radioso, i capelli legati, gli abiti sgargianti coperti da una pannuccia di tela sporca di vernice, la testa stretta nella mano del padre che lo stava scuotendo.
– Dì nuovamente una cosa del genere a mia figlia e ti taglio quella testa di legno, capito?- ridacchiò Mikhal tirandogli i capelli. Il circense rise a sua volta, continuando a guardare la giovane sacerdotessa.
– Miralys, tuo padre mi ammazza!- cantilenò il ragazzo, con allegria.
Allegria che Miralys non ricambiò. Affatto.
La rabbia, l’ira, il furore di quei giorni le montarono addosso come un’onda di marea. Si sentì avvampare fino a tremare, come mai era successo prima d’allora, e non trovò altra via di sfogare quella sensazione che afferrando la prima cosa che le capitò sotto mano, un vecchio libro che portava nello zaino. Lo scagliò verso la finestra con tutta la forza che aveva in corpo, costringendo gli stupiti Alehandro e Mikhal a scansarsi. Subito Miralys agguantò un secondo libro, poi la borraccia,  poi un altro volume, poi una scarsella, e altre cose ancora, e le tirò una dopo l’altra verso il circense.
– MALEDETTO!- urlava tra le lacrime di furore. – TI HO CERCATO TUTTO QUESTO TEMPO ED ERI QUI!
-Ti posso spiegare!- urlò di rimando Alehandro, apparendo da dietro la finestra, ancora sorridente. Mikhal commentò in disparte.
– Io te l’avevo detto- ridacchiò.
Miralys continuò il suo lancio, quando d’un tratto non trovò altro sottomano. Non riusciva a ragionare in alcun modo, se non seguendo quella furia che aveva dentro. La sua umiliazione, la sua fatica, la sua rabbia, stavano scoppiando una dopo l’altra in quella violenta esternazione. Doveva sfogarsi, sfogarsi e capire, ma prima di tutto doveva assecondare quella sensazione nuova che stava provando. Si era mai sentita così furiosa, così ferita, così VIVA nella sua cieca rabbia? Uscì di corsa, girando intorno a casa verso l’ampio cortile sul retro, con un solo obbiettivo. Quando vide Alehandro ci si gettò contro, tempestandogli il petto di pugni.
– CHE CI FAI QUI! DIMMELO! MALEDETTO STUPIDO!
Il maledetto stupido incassava i colpi continuando a ridere e guardandola divertito ed intenerito. Non cercava di difendersi, anzi tentò di abbracciarla per le spalle, senza badare ai colpi che continuavano ad arrivare.
– Scusa, Miralys- sussurrò dolcemente, – ma avevo le mie ragioni, come tu hai le tue di essere arrabbiata… scusa davvero…
I due si discostarono leggermente, con la ragazza ancora in lacrime, che però aveva smesso di colpire il circense. Adesso aveva solo tanta, tanta confusione in testa, e voleva capire cos’era successo in quei giorni. Alehandro la anticipò; si abbassò fino a guardarla negli occhi, e fece un cenno con la testa.
– Guarda là- le disse.
Miralys si voltò verso l’angolo più lontano del cortile, rimanendo senza parole. Lì stava un grosso carro a quattro ruote, di grosse dimensioni e di fattura bizzarra, come se l’interno consistesse di più stanze. Era interamente di una profonda tinta scarlatta, eccezion fatta per la sagoma di un grosso corvo nero dipinto sulla fiancata.
– Questo è il Corvo del Meridione- spiegò Alehandro, – ed è un carro di modello alemarita. È studiato per i lunghi viaggi, e possiede tutte le necessità e le comodità disponibili. Gli ho apportato qualche piccola modifica, come uno spazio adibito a studio e una voliera con corvi viaggiatori ammaestrati. La base del carro ho dovuto comprarla, ma le modifiche le abbiamo fatte tutte io e tuo padre…
Miralys continuava a guardare il carro. Il simbolo sulla fiancata era quello sul suo braccio. Intuiva, ma non capiva. Alehandro continuò a spiegare; la sacerdotessa, alzando lo sguardo, notò che sembrava che il circense stesse arrossendo per la vergogna.
– Ho pensato che il mio lavoro mi avrebbe portato lontano, in molte parti del mondo, e che d’altro canto c’era qualcuno che avrei voluto avere vicino. Così- continuò passandosi una mano tra i capelli- ho pensato, in modo molto egoistico, secondo me, che saresti potuta venire con me, ma avrei dovuto fare in modo che tu potessi continuare la tua occupazione…
– Perchè mi hai mandato fino a Myrburg?- lo interruppe Miralys all’improvviso. Alehandro si schernì.
– Mi serviva qualche giorno per finire il lavoro, e così oltre a non venire alla riunione della Remigante mi è anche toccato inventare una falsa pista…
– E i soldi dell’eredità?- lo incalzò nuovamente la ragazza. Il segugio stava seguendo nuovamente le traccie.
– Beh, questo attrezzo costa- rispose Alehandro indicando il carro. – E poi ho dovuto pagare un grosso favore al Conte Kebellion…
– Un favore al Conte? Di che tipo?- intervenne nuovamente la sacerdotessa. Mikhal rise, distante.
– Non gli scappi, ragazzo…- ghignò il vecchio boia. Il circense, sorridendo, continuò la sua spiegazione.
– Tra un mese dovrò andare ad Alemar per uno spettacolo. Sul serio, stavolta. Ora, quella terra è molto lontana, e così ho chiesto al Conte un mezzo di trasporto sufficientemente veloce per due persone…
– Con chi vai?- lo fermò, inquisitoria, Miralys. Alehandro proruppe in un gigantesco sorriso.
– Ma con te, ovvio!
Miralys non rispose, continuando a guardarlo freddamente. Alehandro incalzò, afferrando il coraggio a piene mani.
– Perchè pensi che abbia fatto tutta questa fatica? Perchè pensi che sia tornato da mio padre? Perchè pensi che abbia speso tutti i miei soldi? Perchè pensi che abbia rischiato di perderti a questo modo con le mie azioni?
Attese, cercando risposta negli occhi della ragazza.
– Pensaci. Per chi, se non per te?
Si allontanò dalla sacerdotessa. Il sorriso gli svanì vagamente dalle labbra, come se un’ultima domanda lo attendesse.
– Io ho fatto tutto questo per te, senza però chiederti niente. Te l’ho detto, sono stato egoista, ma volevi farti una sorpresa. È il mio modo di fare. Ho messo alla prova la mia libertà per vedere quanto sono convinto a dividerla. Ho ottenuto la mia risposta, ma- rise tristemente – dopo quello che ho fatto non mi stupirei se tu non volessi sapere più niente di me…
Cercò per un istante le mani della sacerdotessa, per stringerle, ma Miralys si ritrasse incrociando le braccia al petto. Alehandro sospirò tristemente.
– Facendo questo ho ottenuto la mia risposta- disse. – Ora devo solo aspettare la tua. Qualunque essa sia, il Corvo del Meridione parte dopodomani. Sai dove trovarmi.
Si voltò e girò l’angolo dell’abitazione sotto lo sguardo freddo ed impassibile della ragazza. Mikhal borbottò qualcosa in una mezza risata, salutò la figlia con un cenno della testa e se ne andò anche lui. Miralys osservò il carro con attenzione, scrutandolo in ogni sua parte, comntemplando il corbo dipinto sulla parete.
Era proprio un bel carro.

*    *    *

Il fuoco ballava la sua triste danza nel camino, volteggiando sopra i ceppi roventi con mesta grazia. La notte arathiana rimaneva rigida anche d’estate, sebbene più sopportabile, e l’aria nel salone di casa Rockraven era tiepida e accogliente. Alehandro stava seduto su una vecchia poltrona, con una coperta gettata sulle gambe, e con un triste sorriso gettava piccoli trucioli di legno tra le fiamme; contemplava come si contorcevano, una volta a contatto con il fuoco, e come sparivano rapidamente. Una voce femminile molto calma lo strappò ai suoi pensieri.
– Hai intenzione di consumare tutte le esche per il fuoco o smetterai prima di mattina?
Miralys stava in piedi in fondo alle scale, stretta in un grosso manto di pelliccia grigia. Era scesa a piedi nudi, con passo tanto silenzioso da non farsi scoprire, e adesso guardava il circense con aria piatta, senza nessuna espressione particolare. Una bellezza gelida, si ricordò Alehandro, come quando la conobbe. Poi quell’espressione si addolcì, a fronte di molti eventi, e lui se ne trovò invischiato. E quella sera, eccola lì, di nuovo.
– Mi sento un fallimento, tutto qui- borbottò senza troppa convinzione. Gli occhi chiari splendevano alla luce traballante del fuoco, immersi nell’ombra del volto. Avrebbe voluto voltarsi, ma non sapeva dire se era in grado di sostenere lo sguardo della ragazza. Ci provò.
– Ho fatto tutto questo per te, ed ero convinto di aver combinato qualcosa di bello e di utile, qualcosa da condividere. Però- aggiunse tristemente- proprio mentre organizzavo tutto questo affarre, questo bell’inganno, pensavo a quanto sbagliavo a non volerti rivelare niente. Una pessima sorpresa, nient’altro, ecco cosa stavo mettendo su.
Ridacchiò mestamente, tra sè e sè.
– Forse ha ragione mio padre- aggiunse a bassa voce. – Forse in vita mia non ho mai combinato niente di buono, e niente combinerò.
Miralys invece lo guardava senza staccare gli occhi un istante. Lo stava scrutando intensamente, lo stava indagando. Austera, impassibile, altera; eppure il circense riuscì a percepire qualcosa, una vena di dolcezza che tanto adorava. La voce stessa si mostrò più calda e tenera.
– Ho parlato con tuo padre e gli ho detto quello che hai fatto negli ultimi anni- gli rivelò. – Ha detto che è fiero di te.
– Davvero?- sorrise Alehandro, con tono sollevato. Sembrava che la notizia un po’ lo rincuorasse, e alzò gli occhi verso il volto della ragazza con fare speranzoso. Anche Miralys aveva un mezzo sorriso dipinto sul viso.
– Sono contento che tu sia qui- sussurrò il ragazzo. La giovane trattenne una risatina, poi si ricompose; sul volto riapparve un’espressione seria, per quanto partecipe e addolcita.
– Ecco la mia risposta, Alehandro- disse in un soffio.
Il silenzio all’improvviso sembrò assordante. Solo il fuoco scoppiettava nel camino, scandendo ogni singolo istante.

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Commenti

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6 comments

  1. e che produce, questo circense da strapazzo!!!! 🙂
    è stato bravissimo, anche perchè ha detto che per fine mese di luglio sarebbe stato pronto, e così è stato!!! 🙂
    bravissimo frank, mo rileggo e rileggo 😉
    e un pò ti odio, perchè la descrizione di Miralys è perfetta, maledetto, meglio di come l’avrei potuta descrivere io 😉

  2. (Lypsak sloggata interloquisce)

    Ahhhh, che gusto, che GUSTO quando il Frank posta!

    Torno a seppellirmi tra le mie fotocopie, prenotazioni di jam session e cazziemazzi…

  3. Dahal: hai voglia te quanto devi pedalà… STUDIAAAAAA!!!! SCRIVIIIII!!!! E smetti di insidiare il culo del fRank, mi si distrae!

    Lyppa sloggata

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