Il figlio- 3

Share Button

Il risciaquio delle onde, che da sempre le aveva cullato il sonno, le era veramente mancato. Il profumo della salsedine, il vento carico di voci chiassose, l’eterna sensazione di festa imminente; anche questo era Scentiar, per Loupelee. La sua città natale, il luogo che aveva visto la sua triste infanzia, e in silenzio l’aveva contemplata mentre cresceva, colma d’ira, sino a quando aveva messo fine ai suoi problemi e fatto sbocciare la sua fortuna con un unico e sanguinoso colpo di spugna. Da chissà quanti mesi non calcava più le vie trafficate del porto, facendosi largo a spintoni tra marinai alla ricerca di piaceri, mercanti privi di scrupoli e altra umanità di siffatta natura; ed adesso poteva di nuovo contemplare i magnifici e svettanti edifici unirsi alle piccole bettole, nella più variopinta e cosmopolita delle città whanelite. Quando infine giunse alla banchina, Loupelee si piazzò a rimirare la facciata di un edificio a due piani in pietra chiara, con imposte di un bizzarro rosso sfavillante, come le tende che ammiccavano da dietro le poche finestre aperte; il portone chiuso era dello stesso colore, e sopra di esso era presente un’insegna scarlatta in legno, su cui era vergata in caratteri scuri la scritta “Il Galletto Sbronzo”. L’edificio era isolato dagli altri, ed appariva ottimamente curato nonostante fosse diviso dai moli e quindi dal mare solo dalla strada principale. Noctulis, alle spalle di Loupelee, reggeva in braccio uno strano fagotto, involtato in una coperta di lana pesante, che non ne voleva sapere di starne fermo; aveva ormai il costato dolorante a furia di pugni, calci e pizzichi che gli erano stati inferti. Con fare sofferente riuscì appena a biascicare un aiuto.

– Loupe io te lo dico mi sta cadendo di…

Sbuffando, riprendendosi dai suoi pensieri, la donna accorse a togliere dalle braccia di Noctulis il piccolo ingombro, che subito sembrò calmarsi al suo contatto. Lo stregone aveva combattuto moltissime battaglie, ma dovette ammettere che occuparsi di quella minuscola furia era veramente una bella sfida. Con il bordo della manica si asciugò una stilla di sudore che colava da sotto la maschera, che portava continuamente indipendentemente dalla stagione, e riprendendo il fiato riuscì a mugugnare un ringraziamento. Loupelee lo guardò come se avesse davanti uno sfaccendato buono a nulla, seppur con tenerezza, sorridendo.

– Mamma mia, Noctulio, che sfaticato che sei… su, allora porto il bambino dentro, intanto, va bene?

Lo stregone si mise a sedere su una delle piccole balaustre di metallo che dividevano la strada dalla banchina, alzando una mano in cenno di assenso e respirando l’aria salmastra a pieni polmoni. Osservò, tra una boccata d’aria e l’altra, Loupelee che entrava all’interno del bizzarro edificio, di cui a quanto pareva possedeva le chiavi. “Così è questo il Galletto Sbronzo”, pensò Noctulis. Quando aveva incontrato Loupelee, lei gli aveva detto subito del tipo di attività che svolgeva e del locale di sua proprietà; un bordello in piena Scentiar, con le migliori “intrattenitrici di uomini” di tutta l’intera città e i più affascinanti drudi di tutto il Meridione. All’inizio trovò squallido come una donna così bella, così intelligente e piena di risorse dovesse ridursi a vendere in proprio corpo ad individui alla ricerca di amore mercenario; poi capì che Loupelee era scaltra, sapeva ben svolgere il suo lavoro e soprattutto tutelarsi. Difendeva i diritti delle sue colleghe, così che non venissero sfruttate, le pagava bene e soprattutto non le obbligava mai a lavorare, ma faceva che fossero loro a scegliere; in qualche anno il Galletto Sbronzo era diventato un bordello di qualità, conosciuto e frequentato dalle alte sfere di tutta la costa Sud. Ed adesso, sebbene lui lo considerasse tale solo in minima parte, era anche il suo bordello. Lui e Loupelee si erano sposati poche settimane prima presso il maniero di Karros, nei Ducati, a miglia e miglia di distanza da Scentiar; Noctulis era finito in quelle lande impervie durante anni di vagabondaggio, in periodi lontani nella memoria, ma non abbastanza da cancellare il dolore e la vergogna per le azioni compiute in quel tempo. Lì si erano incontrati con Loupelee, giunta alla sua ricerca. “Ma questa è un’altra storia”, sghignazzò Noctulis tra sè e sè, continuando a ripercorrere la matassa degli eventi che lo avevano unito a Loupelee. Fatto sta che finalmente erano uniti in matrimonio, coronando così la loro vita di coppia; era praticamente tutto perfetto, se non per il ritrovamento di quello strano bambino, presso Drakvall, dove avevano sconfitto Konrad. Lo avevano nascosto agli altri, nella paura che lo reputassero un pericolo, dato che era stato sino a quel momento allevato da un vampiro, e lo portarono di nascosto fino a Scentiar. Il viaggio era stato alquanto problematico, e non solo per la distanza; il bambino era vivace, rispondeva adeguatamente agli stimoli, cresceva normalmente ed aveva occhi vispi e furbi come quelli di una volpe, ma la sua pelle era troppo dannatamente bianca e fredda, e poi non mangiava volentieri. Chiunque, probabilmente, avrebbe imputato a qualche sciocca malattia infantile questi problemi, ma non Noctulis e Loupelee; non sapevano di chi fosse realmente figlio il bambino, né perchè fosse con Konrad, ma avevano intenzione di scoprirlo in qualche modo.

* * *

La luce battente del mezzogiorno scentiarita filtrava pigramente tra le tende cremisi del Galletto Sbronzo, immergendo l’immenso salone principale in una tinta sanguigna. Gli stupendi arazzi osservavano indifferenti l’avvicendarsi delle sagome dei passanti alla finestra, mentre una fiamma vivace rischiarava la lettura all’uomo seduto in uno dei numerosi tavoli del bordello. Nemmeno il soave profumo della zuppa che stava cuocendo nella pentola sul fuoco del camino riusciva a distogliere Noctulis dai suoi studi, e le voci delle ragazze che si riposavano dopo la nottata in vista della successiva sera di lavoro erano solo un eco lontano nella sua mente. Impossibile che in tutti i tomi che avesse letto nell’ultima settimana non fosse presente che tipo di malattia potesse avere il pargolo; eppure, lo stregone non riusciva a trovare una patologia degna di nota. Non era il suo campo, certamente, ma tutta la sapienza medica che aveva esaminato confermava lo stato di apparente buona salute del bambino; questi non aveva nessun sintomo particolare, e la pelle bianca e il poco appetito erano da considerarsi niente di importante. Eppure non era convinto comunque, e non riusciva a rasserenarsi; d’altronde, se neanche le conoscenze dei dotti indicavano niente, doveva allora solo arrendersi e accettare che questa era la normalità. Fu l’arrivo di una trafelata Loupelee, che scese a rotta di collo giù dalle scale, a destarlo dal suo studio; la moglie sembrava affannata e preoccupata, e quando gli giunse davanti si buttò a sedere su una sedia, sventolandosi con un ventaglio. Aveva i capelli insolitamente fuori posto, senza trucco, come se in questo momento altro la occupasse.

– Il piccolo non ha mangiato niente neanche oggi, Noctulio. Non è normale.

Noctulis continuò a tacere, lo sguardo perso in mille pensieri. Nonostante dovesse essere solo una soluzione temporanea, ormai era passato quasi un mese e mezzo da quando avevano raccolto il bambino, e dovette ammettere che ci si era affezionato. Era simpatico, giocoso, nonostante la tenerissima età prometteva già bene; l’idea che potesse star male gli attanagliava lo stomaco in una morsa.

– Pensi di fare qualcosa, Noctulio, oltre a startene qui a leggere?- lo apostrofò acida Loupelee. Anche lei era sotto pressione, stanca di badare al neonato in continuazione senza vedere alcun tipo di miglioramento. Prendersi cura di una tale creaturina, quello che all’inizio era stato quasi un capriccio, una scelta d’orgoglio e di puntiglio, adesso era ben più di una sfida; sentiva un fortissimo istinto materno, e mai avrebbe permesso che al piccolo potesse succedere qualcosa. era sempre stata forte, in vita sua, risoluta, eppure adesso sentiva che se non fosse avvenuto un cambiamento avrebbe potuto cedere. E questo non sarebbe mai dovuto accadere a Loupelee Desamesdescoeurs. Alzò lo sguardo verso Noctulis. Per la prima volta da quando lo conosceva, lo vide con le mani unite innanzi al volto, per impedir loro di tremare.

* * *

Alla fine era stata la stanchezza a vincere su Loupelee. Accocolata come una gatta su una poltrona che avevano portato nella piccola stanza con la culla, si era addormentata dopo due giorni estenuanti intenta a curare il bambino, invano. Il neonato era sempre più debole, sempre più bianco, e rifiutava categoricamente il latte lamentandosi flebilmente. Lo stanzino era posto sotto il livello stradale, e da una finestrella minuscola filtrava appena la luce lunare. Nella tenebra profonda, risaltava solo il candore della pelle tesa del neonato, quasi immobile, come una statua d’avorio, feticcio innalzato a un dio crudele. Da un angolo, gli occhi indagatori di Noctulis, da sotto la maschera di stoffa nera che indossava in casa, non riuscivano a staccarsi dal giaciglio del fanciullo, come se attendessero qualcosa che non voleva accadere. Un’attesa estenuante, poi di chissà cosa. Loupelee si era prodigata verso il piccolo, e alla fine era caduta stremata. E lui? Lui cosa aveva fatto, se non accanirsi dietro a vacue parole?

Non riusciva certo a dormire. Ed adesso, neanche a stare fermo. Si alzò, spinto dalla disperazione, e si incamminò a piccoli passi verso il bordo della culla, chinando lo sguardo al suo interno. Il neonato respirava a malapena, con un’espressione seria e adulta sul volto. Noctulis iniziò a parlargli a bassa voce senza praticamente accorgersene.

– Facciamo un accordo, va bene? Se tu mi sveli il tuo segreto io ti svelo il mio.

Il silenzio accolse le sue parole. Noctulis continuò lentamente.

– Lo prendo come un assenso. Allora… Da che parte farmi…

Rise debolmente tra sè e sè. Trovava folle quello che stava facendo. Senza alcuna connessione logica, inutile, inutile, inutile. Eppure illogico era anche quello che si accingeva a spiegare, così riprese il suo discorso con un ironico sorriso.

– Devi sapere, piccolo, che io non sono una persona normale. Vedi, io diversi anni fa or sono sono morto. Morto stecchito. Sulla Costa del Sangue, dove appresi insieme al mio maestro i rudimenti dell’arte arcana, una sacerdotessa dei drow mi uccise, dopo aver ucciso il mio mentore. Razza bastarda i drow, simili agli elfi, ma con la pelle del colore della notte, il cuore marchiato dal desiderio di nefandezze, crudeli assassini. Fatto sta che prima mi ustionò con la mano il volto, proprio tra gli occhi, e poi mi infilò un pugnale nel cuore, e io me ne andai. Durò poco, dato che dall’altra parte qualcuno mi attendeva. La Morte stessa, piccolo, una bellissima signora, distinta, affabile, ma non la inviterei mai a uscire, se fossi in te. Tutt’ora ignoro il perchè, ma mi propose un’offerta. Lei mi avrebbe ridato la vita, e io avrei consegnato in suo onore un pegno di sangue quotidiano. Ogni anima che le portavo mi garantiva uno o più giorni di vita da quel momento. Sai che vuol dire, bimbo? Che l’omicidio e il massacro sarebbero stati la mia via, tutto ciò che mi attendeva. Solo sangue, sangue e violenza erano il mio futuro, scritto nella mia anima maledetta in lettere di fuoco. Questo marchio mi avrebbe accompagnato per sempre, e tutt’ora la mano gelida della Morte si fa sentire, richiedendo il suo pagamento. La cicatrice che mi deturpa il volto e per la quale sono costretto a indossare questa penosa maschera è per me il simbolo di questo patto vincolante e crudele, un monito di cui non potrò mai dimenticarmi. Ero veramente prostrato, allora. Un uomo a pezzi, nonostante fossi ancora vivo. Mi ero ormai rassegnato, quando ho incontrato lei.

Noctulis alzò gli occhi dalla culla per un istante, posandoli sulla donna addormentata. I capelli riccioli si confondevano con la tenebra stessa, formando sinuose volute sul volto, sulle spalle e sul seno. La bocca carnosa era appena dischiusa, gli occhi erano cancelli chiusi su paesaggi di sogno.

– Loupelee mi ha segnato più profondamente della maledizione stessa. Ho capito che se avessi dovuto vivere nel dolore, per lei l’avrei fatto. Starle vicino rendeva la mia condizione più leggere, e la vita stessa assumeva nuovi colori e sapori. Per lei, sarei diventato migliore, e farei di tutto per donarle il migliore dei mondi possibili.

Lo sguardo si posò di nuovo sull’infante assopito. L’esile mano dello stregone scese lentamente ad accarezzargli il volto con piccoli gesti, per non disturbarlo.

– Capisci cosa intendo, piccolo? Devi vivere. Ne vale la pena, sul serio. Se ti arrendi ora, è finita. Io so che ce la puoi fare. Però mi devi aiutare. Devi dirmi come fare a darti una mano.

Come per risposta, la manine paffute del neonato cercarono debolmente quella dello stregone stupito. La afferrarono senza forza, tentando di spingerla verso la bocca. Noctulis aiutò il movimento senza opporre resistenza, osservando come il piccolo dischiudeva la bocca e iniziava a succhiare avidamente il dito dell’uomo. Sentì le gengive nude stringersi sulla carne, muoversi a destra e a manca tirando la pelle, quindi serrarsi fino all’osso, poppando con insistenza. Fu allora che un lampo aprì in due la mente di Noctulis. Non ci voleva credere, era troppo, troppo… Non c’erano parole per descrivere la situazione in cui si erano cacciati, né quella in cui versava il neonato. Girò intorno alla culla, fino a raggiungere una piccola madia; in fretta e furia aprì un cassetto, frugando tra le posate all’interno, ed estrasse un coltello da pasto. Lo portò sul polpastrello dell’indice, e fece scorrere la lama in tutta la sua lunghezza, aprendo un taglio da cui rapidamente sgorgò una stilla di sangue vermiglio. Riuscì a trattenere un’imprecazione, ma non abbastanza in silenzio da non destare Loupelee dal suo sonno leggero. La donna vide solo il marito, con una piccola ferita sul dito, tornare a grandi passi verso la culla ed appoggiarla sulle labbra del neonato. Questo accettò il gradito dono, ed iniziò a succhiare con veemenza. Loupelee riuscì a malapena a non imprecare.

– Per gli dei celesti…

Adesso il piccolo aveva concluso il suo fiero pasto. Noctulis avvolse il dito in una piccola benda, consapevole che questa non sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe compiuto quel gesto. Loupelee lo abbracciò, contemplando silenziosa il fanciullo; questi aveva un’espressione soddisfatta, con un minuscolo rivolo di sangue che colava dalle labbra. Il suo respiro era profondo e regolare, e subito si riaddormentò, finalmente sazio.

– Bravo, piccolo. Hai rispettato la promessa.

* * *

– Un durkulas, cara Loupelee. Sai cos’è.

– Non provarci nemmeno, a fare il saccente con me. Fammi un rapido ragguaglio.

– Il figlio di un vampiro.

– Con calma… L’ho spogliato e rivestito decine di volte, e il piccoletto non aveva addosso alcun segno di morsi. È la prima cosa a cui abbiamo pensato, mi pare.

– Non proprio in quel modo. Vedi, il bambino è figlio di un uomo e una donna…

– … e fin qui, niente di nuovo…

– … mortali, intendevo. Solo che, con buona probabilità, la madre è stata morsa nel momento del parto. Quindi, il pargolo è mortale, ma presenta in sè, anche se debolmente, i segni della maledizione del vampirismo lasciatagli da Konrad.

– Bianco, è bianco. Freddo, è freddo. Si nutre di sangue, oltre che del cibo normale.

– …

– Sembra proprio che la cosa stia così.

– Senza dubbio alcuno. Dopo l’intuizione, ho ricontrollato meglio e tutto sembra quadrare con la mia ipotesi.

– E bravo il mio scienziato.

– Sì, ma… il punto è… adesso…

– … che ne facciamo?

– Per l’appunto.

– Ti conoscerò, bel tontolone? Ora lo teniamo.

– Lo teniamo?

– Che vuoi fare, buttarlo nel porto?

– No, che c’entra… solo che…

– Solo che niente. L’abbiamo trovato e ce lo teniamo.

– Un po’ come un figlio…

– …

– …

– Cosa hai detto?

– Un figlio.

– …

– …

– Fa un po’ paura.

– Già.

– E come lo vuoi chiamare?

– A te la scelta, mia cara.

– Allora… È figlio mio e tuo, adesso, ma anche un po’ di Konrad. Dei genitori naturali…

– … mi dispiace dirlo, ma per me sono andati.

– Un problema in meno.

– E vai col cinismo…

– Taci, mon amour. Konrad, Loupelee e Noctulis…

-…

– Kelien. Contiene le iniziali di tutti e tre i nomi, e suona anche bene.

– Kelien.

– Kelien.

– Carino davvero.

– Lo so, Noctulio, l’ho scelto io…

Le loro mani si cercarono e si strinsero. Dentro la culla, placido come se niente al mondo avesse importanza, adesso riposava loro figlio.

Share Button

Commenti

commenti

One comment

  1. Comincio a adorare il sabato… appena appicco sto computer, posso leggermi una perla meravigliosa…
    Bravo il mio Noctulio… Bravo… è proprio degno di te…

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.