Vetro argentato

L’erba è umida contro la mia guancia.
La fisso, perdendomi nei ghirigori del liquido scuro e caldo che impregna quegli steli e si allarga sotto di me. Nonostante sia una notte incredibilmente tiepida per la stagione, avverto un freddo intenso farsi strada nelle mie membra.
Penso di allungare la mano verso la scarsella per prendere una delle mie bende, una delle mie siringhe, qualsiasi cosa, ma le dita ricadono inerti tra l’erba. Nella mia vita ho visto molte ferite come questa, soldati con la gola tagliata che soffocavano lentamente nel proprio sangue. Non è una bella morte, ma in fondo nessuna morte è bella, per quanto tale voglia apparire.
Avrei potuto difendermi. In fin dei conti, sono un soldato. Sono addestrata a evitare i colpi anche più letali, nella mia scarsella ho dosi di curaro per paralizzare i nemici e cloroformio per metterli fuori combattimento in un secondo.
Avrei potuto usarli.
Avrei potuto, e non ho voluto.
Le ultime parole che ho udito mi risuonano nella mente.
“Vinicio non ha avuto una seconda possibilità. Non ne avrai neppure tu…”
Scavo dentro di me alla ricerca di rabbia, rancore o almeno delusione. Non trovo nulla. Solo un enorme vuoto.
Perché difendermi, quando anche qualcuno che fu mio compagno mi vuole morta?
Spesso sono le cose che amiamo di più a ucciderci.
Mentre sprofondo nel buio, mi sembra che d’improvviso la notte si sia fatta più luminosa. Con un grande sforzo, volto la testa. Qualcuno si sta avvicinando. Adesso la luce è quasi accecante, e contro di essa si staglia una figura alta e snella, ornata da un elmo.
Socchiudo gli occhi e mi chiedo dove ho già visto quel volto dall’incarnato pallido, incorniciato da capelli scuri mossi, quegli occhi grigi e il naso leggermente aquilino… ah, sì, in un quadro ritrovato dalla Masnada dello Spiantato.
Un morso di dolore mi stringe il cuore, quando penso che non ho potuto neppure salutare Cyra un’ultima volta.
L’uomo mi sorride e mi tende la braccia per aiutarmi ad alzarmi.
– Hai commesso degli errori – dice – Ma hai combattuto per una giusta causa. La Maschera è distrutta. E adesso sei libera.
Libera. Me lo ha detto anche Feris, Ghianda o come si fa chiamare adesso.
Afferro la mano del cavaliere e lo seguo in una nebbia luccicante. Attraversiamo campi di grano maturo che fruscia tra le mie dita e sentieri boschivi avvolti da una quieta foschia, fino ad arrivare a una casetta di legno. Sulla soglia, una donna dai capelli rossi mi accoglie. Non c’è più sangue sul suo volto ovale, e i suoi vestiti sono candidi come la neve.
– Non potrò andare a cercare tuo figlio – le dico con una punta di rimpianto.
Lei sorride.
– Gli hai concesso di sopravvivere alla guerra, e adesso ha una famiglia che bada a lui. Sarà abbastanza forte da andare avanti.
Poi mi fa cenno di entrare.
All’interno due uomini mi stanno aspettando. Si alzano entrambi dalle sedie al mio arrivo.
– Cristilde – mormora Rob, pronunciando il mio nome con quella gentilezza che solo lui riesce a esprimere. – Finalmente!
Poi mi abbraccia. Anche Vinicio mi viene incontro e mi posa la mano sulla spalla.
Gli occhi mi si riempiono di lacrime. In quell’istante meraviglioso, in cui tutto si infrange in vetro argentato, mi rendo conto di essere finalmente arrivata a casa.

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