Era passata una settimana e finalmente avevano piantato di nuovo il campo stabile, prevedendo di rimanervi per diversi giorni, mentre raccoglievano informazioni e vettovagliamenti. Odile ringraziò ogni astro che conosceva: aveva bisogno di qualche giorno senza dondolare tutto il tempo nel Vagon.
Era il primo pomeriggio in una calda giornata della luna di Spica e l’alchimista stava accovacciata davanti all’armadietto degli unguenti, contando quante lattine di ciascun medicamento erano rimaste e segnandone le quantità, quando udì l’inconfondibile movimento della tenda di entrata che veniva sollevata, seguito da,
“Odile?”
Odile sorrise, approfittando di essere più o meno nascosta, prima di riprendere un’espressione quanto più neutrale possibile e inclinarsi indietro, quasi sedendosi per terra, per fare capolino da dietro la grande anta,
“Sono qui!” esclamò, sbracciandosi, per poi, prevedibilmente, sbilanciarsi e finire col sedere a terra. “Ahia…” disse, alzandosi e guardando male il terreno, “Antipatico…” Dantalian cercò di camuffare la risata con un colpo di tosse, Odile la fissò, “Guarda che non c’è bisogno che tu cerchi di salvare la mia dignità: a quest’ora sai quante volte è andata…” si scrollò i pantaloni e chiuse lo sportello del mobile, bloccandolo con il chiavistello per evitare che andasse tutto in giro.
“Odile, io… sarei venuta per la visita.”
La cerusica evitò gesti di vittoria, ma a fatica.
“Oh, molto bene,” si limitò a dire. Osservò la donna, che guardava l’entrata apprensiva. “Andiamo al mio Vagon, è più privato. Dantalian annuì secca,
“Sì, grazie.”
“Figurati, non sei né la prima né l’ultima che preferisce rimanere al sicuro da occhi indiscreti. Me compresa.”
Di nuovo, le due donne s’incamminarono assieme verso il Vagon dell’alchimista. Odile le chiese di lasciare all’ingresso stivali e armi, come la volta precedente. Questa volta, però, Odile chiuse le imposte laterali e aprì il lucernario sul tetto, da cui entrava luce. Sul tavolo rialzato, posò un telo di lino bianco, e sopra iniziò a metterci degli strumenti.
“Questo lo conosci già,” disse, rivolgendosi a Dantalian, “è uno corno per auscultazioni. Questa parte,” indicò la parte del cono più grande, “viene appoggiata al tuo torace, o alla tua schiena, e io appoggio il mio orecchio dall’altra parte per ascoltare i rumori del tuo corpo. I rumori possono dire molto.” Odile estrasse un bastoncino di legno piatto lungo circa venti centimetri, e largo almeno un paio, “questo mi serve per abbassare la tua lingua e guardare la tua gola. Può essere fastidioso, ma è innocuo. Mi serve per controllare le tue tonsille e la bocca.” Appoggiò anche quello sul telo. Poi prese una piccola lampada alchemica, “con questa, controllerò lo stato dei tuoi occhi…” Odile vide Dantalian girarsi come a coprire l’occhio più chiaro, “Non è invasivo. Ti posso solo chiedere se il tuo occhio sinistro è sempre stato così?”
Dantalian mormorò
“No…”
“Ci vedi?” Odile chiese, quando vide Dantalian esitare per un momento.
“Sì… è complicato.”
“Se non hai dolore o problemi possiamo soprassedere.” Le disse, prendendosi un appunto mentale di tornare sull’argomento più avanti. Posò sull’altro tavolino la pergamena dove avrebbe segnato tutto, “Qui scriverò quello che riscontrerò e potrai vederlo e farmi tutte le domande che vuoi. Fino a qui bene?”
Dantalian annuì,
“Bene. Se possiamo iniziare, ti controllerò per prima cosa gli occhi. Ti chiederò di chiuderli e conterò fino a venti. Poi ti chiederò di mettere una mano a tappare uno dei due occhi tenendolo chiuso, e aprire l’altro. A quel punto vedrai la luce e ti darà fastidio, ma cerca di resistere e tenerlo aperto.”
Dantalian annuì e Odile le chiese di andare nella zona più buia del Vagon.
“Sono pronta.”
“Bene. Uno, due…” Odile contò lentamente fino a venti, e lasciò che la donna coprisse per primo l’occhio sinistro. “Apri”.
Con la lampada alchemica a fascio sottile Odile controllò prima il fondo della pupilla, non vedendo a prima vista niente di preoccupante, e poi controllò la reattività alla luce, spegnendola e riaccendendola. “Tutto fatto.” Le disse poi, andando ad appuntare i risultati. “Sei pronta per l’altro occhio?”
Dantalian annuì nuovamente.
Odile eseguì la stessa operazione. La reattività pupillare sembrava un po’ più lenta, ma presente, l’unica cosa che le fece pensare ad un’influenza di tipo magico fu un leggero lucore verde sul fondo dell’occhio. Riferì tutto a Dantalian, si prese i suoi appunti, e non indagò oltre. Vide la donna sospirare di sollievo.
“Molto bene. Adesso ti controllerò la gola.”
Odile spiegò di nuovo passo passo tutto ciò che avrebbe fatto, e fu rapida nell’osservazione del cavo orale, usando la lampada alchemica per aiutarsi a vedere.
“Mi sembra tutto in ordine. Ti consiglio di usare dei ramoscelli verdi di rosmarino per pulire i denti, aiuterà a non farli cadere.” Le disse. Annotò quanto aveva visto sulla pergamena, poi prese il corno di Pinard.
“Ora ti ausculterò e poi vorrei controllare la tua pelle. Per iniziare mi basta che ti allenti la camicia, solo quel tanto perché possa appoggiare il corno alla pelle. Prima sulla schiena e poi sul torace.”
Odile attese paziente mentre Dantalian lentamente disfaceva il nodo dei lacci dello scollo e tirava gli incroci perché si allargasse. La vide esitare per un attimo, e poi slacciarlo del tutto, girarsi di schiena e tirarsi su la camicia in un movimento unico. L’alchimista capì subito perché l’avesse fatto. Così come a volte è meno doloroso togliere di colpo un bendaggio con un’aderenza, invece di tirarlo un pochino per volta, prolungando il supplizio, così la donna aveva probabilmente deciso che era meglio rivelare tutto subito. Al di sopra e al di sotto delle fasce che le proteggevano il seno, infatti, erano visibili, alcune in rilievo, alcune sbiadite per quanto erano vecchie, un intreccio di cicatrici che potevano quasi sembrare intricate quanto un centrino all’uncinetto, se non fosse che erano state provocate con fruste di vari diametri, per molti, molti anni. Odile si morse il labbro per evitare di far uscire il gemito di compassione che, nonostante gli anni di esperienza, ancora si faceva sentire.
“Posso avvicinarmi?” chiese a Dantalian. La donna annuì in silenzio per l’ennesima volta, le spalle rigide e incurvate in avanti. “Potresti sentire un po’ di freddo, è il corno.” Le disse. Come promesso, appoggiò gentilmente il corno su entrambi i lati della schiena, prima in alto, poi più in basso, annotando quanto udisse. “Hai il battito accelerato, ma posso immaginare perché. I rumori dei polmoni sono giusti. Vuoi interrompere?” le chiese.
Dantalian esitò per un attimo, e poi scosse con veemenza la testa in diniego. Odile esalò lentamente il respiro che aveva trattenuto: anche il suo di battito era accelerato. “Un’altra domanda allora, preferisci che continui con l’esame della schiena, o vuoi girarti e prima finisco di auscultarti?”
Odile aveva ora la certezza che a Dantalian non fossero state offerte tante scelte nella vita, ancora più determinata a non fare parte di quella lista. La donna deglutì, schiarendosi la gola, poi mormorò,
“Schiena. Per favore. Non… farmi girare ancora.”
“Non c’è fretta. Adesso sentirai le mie dita sulla schiena, dimmi se senti dolore in qualsiasi modo, va bene?” un cenno di assenso della testa fu la risposta.
Odile iniziò dalle spalle, catalogando profondità, spessore, e presunta età delle cicatrici. Lasciò la mano sinistra a leggero contatto con la schiena di Dantalian, e usò la destra per appuntare quanto necessario. Fu meticolosa ma rapida, anche perché Dantalian stava iniziando a tremare. “Fatto.” Disse, togliendole la mano dalla schiena, prendendo una coperta leggera dal fondo del letto e passandola direttamente alle mani di Dantalian, che la prese senza un fiato e si coprì, fino ad avvolgersi davanti, nascondendo le braccia.
Odile la guidò a sedere sui cuscini a terra.
“Finiamo qui, oggi.” Le disse. “Riprendiamo un altro giorno, quando te la senti, va bene? Per la maggior parte ho ciò che mi serve.”
Dantalian sembrava aver nuovamente perso la capacità di parlare e annuì. Odile le versò un’altra tazza di infuso a freddo e gliela mise davanti sul tavolo, assieme a dei dolcetti.
“Bevi, e mangia. Rimani pure finché non ti sentirai pronta.” Odile fece per allontanarsi quando la mano di Dantalian uscì di colpo dalle volte della coperta e le afferrò il polso, quasi dolorosamente. Odile non fece una piega e si accovacciò davanti alla donna, guardandola in viso.
Gli occhi fissavano il vuoto, muovendosi rapidamente, e Odile poteva vedere il battito sul collo scoperto, rapido e troppo evidente. Aveva fatto bene ad interrompere. “Ehi… va tutto bene.” Le sussurrò, usando l’altra mano per sfiorare il pollice di quella che stringeva il suo polso, “È il terzo giorno della luna di Spica e siamo nell’anno settimo dell’Era del Regno. Sei nella Scacchiera, nell’accampamento del Sussurro, dentro il mio Vagon, e io sono Odile, la cerusica. Attorno a te c’è una coperta di lana leggera e sei seduta su dei cuscini a terra. Sei al sicuro qui…” le disse, e continuò a ripeterlo finché la stretta sul suo polso non si allentò e non vide gli occhi di Dantalian riprendere la messa a fuoco.
Odile vide Dantalian ritrarre di colpo la mano e ritrarla dentro la coperta, stringendosela addosso. Fu attenta la cerusica a non toccarsi il polso, anche se sapeva che probabilmente ci sarebbe venuto un livido (anche perché, dopo il Campomagno, era ancora più prona a farsene anche con niente), e delicatamente prese la tazza e l’offrì a Dantalian.
“Bevi, e mangia… e rimani qua a riposare, ordine del medico, non devi parlare se non vuoi.” Un altro cenno di assenso con la testa. “Adesso apro un po’ le imposte, ho bisogno di luce. Lascerò questa chiusa, che non ti dia noia. Mi vedrai aprire sportelli e preparare qualcosa, ti preparo un unguento da usare, e una tisana da assumere prima di dormire. Va bene?”
Dantalian chiuse gli occhi, appoggiandosi alla parete del Vagon e allungando le gambe davanti a sé.
Odile iniziò a canticchiare lievemente (era sempre il pezzo che stava preparando per il certamen di Cyra) e armeggiò con i suoi armadietti alchemici fino a trovare quello che cercava, preparò due piccole latte con delle etichette per Dantalian, lasciandole davanti alla donna assieme ad una piccola pergamena con le istruzioni.
“Dantalian,” Odile attirò la sua attenzione. L’altra donna aprì gli occhi e la guardò. “Devo uscire a prendere degli ingredienti che ho finito. Lì hai i preparati e le istruzioni per utilizzarli. Quando ti senti meglio e quando vuoi, puoi andare, basta che tu chiuda le imposte dietro di te e la porta prima di andartene, va bene?”
Lo sguardo di Dantalian si spostò rapidamente sul suo volto, osservandola con l’espressione guardinga che tradiva anni di stanchezza mal nascosta e diffidenza. Odile non si allontanò, lasciandoglielo fare, finché non la vide rilassarsi del tutto e udì un fioco “D’accordo.”
Odile uscì e quando rientrò, mezza clessidra grande dopo, trovò il Vagon chiuso, la coperta piegata fastidiosamente sul letto, appiattita bene e con gli angoli precisamente a novanta gradi, e un biglietto con scritto “Grazie. D” sul tavolo.
Sorrise mestamente, riponendo gli ingredienti che aveva preso al loro posto, e prendendo il fascicolo di Dantalian per aggiornarlo con le sue osservazioni.
Poi aprì un vecchio libro e aprì la prima pagina, dove la calligrafia di suo papà aveva lasciato traccia e qualche goccia di inchiostro.
“Chi è il vero mostro,
Bambina mia adorata?
Chi di cicatrici ha la pelle deformata
O chi di falsi sorrisi e unguenti adorna il rostro?”
