Kalisah Gray – vecchi background tornano a galla

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Giorno Decimo Primo, Luna del Tramontano, Anno 241 dell`Era dei Regni

Ho sempre avuto una buona memoria ma ultimamente mi sembra che i ricordi, o meglio, i dettagli, quelli che contano, sbiadiscano nella mia mente, come un albero che inevitabilmente perde pezzi della propria corteccia col passare degli anni… E senza corteccia, né foglie né radici, come ci possiamo continuare a definire alberi?… Chissà, forse scrivendoli, riuscirò a trattenere preziosi frammenti di un passato che ormai sembra così lontano e, come la corteccia protegge la linfa di un albero, questi potrebbero far da scudo al mio cuore contro la solitudine.

Mi ricordo che ero piccola, avrò avuto sette anni ed attendevo su quegli scomodi gradini interni dell’okiya Fukusaburo il rientro di Narumi. La porta era chiusa ma ancora rabbrividisco ripensando alla gelida aria notturna del deserto che entrava dagli spifferi. E ancora posso provare l’ardente desiderio di andare a scaldarmi sotto le coperte del mio comodo giaciglio. Tuttavia ero ligia al mio dovere e non avrei mai abbandonato la mia postazione fintanto che non fosse rientrata anche l’ultima geisha. Infondo quello era sempre stato il mio compito: in quanto shikomi più piccola, dovevo eseguire i lavori domestici e chiudere la casa dopo il rientro di tutti.

Ad ogni modo, ero abbastanza sicura che, anche sotto le coperte, non sarei riuscita a prendere sonno: l’indomani sarebbe stato un giorno importante e l’ansia mi avrebbe certamente impedito un salutare riposo.

Ringraziai comunque il cielo quando finalmente la porta si aprì e Narumi fece il suo ingresso: mi ricordo che era veramente bella, soprattutto quando indossava quel vestito giallo che lasciava intravedere alcune delle perfette forme del suo corpo.

La padrona dell’okiya, l’anziana oka-san Aliyah, era invece di tutt’altro avviso: la sorprendevo spesso a guardare nostalgica i ritratti delle vecchie geisha dei Colli di Giada, con i loro vestiti complicatissimi dagli infiniti strati, lamentandosi che al giorno d’oggi nessuno raggiungeva la loro bellezza; senza capire che ciò che aveva tra le mani erano solo vetusti ricordi di un passato ormai inesistente.

Infatti, la cittadella fortificata in cui vivevo, la Qasba del Sole Nascente, è un protettorato del Ducato di Athar che si trova al limitare centro-orientale del Deserto Grigio e deve il suo nome proprio al fatto che fu fondata (attorno all’anno 89) da alcuni discendenti degli abitanti dei Colli di Giada, che migrarono verso i territori dei Ducati dopo la distruzione delle loro terre e qui decisero di rimanere. Col passare dei secoli, la maggior parte delle usanze di questo vecchio popolo fu persa, altre invece rimasero, fondendosi con le altrettanto remote consuetudini delle genti del Deserto. Così l’antica tradizione degli okiya (gli edifici dove vengono cresciute ed addestrate le future geisha) si mescolò alle tipiche danze del ventre ed ai vestiti fatti di veli e di sonagli che da piccola mi attraevano molto più degli ingombranti kimono.

Narumi era una bella donna ma ai miei occhi lo appariva ancora di più a causa della sua enorme gentilezza: non aveva nulla a che fare con quella despotica di Aliyah e non riuscivo a capire come l’una potesse essere figlia dell’altra.

Mi ricordo come se fosse qui, adesso, innanzi a me, lo sguardo rattristato che aveva Narumi quella sera… Capitava sovente quando tornava dal lavoro e tutte queste volte poggiava una minuta ampolla vuota in bella vista sulla piccola tavola dell’ingresso.

Quanto avrei voluto sapere allora ciò che so oggi… Forse avrei potuto dire o fare qualcosa… Purtroppo però non avevo modo di conoscere quegli avvenimenti e così tentavo solo di non porre accento su quella tristezza, facendo sempre finta di niente ed accogliendo la mia geisha preferita con un enorme sorriso.

Quella sera Narumi lo ricambiò a stento e disse:

“Sei pronta per il grande giorno Kalisah? Scusa se ho fatto così tardi ma vedrai che domani andrà comunque tutto a gonfie vele!”

“Non preoccuparti Narumi! Le farò nere le altre shikomi! Vedrai che diventerò geisha prima di tutte alla scuola!! Non vedo l’ora di essere bella come te!!”

Doveva essere dura per lei, sopportare tutto e sobbarcarsi anche il ruolo di ciò che di più simile ad una madre avevo… Cercai di farla ridere con le mie parole ma non ci riuscii neanche mimando di prendere a cazzotti l’aria come se stessi mettendo fuori combattimento le altre shikomi della scuola.

Evidentemente senza pensare, Narumi disse solo:

“Attenta a ciò che desideri… Non so in quanti vorrebbero scambiarsi col mio posto se sapessero…”

S’interruppe di colpo, forse dopo aver incrociato i miei occhi perplessi, o forse semplicemente rendendosi conto appena in tempo della persona con cui stava parlando.

Cambiò bruscamente tono, poi continuò:

“Ma cosa sto dicendo?… Sarai la più giovane e bellissima geisha che la Qasba del Sole Nascente abbia mai visto!!… Ma sarai anche la più assonnata se non ti muovi ad andare a letto!! Il primo giorno della scuola per geisha sarà impegnativo quindi cerca di dormire almeno un po’!!!”

Chissà cosa sarebbe successo se Narumi non si fosse interrotta, se, per qualche motivo, avessi scoperto tutto in quel momento o se avessi provato a capire il senso di quella frase lasciata a metà… Ma come poteva avvenire tutto ciò? Ero solo una bambina assonnata e corsi nella mia stanza, pronta a passare una notte insonne, immersa a fantasticare su tutto ciò che sarebbe successo l’indomani.

 

 

Giorno Decimo Secondo

Il primo giorno della scuola non fu esattamente all’altezza delle mie aspettative: la gentile insegnante delle mie fantasie, che si prendeva amorevolmente cura delle allieve alla stregua di una madre, era in realtà un’acida aguzzina, pronta a punire la minima imperfezione con dolorose bacchettate nelle dita; l’edificio raffinato, immerso nel verde e ricco di splendide farfalle che si posavano nella testa di noi alunne, era in verità una grigia struttura che non incoraggiava affatto a coltivare le più alte forme d’arte; e, cosa peggiore di tutte, le cordiali compagne di classe, pronte a ridere, scherzare ed aiutarmi nel momento del bisogno, erano state tramutate dal mondo reale in accanite e crudeli serpi, pronte a tutto pur di fare bella figura innanzi alla maestra.

Ma la cosa che veramente sconvolse quella mia giornata, fu un passante che, mentre facevo ritorno all’okiya, incrociò la strada mia e di Narumi, la quale era venuta a prendermi per festeggiare il mio primo giorno con un pranzo in locanda.

Evidentemente ci aveva visto uscire dalla scuola, poiché quando fummo abbastanza vicine da sentirlo, ci disse:

“Che gli Astri abbiano pietà della tua anima… Così piccola e già avviata nel sentiero della perdizione… E voi signora siete solo una sgualdrina! Dovreste vergognarvi di trascinare una fanciulla nel vostro mondo di depravazione e…”

Mi stupì la bontà che trasmetteva l’espressione di quell’uomo: come poteva apparire così gentile e al contempo pronunciare frasi così spietate? Pensai che forse c’era un fondo di verità in ciò che diceva, ma questo pensiero durò solo qualche istante: Narumi non gli fece neanche finire il discorso e, pur mantenendo l’eleganza che la contraddistingueva in ogni occasione, disse:

“È di voi che gli Astri dovrebbero avere pietà, giacché non c’è nessun male peggiore dell’ignoranza! E prima di usare certe parole innanzi ad una bambina, riflettete sugli insegnamenti che i vostri stessi Dei vi impartiscono!”

L’uomo se ne andò con aria stizzita, mentre Narumi riprese a camminare al mio fianco spiegandomi ciò che lei aveva imparato sulla sua stessa pelle:

“Purtroppo Kalisah dovrai abituarti a certi comportamenti: in molti pensano che le geisha siano alla stregua delle juuyo…”

Inizialmente fui sconvolta nel sentir dire quella parola a Narumi, era una donna di classe, che non avrebbe mai parlato di prostitute con leggerezza. Ma poi capii cosa stava diventando: lei sarebbe stata la mia sorella maggiore, la mia onee-san, colei che mi avrebbe insegnato tutto ciò che la scuola non insegna, colei che mi avrebbe guidato nel cammino per divenire una geisha… E non avrei potuto desiderare nessuno di migliore.

Cercando di dissimulare lo stupore misto a soddisfazione che quei pensieri mi avevano causato, cercai di continuare a seguire il discorso che mi stava facendo:

“La geisha è una intrattenitrice, le cui abilità includono varie arti, come la musica, il canto, la danza, la recitazione, ed altro ancora… Ma di certo non comprendono intrattenimenti di tipo amoroso!

Se deciderai di donare il tuo cuore a qualcuno, sarà solo per tua libera scelta… L’unica eccezione è fatta per il mizuage… Ma di questo avremo nodo di parlare in futuro…”

È così che passai sette anni all`interno della scuola per geisha. Non era affatto facile, soprattutto inizialmente, quando ancora dovevo comunque continuare a fare i lavori domestici (seppur alleggerita di alcuni). Non posso negare però che devo a tutto ciò le abilità e le conoscenze che possiedo oggi: la danza con i ventagli di spade, l’uso dello shamisen (quello che viene chiamato ‘liuto a tre corde’), dello shakunachi (un flautodi bambù) e dello tsutsumi (un piccolo tamburo a percussione), il canto, il modo adeguato di servire il tè e le bevande alcoliche come il sake, la creazione di composizioni floreali, la calligrafia, la poesia e la letteratura, la storia ed i miti.

Insomma, nonostante ciò che è successo, non posso rimpiangere tutto il mio passato… Non so cosa sarei diventata se non fossi stata abbandonata all’okiya Fukusaburo…

 

 

Giorno Decimo Nono

Nel 234 superai l’esame della scuola per geisha. Non ho particolari ricordi al riguardo, lo superai senza troppe difficoltà (ma con non poca ansia!) e quindi fui promossa da shikomi a minarai: finalmente ero sollevata dagli incarichi domestici e potevo cominciare a fare esperienza diretta, seppur senza partecipare attivamente.

Dopo neanche un mese, cominciai il periodo da maiko, l’ultima fase da superare prima di divenire una geisha a tutti gli effetti. Fu allora che Narumi divenne ufficialmente la mia sorella maggiore, insegnandomi tutto ciò che ancora dovevo imparare come apprendista, tipo l’arte della conversazione ed il gioco.

Infine, nella Luna delle Rose del 237 terminai il mio cammino diventando geisha e, come da tradizione, acquisii un nome d’arte: Hatsumomo.

Negli ultimi anni della scuola e nei successivi periodi da minarai e maiko, scoprii molte cose sulle geisha che mi erano dapprincipio oscure. Tanto per iniziare, proprio io, che sognavo un matrimonio come solo un Duca potrebbe avere, fui sconvolta nel sapere che le geisha possono decidere di sposarsi solo dopo essersi ritirate dalla professione… Il ché era un problema non da poco considerando che, come era uso da sempre nella Qasba, da quando ero nata, oka-san Aliyah si era accollata tutte le mie spese, dal cibo, alla stanza in cui dormivo, dalla scuola per geisha ai vestiti; e sapevo che con i miei futuri guadagni avrei dovuto ripagare quell’oneroso debito fino all’ultima falange di rame… Mi ci sarebbe voluto così tanto tempo da non ricordare neanche più per quale motivo si indossa un abito da sposa!

Accantonai il sogno del matrimonio in grande stile, soprattutto il giorno in cui la mia romantica visione della prima notte di nozze andò in frantumi quando scoprii cos’era il mizuage… Affrontai il discorso con Narumi il giorno del mio quindicesimo compleanno. Non ricordo le parole con cui me lo spiegò, mi ricordo solo che riuscì a mantenere la sua eleganza anche nel trattare un argomento come questo… Si tratta di una cerimonia che rappresenta una tappa fondamentale, determina il passaggio da ragazza a donna vera e propria e consiste nell’acquisto della verginità di una geisha.

Non essendo un avvenimento così frequente, gli interessati solitamente offrivano considerevoli somme di denaro, che spesso trasformavano il tutto in una vera e propria ‘asta’ nella quale la oka-san cercava di far fruttare al massimo i suoi guadagni.

La vena avida e calcolatrice del carattere di Aliyah dette, in quel frangente, il meglio di se, aiutata dal passare degli anni, che mi avevano reso un partito desiderabile.

Nel periodo in cui si cominciò a parlare del mio mizuage, ci apprestavamo anche ad organizzare la classica festa annuale in cui si saluta l’arrivo della primavera: la Cerimonia dei Fiori di Ciliegio.

In una zona desertica come quella in cui si trova la Qasba del Sole Nascente, non ha molto senso parlare di stagioni, di primavera e di fiori: le variazioni climatiche sono pressoché inesistenti e tutti i giorni paiono uguali, caldo soffocante di giorno e freddo paralizzante di notte; solo nelle ore subito prima o subito dopo il tramonto e l’alba l’aria si fa respirabile e le strade si popolano.

Tuttavia questa cerimonia pare essere una delle tradizioni tramandate fino ad oggi degli antichi popoli dei Colli di Giada. In verità credo che sia rimasta solo perché reputata estremamente utile dalle varie oka-san, che organizzano tale festa, sfoggiando le loro più belle geisha ed incrementando così i guadagni.

La Cerimonia dei Fiori di Ciliegio dura dai cinque ai sette giorni (a seconda dell’affluenza) ed ha sempre richiamato facce nuove provenienti dalle oasi e dalle cittadelle limitrofe… Proprio quell’anno sarebbe venuto in visita il Mago Eliodor, che era divenuto popolare in seguito ad alcuni trucchi quali liberarsi da grovigli di catene, far levitare oggetti, scomparire nel nulla e così via.

Per quanto adesso sia a conoscenza del fatto che in tutta Whanel esistano persone in grado di praticare la magia (anche se non ne ho mai viste), allora neanche sapevo cosa fosse e comunque, i maghi che se ne vanno a fare spettacoli a cerimonie o feste sono decisamente rari; infatti per la Qasba del Sole Nascente era un avvenimento mai accaduto prima… Avrebbe portato un’enormità di persone e Aliyah elargì non poche monete sonanti affinché io potessi fare l’assistente negli spettacoli dello stesso Eliodor: tutti gli occhi sarebbero stati puntati su di me e, aggiungendo la storia del mizuage, non ci vuole molto a capire che i soldi sborsati da oka-san le sarebbero ritornati nelle tasche almeno raddoppiati.

Ebbi molto da fare quell’anno, alla cerimonia. Stento a credere che siano passati a malapena tre anni; forse perché è stato uno dei periodi più felici della mia vita mentre adesso una felicità come quella mi appare irreale…

 

 

Giorno Ventesimo Terzo

Oka-san Aliyah ha sempre avuto un carattere dispotico, irascibile, avaro ed egoista, unito all’insopportabile abitudine di fumare uno strano tabacco grigio messo direttamente dentro ad una sorta di bocchino affusolato che riportava incisi nella superficie numerosi kanji e che, col passare degli anni, aveva ingiallito i denti dell’ostinata fumatrice ed impregnato del suo puzzo ogni singola parete dell’okiya.

Nonostante ciò, avevo finito per concepire un irragionevole affetto per lei, un sentimento simile a quello che un pesce deve provare nei confronti del pescatore che gli toglie l’amo dalla bocca… Un sentimento che lei non si meritava.

Non provava il minimo rispetto per me o per le altre ragazze: eravamo viste semplicemente come delle fonti di guadagno ed anche la sua stessa figlia, Narumi, non era trattata diversamente, nonostante fosse certo che in futuro l’intera struttura sarebbe finita sotto le sue direttive.

Negli ultimi anni in cui siamo state insieme, il carattere di Narumi si indurì. Più di una volta mi chiesi se sarebbe diventata come la madre con l’andare degli anni; infondo, un’esistenza sbagliata può trasformare chiunque in un essere perverso. Mi torna alla mente un fatto di quando ero bambina: un ragazzo mi spinse in un cespuglio ricco di spine e quando finalmente riuscii ad uscirne, ero folle di rabbia. Se pochi minuti di sofferenza erano riusciti a farmi infuriare tanto, che cosa avrebbero potuto suscitare anni di dolore? Anche un sasso viene consumato da una pioggia troppo forte e Narumi non faceva eccezione.

Una delle poche ma quanto mai aspre discussioni tra me e Narumi scoppiò quando una sera, di ritorno dall’ultimo appuntamento della giornata, la vidi casualmente rientrare con aria stanca e rattristata e poggiare una minuta ampolla vuota in bella vista sulla piccola tavola dell’ingresso.

Mi tornò alla mente la scena che avevo già vissuto da bambina ed ingenuamente chiesi spiegazioni a riguardo. La sua risposta fu inaspettatamente scortese, mi disse che non erano affari miei ma che, a mio scapito, prima o poi avrei conosciuto la verità su quella domanda. Poco dopo mi chiese sinceramente scusa, giustificandosi goffamente con la stanchezza per la dura giornata.

Capii che il motivo della sua tristezza, del suo cambiamento di carattere, risiedeva in quelle ampolle vuote, ma evidentemente non potevo indagare oltre e rimasi ancora una volta nell’ignoranza e nella perplessità causata delle enigmatiche parole pronunciate da Narumi.

 

 

Giorno Ventesimo Quarto

Una delle rare volte in cui Oka-san Aliyah ricambiò l’affetto (o forse è meglio chiamarlo gratitudine) che provavo nei suoi confronti, fu quando decise di raccontarmi la storia del mio arrivo all’okiya. Lo fece il giorno dopo il mio mizuage, motivando questo slancio di generosità con un freddo “te lo sei meritata”, che alle mie orecchie aveva lo stesso suono delle monete d’oro che le avevo fatto guadagnare.

Sinceramente comunque non mi interessava perché lo facesse, ero solo curiosa di sapere tutta la storia: anche se alcune bambine vengono vendute da piccole agli okiya, questa non è mai stata una pratica comune e volevo conoscere per quale motivo tale destino fosse toccato a me.

La vecchia cominciò il racconto sputandomi addosso boccate di fumo grigiastro, intervallando a queste parole biascicate ed arricchite di dettagli che era solita inserire più perché le piaceva dare un suono fiabesco ai suoi racconti che perché si ricordasse effettivamente tutti quei particolari.

“Era un bella serata quella del giorno ventesimo secondo della luna del Drago dell’anno 220. Il cielo era limpido, la luna piena illuminava come un’enorme fiaccola le strade della Qasba ed io ero una delle ultime persone ancora fuori casa: il solito gelo notturno, il naturale coprifuoco che ogni sera ci impone di rintanarci nelle nostre abitazioni, mi fece velocizzare il passo.

Era l’ultimo giorno della Cerimonia dei Fiori di Ciliegio di quell’anno e mi ero attardata per riscuotere gli ultimi pagamenti di alcuni clienti.

Appena entrata nell’okiya, non feci in tempo a chiudermi la porta alle spalle che subito qualcuno bussò. Aprii uno spiraglio chiedendo chi fosse e vidi un uomo incappucciato di nero con in mano un fagotto tremante, mi disse solo ‘Ho una bambina! Vi prego fatemi entrare solo per un attimo!’.

Scrutai meglio la figura, l’uomo appariva teso e si guardava continuamente le spalle… Evidentemente non gradiva che quella sera la luna fosse così prodiga di luce!

Se oggi, a sangue freddo, dovessi dire per quale motivo lo feci entrare, non saprei cosa rispondere. Ma allora ero giovane, il gelo dell’esterno ancora dentro le mie ossa mi fece compatire l’infante e quell’uomo, così inquieto, così misterioso, riuscì ad ammaliarmi ed in un attimo il piccolo spiraglio di porta aperta si fece più ampio, permettendo l’ingresso agli sconosciuti…

Li accompagnai innanzi al focolare ed alla sua luce l’uomo si tolse il cappuccio. Aveva dei bei lineamenti e forse sarebbe potuto essere ancora più bello se avesse curato meglio la barba incolta o i lunghi capelli mori che gli ricadevano sulle spalle. Ma questi dettagli scomparivano innanzi alla profondità del suo sguardo: forse era la danza della fiamma che si rifletteva nelle sue iridi a concedergli tale particolarità, ma ti assicuro che non era possibile fare a meno di perdersi in quegli occhi…

Mi scusai quando mi resi conto che lo stavo fissando e lui disse ‘Colei che ci ha concesso così generosamente la sua ospitalità, non ha nulla di cui scusarsi con me…” poi abbassò lo sguardo verso la piccola che portava in braccio; si era calmata da quando il tepore della casa l’aveva scaldata e anche l’uomo parve tranquillizzarsi, il tono di voce divenne più disteso quando riprese a parlare: ‘La situazione in cui mi trovo mi impone di esser schietto nelle mie parole… Mi chiamo Deacon Gray e, anche se non posso dilungarmi nel parlare del motivo, mi ritrovo ad esser braccato da degli inseguitori! Penso di averli seminati ma so che non ci vorrà molto prima che ritornino sulle mie tracce… A stento sopporto questa mia situazione e il peso dell’amore che nutro per questa creatura grava eccessivamente sulle mie spalle: non posso permettere che le succeda qualcosa di male e per raggiungere tale scopo sono disposto anche a separarmi da lei. Essendo voi la magnanima padrona di questo okiya, vi chiedo dunque di accogliere questa bambina, pregandovi solo di chiamarla col nome che già è stato scelto per lei, Kalisah’.

Disse ciò tutto d’un fiato, lasciandomi infine sbigottita sia per la richiesta che per le informazioni che aveva su di me… Non sapendo cosa rispondere, dissi ‘Deacon Gray… Sempre che questo sia il vostro vero nome… So che Kalisah, nella lingua del Deserto, significa pura, sincera… Ma non so se sapete cos’è un’okiya…’ Mi interruppe cortesemente per dire ‘Vi prego, non mettete in dubbio la sincerità delle mie parole nei confronti di una sì generosa dama quale voi siete! So cos’è un okiya, e so che chi viene cresciuto al suo interno non ha motivo di esser definito impuro o falso quindi non sussiste nessuna contraddizione col nome della piccola!’… Sembrava riuscisse a trovare sempre le parole giuste e così infine mi convinse a tenerti.

Sinceramente non so se la mia decisione sarebbe stata la stessa se non avessi guadagnato così tanto alla Cerimonia dei Fiori di Ciliegio di quell’anno, fatto sta che non mi dispiaceva l’idea di incrementare il numero di geisha dell’okiya ed in più l’atteggiamento di quell’uomo aveva qualcosa di indefinito che ti spronava ad aiutarlo.

Non c’è molto altro da dire: ti lasciò, se ne andò senza neanche fermarsi per la notte e non si è più fatto vedere”.

Aliyah si era sempre riferita a quell’uomo come ‘mio padre’ ma appena terminò il racconto, la prima cosa che mi venne da chiederle fu proprio come potesse sapere di questo legame di parentela… Questa domanda la lasciò interdetta, effettivamente aveva sempre dato per scontato questa cosa ma in realtà non ne aveva mai avuta la certezza. Disse solo:

“Mi è sempre sembrato ovvio che lui fosse tuo padre; infondo non è insito in ogni specie voler tramandare un ‘pezzo’ di sé? Ed è proprio quello che sembrava stesse facendo lui, salvandoti la vita…”

Nonostante ancora non sappia se io sia o meno la figlia di questo misterioso uomo, decisi di prendere il cognome Gray: anche se non era mio padre, sicuramente sapeva molte più cose di me sulle mie origini e magari un giorno questo stesso cognome lo attirerà nella mia stessa direzione.

 

 

Giorno Ventesimo Quinto

Sono sicura che in ben poche geisha abbiano avuto un mizuage come il mio.

Tutto cominciò il primo giorno in cui incontrai il mago Eliodor: circa due mesi prima dell’inizio ufficiale della Cerimonia dei Fiori di Ciliegio, dovetti recarmi al Teatro Nikibu  per impararmi la scaletta dello spettacolo, che praticamente consisteva in un alternarsi tra esibizioni di Eliodor (in cui io gli facevo da assistente) e miei brevi spettacoli di danza.

Mi ritrovai a varcare l’ingresso pensando che il nome del teatro, Nikibu , era decisamente inappropriato… Il nikibu  è un’antica forma di danza dei Colli di Giada che veniva eseguita da un gruppo di fanciulle dotate di ventaglio, lungo le rive di un fiume… il ché la rende assolutamente impraticabile all’interno di un teatro. Fu in quel momento che vidi un anziano signore al centro del palco: avrà avuto circa cinquant’anni ed era abbastanza in sovrappeso; era intento a fare degli inchini ad un pubblico inesistente mentre un altro ragazzo sistemava le lanterne che illuminavano la sala.

Mi aspettavo che Eliodor fosse decisamente diverso da quel tipo attempato e fuori forma così, titubante, mi avvicinai dicendo:

“Salve… Voi dovete essere il Mago Eliodor… È un piacere fare la vostra conoscenza… Io sono Hatsumomo, la Gheisha che vi è stata assegnata per assistervi nello spettacolo…”

Il signore cominciò a fare una risata grassa mentre il ‘ragazzo delle luci’ scese dalla scala su cui era con un piccolo balzo, si levò il cappello che aveva in testa ed accennando un inchino, disse:

“Graziosa Hatsumomo, mi duole dirvi che vi state sbagliando! Forse siete l’unica che nella Qasba ancora non ha presente la mia faccia! Ma spero che i manifesti dello spettacolo rimedieranno a ciò! Comunque piacere di conoscervi… IO sono il Mago Eliodon e lui è Sahid, uno dei miei aiutanti!”

Verso la fine del discorso il Mago alzò gli occhi incrociandoli con i miei. Se le caratteristiche di Sahid mi erano parse inappropriate per l’idea che mi ero fatta di Eliodon, quelle del vero Mago superavano le mie aspettative: i lineamenti desertici, i profondi occhi scuri, i capelli mori leggermente arruffati e la barba un po’ incolta riuscivano ad ammaliarti senza neanche bisogno di fare dei trucchi di magia. Ed ebbero proprio quest’effetto su di me, che, inebetita, risposi:

“Sapete, Nikibu non è affatto un nome adatto ad un teatro…”

Ammetto che non fu proprio la migliore delle presentazioni… Superato lo scoglio iniziale però cominciammo a programmare il lavoro e ci trovammo molto bene nel far collimare le nostre idee; quindi iniziarono le prove ed io scoprii che il mio incarico non era affatto banale: ogni minimo movimento era finalizzato a qualcosa di specifico nel trucco di magia e sbagliarne uno significava mandare all’aria tutto… Per fortuna l’abilità nel danzare mi aveva concesso un’agilità sufficiente da poter fronteggiare la situazione!

 

 

Giorno Ventesimo Settimo

Inizialmente non mi accorsi neanche che Eliodon cominciò a guardarmi con occhi diversi, tuttavia, dopo circa una settimane, era palese anche a me il suo interesse nei miei confronti.

Era un bell’uomo, simpatico ed originale: improvvisava un piccolo trucco di magia praticamente in ogni suo discorso con me, facendo comparire dal nulla fiori che poi mi donava o luci danzanti che mi lasciavano a bocca aperta; quindi le sue attenzioni non mi dispiacevano affatto ma tentavo comunque di mantenere certe distanze perché ancora doveva avvenire il mio mizuage e di certo Aliyah non lo avrebbe concesso a chi non aveva abbastanza corone da investire su di me…

Era comunque difficile resistere alle lusinghe di Eliodon, il carisma era una delle sue doti principali e lo sapeva bene anche lui; così, più di una volta ci ritrovammo a parlare da soli delle nostre vicende e delle nostre storie. Scoprii ad esempio che Eliodon era solo il suo nome d’arte e che in realtà si chiamava Jalal Dalì; mi disse poi che era nato nel deserto ma cresciuto nel Ducato di Kharas, dove aveva imparato dei trucchi, alcuni di vera magia, altri di illusione, da un vecchio amico di suo padre e così aveva cominciato a viaggiare per tutto il nord fino a conquistare una fama tale da poter trasformare la sua abilità in un lavoro con cui mantenersi.

D’altro canto io gli dissi veramente poco di me: le geisha sono maestre dell’intrattenimento e fin da piccole ci viene insegnato che a nessuno piace sentir parlare degli altrui problemi. Certo non volli infrangere questa vecchia disposizione, così mi attenni all’etichetta parlando solo di ciò che a Jalal poteva interessare ed ovviamente omisi tutta la storia del mizuage, argomento decisamente spinoso da trattare!… Se solo avessi avuto il coraggio di farlo, magari le cose sarebbero andate diversamente…

Durante uno dei nostri numerosi incontri, ormai a ridosso dello spettacolo, con tono scherzoso, dissi:

“Sono una bugiarda! A tutte quelle come me viene insegnato ad esserlo!”

Dopo questa affermazione, Jalal fece una smorfia, come se volesse sfidarmi a provare ciò che avevo appena detto; mi guardò dritto negli occhi e si avvicinò chiedendomi:

“Tenete a me?”

Senza pensare, con un sorriso sfuggente, risposi:

“Si!”

Si allontanò con espressione indecisa:

“Si… Forse siete un’ottima bugiarda… O forse avete risposto sinceramente a questa domanda…”

Tenni ancora un tono scherzoso:

“E perché vi interessa così tanto la risposta a questa domanda?”

Ma la sua espressione era divenuta seria nel frattempo:

“Perché mi sono innamorato di voi il terzo giorno delle prove: ci stavamo esercitando come al solito ed io vi stavo per svelare il segreto di uno dei miei trucchi pensando di facilitarvi… Voi mi bloccaste appena in tempo dicendo ‘Non voglio sapere come riuscite a fare tutto questo: il mondo sarebbe così triste se avessi le prove che la magia non esiste!’…”

Mi colse alla sprovvista, ma certo non ero il tipo da rimanere senza parole. Risposi usando lo stesso tono di sfida di cui lui si era servito poco prima, per fargli provare ciò che aveva appena detto:

“Mi amate? E come fate a sapere che mi amate?”

Il suo tono invece non cambiò, rimase dolce e calmo:

“So per esperienza che se si ama qualcuno per la sua bellezza, non è amore ma desiderio; se si ama per la sua intelligenza, non è amore ma ammirazione e se si ama per la sua ricchezza, non è amore ma interesse… Ma se si ama qualcuno senza sapere il perché, quello si che è amore… Quindi mi dispiace, ma non so proprio dirvi perché vi amo!”

Poi si fermò un istante, come se stesse pensando di non fare ciò che invece avrebbe fatto: mi baciò. Si avvicinò lentamente, mi dette tutto il tempo per scostarmi e, come avrei dovuto dire in quel caso, ‘ringraziare ma declinare la gentile attenzione’… Ma ovviamente non lo feci. Le mie emozioni mi tiravano in direzioni diverse, mi sentivo scaraventata da una parte all’altra come un foglio di carta in balia del vento: la paura, il buon senso e il cervello mi allontanava da Jalal ma la felicità, l’audacia ed il cuore alfine vinsero facendomi accettare e ricambiare quel bacio.

Inavvertitamente gli volli bene… mi bastò distrarmi un attimo che il cuore prese quella decisione autonomamente, senza consultare le mie intenzioni…

Il bacio non era un problema (intendo per il mizuage)… ma quello che successe la sera successiva si…

Ero tesa per l’imminente festa e soprattutto per l’importante parte che dovevo svolgere; ricordo che sognai dei cigni neri che scivolavano nell’acqua di uno stagno con un portamento così fiero che mi fecero vergognare di appartenere ad una specie tanto sgraziata come quella umana… Così, colta dal panico, mi recai a notte fonda al Teatro Nikibu per provare un’ultima volta il mio spettacolo di danza con i ventagli di spade.

Canticchiando la melodia della musica, cominciai a ripercorrere tutti i vari passi che l’indomani avrei dovuto fare innanzi ad un nutrito pubblico. Solo la luce della lanterna che avevo acceso mi faceva compagnia, facendo ballare al mio fianco l’ombra che partiva dai miei piedi e terminava nel soffitto del palco, incurvata dal tendone alle mie spalle come se volesse abbracciarmi.

Al termine dell’esibizione, ero abbastanza soddisfatta ma trasalii quando sentii degli applausi poco distanti: col buio che era, finché non si trovò a pochi passi da me, non capii che si trattava di Jalal, venuto al teatro per il mio stesso motivo.

Da un lato ero sollevata che non si trattasse di uno sconosciuto, dall’altro imbarazzata per ciò che era successo ed impaurita per ciò che poteva accadere. Si avvicinò sussurrandomi quanto fossi fantastica e nuovamente mi baciò. Andando contro la mia stessa volontà mi allontanai riponendo al sicuro nella loro custodia gli strumenti da danzatrice e farfugliai che per me sarebbe stato meglio tornare all’okiya, ma come sempre Jalal riusciva a trovare le parole in grado di annullare la mia tanto assennata quanto scarsa volontà:

“Per quale motivo il destino avrebbe dovuto far incontrare due persone come noi se poi ci dovesse vietare di stare insieme?”

Non riuscii a non farmi trasportare dallo stesso desiderio che bruciava Jalal e così passammo la notte insieme, una notte che il trascorrere del tempo non potrà mai cancellare dalla mia mente; ogni dettaglio è nitido, supportato dall’amore che ancora provo per l’uomo che ne fu l’artefice.

Dicendo che mi ero alzata molto presto per andare a prepararmi per la cerimonia, riuscii ad ingannare Aliyah sul perché non mi avesse incrociato la mattina seguente.

La ingannai riuscendo a mantenere il sangue freddo nonostante la mia testa ed il mio cuore stessero per scoppiare. Non avevo idea di come riuscire a risolvere la situazione e, come se non bastasse, mi sentii morire quando la oka-san mi disse che già avevo due pretendenti per il mio mizuage, il ché voleva dire che entro la fine della Cerimonia dei Fiori di Ciliegio ne avrei avuti almeno una decina.

Quando più tardi incontrai nuovamente Jalal (dopo che la mattina lo avevo lasciato a dormire nella stanza dei costumi sgattaiolando in preda al panico) fui tutt’altro che calorosa… Non gli ci volle molto a capire che qualcosa non andava e, quando mi chiese spiegazioni, finalmente vuotai il sacco rivelandogli tutta la situazione. Disperata, con le lacrime che scioglievano il trucco che mi ero faticosamente fatta secondo gli insegnamenti di Narumi, gli raccontai la tradizione del mizuage.

Ripensandoci adesso, non so come riuscì in un’impresa così ardua, ma fu in grado di tranquillizzarmi. Per quanto inizialmente la sua espressione tradì un po’ di stupore misto ad ansia, alla fine del mio discorso il suo viso era tornato disteso. Mi strinse con forza a se poi mi allontanò per guardarmi negli occhi e, con voce calma, disse:

“Potete smettere di preoccuparvi Kalisah, sulla mia stessa pelle vi giuro che mai vi accadrà qualcosa di brutto finché potrò impedirlo! Essere amati come io amo voi, vi proteggerà per sempre, anche quando non sarò effettivamente presente: è una cosa che vi resterà dentro, nella pelle…

Adesso andatevi a sistemare giacché a breve inizierà lo spettacolo! E siate serena, considerate il problema già risolto: sono o non sono un mago?”

 

 

Giorno Ventesimo Nono

L’unica cosa positiva dell’essere così in ansia per la situazione in cui mi trovavo, era che non pensai minimamente ai vari spettacoli, quindi tutto filò liscio: ero troppo concentrata su di me per preoccuparmi della cinquantina di persone che mediamente assisteva alle mie esibizioni.

In ogni caso, per quanto in certi momenti l’angoscia mi assalisse quasi fino a togliermi il respiro, mi bastava pensare alle parole di Jalal ed al tempo passato assieme per trovare un minimo di tranquillità a cui aggrapparmi. Fortunatamente poi avevo molto da fare e quindi c’era poco tempo per crogiolarmi sui miei dispiaceri.

Ricordo che non facevo che ripetermi che praticamente nessuno controllava se la geisha era effettivamente vergine: l’interessato si affidava alle parole dell’oka-san e, l’okiya Fukusaburo aveva certo una buona fama sotto questo punto di vista.

È per questo motivo che svenni quando capii che il fato stava facendo di tutto per osteggiarmi: la mattina dopo l’ultimo giorno della Cerimonia dei Fiori di Ciliegio, Aliyah mi comunicò eccitatissima (per quanto potesse esserlo una donna della sua veneranda età) che a breve le avrei fatto guadagnare settanta corone d’oro, l’offerta fatta da Umar Zahir per il mio mizuage, in seguito alla quale gli altri undici pretendenti si erano ritirati.

Immediatamente dopo cascai a terra priva di sensi.

Quando mi ripresi, innanzi agli occhi allarmati di Narumi ed Aliyah (quest’ultima sicuramente più preoccupata per le corone che ormai vedeva guardandomi) detti la colpa al capogiro che mi aveva provocato il sentire una cifra di quella entità. In realtà fui sopraffatta dallo sconforto sentendo quel nome: Umar Zahir era un uomo un po’ attempato ma sicuramente educato e pure di bell’aspetto… Il problema è che era anche il cerusico più rinomato della Qasba del sole Nascente; il che voleva sicuramente dire che, avendo comprato il mio mizuage per una cifra così elevata, avrebbe verificato che il suo “acquisto” fosse effettivamente “sigillato”.

Mi recai quanto prima da Jalal e quasi stavo per svenire nuovamente mentre gli raccontavo ciò che era successo. Deglutì rumorosamente quando gli riferii la cifra ma subito riacquistò la calma e mi ripeté (forse per la centesima volta in quei giorni) di non preoccuparmi, che tutto si sarebbe risolto.

Provai a chiedergli spiegazioni ma non ci fu verso di capire quale fosse il suo piano; forse perché sapeva che, se me lo avesse detto, io glielo avrei impedito a tutti i costi.

 

 

Giorno Trentesimo

La mattina dopo la comunicazione di Aliyah, nell’okiya c’era un’aria ricca di agitazione ed euforia. A metà mattinata fui praticamente buttata giù dal mio giaciglio da Narumi, che pronunciava parole rese incomprensibili dall’eccitazione ed intanto mi strattonava a destra e a manca per aiutarmi nei preparativi.

Non so quante volte le chiesi cosa stesse succedendo ma la sua risposta non cambiava, ovvero che sarebbe stata Aliyah a dirmelo… E nel frattempo passavano le ore: mi lavò accuratamente cospargendomi poi di una crema delicatissima estratta da una pianta del deserto molto rara; con una sostanza simile alla resina mi attaccò sulle unghie delle piccole gemme brillanti che di solito venivano usate solo da Hamiyah, una delle geisha più abili nella danza della Qasba del Sole Nascente; quindi mi vestì col più bell’abito in possesso dell’okiya e mi truccò con una precisione mai vista prima; per non parlare della pettinatura, era degna di una regina ed impiegò mezzo pomeriggio per farmela! Quasi mi rese un’altra persona.

Incredula io stessa della bellezza che era riuscita a tirarmi fuori, scesi che era quasi ora del pasto serale: ovviamente non potei toccare nulla dato che avrei rischiato di rovinare il maestoso lavoro fatto da Narumi!

Trovai però Aliyah che finalmente mi chiarì la situazione: la mattina era arrivato un signore un po’ attempato ed in sovrappeso, con dei grandi baffi arricciati, dicendo che colui che chiamava ‘Padrone’ era interessato al mio mizuage e per esso offriva cento corone d’oro, purché il tutto si fosse organizzato per la sera stessa. Cento corone d’oro era una cifra che non si era mai vista per un mizuage e quando fu comunicata a Umar Zahir (per sapere se voleva fare una controfferta), un po’ per la cifra, un po’ per il poco tempo a disposizione, rinunciò al suo desiderio.

Personalmente non feci neanche caso a tutto ciò; più che altro ero sollevata dal fatto che probabilmente non sarebbe stato più un cerusico colui che avrebbe preso il mio mizuage… Tuttavia brancolavo nel buio sull’identità del misterioso ‘Padrone’ e mi attaccavo alla speranza che non fosse qualcosa di peggio rispetto a ciò che avevo evitato per un soffio… Di certo c’era che non potevo avvertire Jalal di questa novità (vista la fretta con cui era stato organizzato il tutto) e quindi andai incontro al mio destino con rassegnazione.

Ebbi comunque poco tempo per rimuginare su questi aspetti: subito dopo il breve resoconto di Aliyah, mi misi in cammino verso la Casa del Tè Junichi. Quando arrivai c’erano molte stanze dalle quali provenivano musica e risate, infatti tutte le case del tè erano organizzate in due piani con numerose stanze indipendenti; nel piano inferiore le geisha intrattenevano il proprio ospite (o i propri ospiti) semplicemente con la compagnia oppure con danze o canti e chiunque poteva unirsi, purché colui che aveva pagato la geisha e la stanza non avesse nulla in contrario. Al piano superiore invece si ritiravano coloro che volevano appartarsi.

Io andai direttamente al piano superiore e, come da istruzioni bussai alla porta della terza stanza a sinistra: mi accorsi che era socchiusa, quindi entrai. Céra una fitta penombra; l’unica fonte di luce era una minuscola lanterna poggiata sul comodino vicino all’entrata.

Innanzi a me c’era un uomo seduto in una grande poltrona ma, a causa della scarsa luce, a malapena riuscivo a vedere i suoi lineamenti. Mi presentai come era usanza fare, ovvero sedendomi sulle ginocchia e dicendo ‘geisha Hatsumomo, per servirvi’, in attesa che lo sconosciuto mi dicesse di alzarmi. Non dovetti attendere molto ed una voce familiare mi scaldò il cuore:

“Se non avessi parlato avrei stentato a riconoscerti… Non ti ho mai visto così bella e non credevo che ciò fosse possibile!”

Jalal si era ormai messo in piedi ed attendeva solo che lo andassi ad abbracciare: non esitai un istante e quando lo baciai mi accorsi di quanto lo amassi.

Provai ad informarmi sulla somma di denaro che aveva pagato (era troppo anche per un mago giramondo come lui) ma l’unica risposta che ebbi fu:

“Quando ero ragazzo mio padre mi disse ‘Il valore di un sentimento è la somma dei sacrifici che si è disposti a fare per esso’… Spero che questa risposta ti basti… E spero che tu non mi faccia mai più questa domanda…”

E, dopo tutto ciò che aveva fatto, come potevo non accogliere quella richiesta? Senza contare che non volevo rovinare l’atmosfera: la notte che passammo insieme fu ancora più bella della prima, finalmente libera da ogni preoccupazione.

Solo oggi mi chiedo cosa sarebbe successo se, invece di abbandonarmi ai miei desideri e alle mie illusioni, avessi insistito per sapere qualcosa in più… Forse non mi sentirei così sciocca adesso…

 

 

Giorno Primo, Luna dello Zefiro, Anno 241 dell`Era dei Regni

Finalmente chiusa la storia del mio mizuage, cominciai a vivere come una vera geisha: mi alzavo tardi la mattina, mi preparavo in circa metà pomeriggio e passavo il resto del tempo, fino a tarda notte, ad intrattenere i vari ospiti presso le case del tè.

Passai in questo modo più di due anni ed i miei affari andavano molto bene: Aliyah sparse ai quattro venti l’esorbitante cifra alla quale era stato venduto il mio mizuage e così divenni molto richiesta giacché in molti pensavano che valessi tale somma.

Mi capitò di essere invitata a numerosi banchetti, spesso con gente nota all’interno della Qasba e spesso accompagnata da altre geisha, cosa consueta quando gli ospiti da intrattenere erano molti.

Insomma, ho visto una quantità di uomini esorbitante, a volte sotto gli influssi dell’alcool ma fortunatamente solo in rarissimi casi questi si sono dimostrati inappropriati, ad esempio allungando le mani od offendendo il mio lavoro.

Uno di coloro che più si affezionò a me, fu proprio Umar Zahir che, pentitosi di non aver fatto una controfferta, mi richiedeva come geisha praticamente tutte le sere, riempiendomi di doni e complimenti. Per questo, dopo qualche mese, sotto le numerose ed allusive richieste di Aliyah, divenne il mio danna.

È infatti uso che una geisha, per stabilirsi, prenda un danna, ovvero un uomo ricco, talvolta sposato (come nel caso di Umar), che ha i mezzi per accollarsi le enormi spese di cui il lavoro di geisha abbisogna. Anche se succede spesso che una geisha ed il suo danna si innamorino, il sesso non è richiesto come pagamento per il supporto finanziario che il danna elargisce… E infatti Umar non lo ebbe mai da me: nonostante tutti gli uomini che incontravo, solo uno continuava a rimanere nel mio cuore.

Il fatto che non mi concedessi a lui, rendeva talvolta intrattabile Umar che, se non fosse stato per Jalal, pure si sarebbe meritato ciò che desiderava. Penso che non gli ci volle molto per capire che ci doveva esser qualcun altro a cui dedicavo certe attenzioni…

D’altro canto il fatto che avessi accettato (anche se non proprio per mia volontà) Umar come danna, rattristava Jalal che, per me, aveva fatto tutto: si era pure stabilito presso la Qasba ed inizialmente pensai che lo avesse fatto solo per starmi vicino anche se cominciarono a venirmi dei dubbi quando vidi che il suo lavoro non andava più così bene e non faceva altro che parlare dei ‘bei vecchi tempi in cui girovagava con i suoi spettacoli’.

I miei affari invece andavano benissimo, anche se ovviamente a me non entrava in tasca neanche una monete: tutti i miei guadagni andavano ad Aliyah e ci sarebbero andati finché non avrei finito di ripagare il mio spropositato debito nei suoi confronti…

 

 

Giorno Terzo

Pensavo di dover trascorrere a quel modo il resto della mia vita… sarebbe stata una vita forse un po’ monotona ma sicuramente, di tanto in tanto, ci sarebbero state anche cose imprevedibili, come una di quelle storie che ci raccontavamo tra noi geisha quando non c’era nessun altro ad ascoltarci e che inizialmente sembravano sempre inverosimili ma poi, ripensandoci, capivamo quanto potessero essere reali…

Invece tutto cambiò. Era il giorno ventesimo ottavo della Luna del Mago dell’anno passato ed Aliyah mi invitò nelle sue stanze; raramente ci entravo perciò mi sembrò di esser tornata indietro nel tempo, a quando mi chiamò per raccontarmi la storia del mio ingresso nell’okiya e così, con un po’di agitazione dovuta a quel ricordo, mi chiesi di quali altri avvenimenti sarei venuta a conoscenza…

C’era anche Narumi ma sembrava che si trovasse in un posto diverso da Aliyah: mentre la vecchia aveva la faccia distesa, intenta a fumare il suo abituale tabacco grigio e a sorseggiare del tè (di cui sono sicura non sentisse neanche più il sapore da fumatrice incallita quale era); la mia onee-san aveva un’espressione tirata, come se mi stesse per dare la peggiore notizia del mondo.

Aliyah mi fece accomodare innanzi a lei e prese parola:

“Hatsumomo, sto per rivelarti qualcosa che sicuramente scuoterà la tua vita, ma prima di farlo, voglio rammentarti certe cose…

Innanzitutto il tuo debito nei miei confronti…”

Dicendo ciò tirò fuori un piccolo libretto; lo estrasse da una serie di libretti identici, in ognuno dei quali stava scritto il nome delle mie compagne geisha… Ovviamente in quello che aveva in mano, c’era scritto il mio.

Scorse innanzi ai miei occhi le numerose pagine in cui stavano scritte date, costi e motivi delle varie spese; ogni fine del mese c’era un totale parziale del denaro che aveva sborsato per mantenermi e, man mano che andava avanti mi venivano le vertigini… cinquecento… mille… millecinquecento… e finalmente l’ultima pagina: milleseicentocinquanta corone d’oro…

Sapevo che il mio debito sarebbe durato a vita (anche se fino a quel momento non sapevo a quanto ammontasse) ma non capivo per quale motivo me lo stesse rinfacciando… Evidentemente aveva paura che, dopo la rivelazione che stava per farmi, avrei provato a scappare…

Continuò il suo discorso mentre la faccia di Narumi si faceva sempre più contrita… ora capisco che probabilmente era perché anche lei era passata in quella stessa identica situazione:

“E poi vorrei sottolineare che a questo debito monetario, va anche aggiunto il debito morale che hai nei nostri confronti: se non ti avessimo preso, saresti con ogni probabilità morta in qualche vicolo sconosciuto e nonostante potessimo farlo, non ti abbiamo mai maltrattato, anzi, ti abbiamo fatta diventare una delle geisha più rinomate della Qasba… hai una posizione privilegiata qua, grazie a tutto ciò che abbiamo fatto per te”

Fece una breve pausa, come per lasciarmi intervenire, così, titubante, dissi:

“Ne sono consapevole, e mi sto impegnando per ripagarvi di tutto ciò che avete fatto per me… Credevo di farlo nel migliore dei modi…”

Sapevo che non era vero… non avevo detto a nessuno della mia relazione con Jalal e mi prese il sospetto che Umar si fosse lamentato perché non ero andata ‘fino in fondo’ con lui… Non ci andai così lontano… Aliyah mi guardò storto e proseguì:

“Forse l’hai fatto, o forse sei riuscita ad ingannarci a dovere in modo che non scoprissimo il contrario… In ogni caso adesso ti conviene stare attenta e non fare passi falsi…”

Prima di continuare a parlare prese una grande boccata di tabacco, abitudine che aveva quando qualcosa la preoccupava:

“Questo okiya non ha nulla a che fare con tutti gli altri okiya… Potrebbe sembrare così ma in verità è solo una facciata che dobbiamo tenere per non far insospettire la gente… In verità la leggiadria che ti abbiamo fatto apprendere con i passi di danza, ti servirà per muoverti alle spalle della tua vittima senza farti sentire… La dialettica, il canto e la conversazione che duramente ti abbiamo fatto entrare in testa, ti permetteranno di stordire la mente del tuo interlocutore… La conoscenza che ti abbiamo dato sulle composizioni floreali, ti renderà possibile distinguere quelle piante in grado di uccidere… Tu non sei una geisha, tu sei una perfetta assassina ed è questo ciò che dovrai fare!”

Ci furono infiniti attimi di silenzio… Inizialmente pensavo scherzasse ma poi tirò fuori, da dentro una tasca, una minuta ampolla con dentro del liquido trasparente… Era la stessa ampolla che più di una volta avevo visto in mano a Narumi solo che stavolta era piena… Cercai lo sguardo della mia onee-san ma non riuscii ad incrociarlo poiché lo teneva basso, sprofondato nella vergogna… Aliyah mi disse che in quella boccetta c’era il veleno che avrei dovuto somministrare alla mia prima vittima… Allora tutto mi fu chiaro: lo sguardo rattristato di Narumi quando tornava con quelle ampolle vuote era dovuto al fatto che aveva appena assassinato una persona e ricollegai alcune delle morti che negli ultimi anni erano avvenute nella Qasba all’azione di alcune delle mie compagne… Come potevo non aver capito nulla fino a quel momento? O quantomeno aver sospettato qualcosa… E adesso avrei dovuto fare la stessa cosa?

L’unica parola che riuscii a pronunciare, persa nel mare dei miei pensieri, fu:

“Perché?”

E la cinica risposta di Aliyah mi stordì come un cazzotto:

“Perché ci pagano!”

Detto ciò, si alzò nel silenzio e se ne andò lasciandomi da sola con Narumi. Subito lei si mise a piangere sommessamente e, tra un sussulto e l’altro, mi disse:

“Mi dispiace Kal… non avrei mai voluto che accadesse tutto ciò… Ma non ho potuto fare nulla per impedire che diventassi anche tu una ansatsu… Ormai è deciso, tu dovrai uccidere… E dovrai farlo ogni volta che Aliyah te lo chiederà… Il nostro debito nei suoi confronti non si esaurirà mai…

So già cosa stai pensando giacché ci sono passata prima di te: scappare sarebbe inutile, non abbiamo neanche una falange di rame per spostarci da qui; avvertire la guardia non sortirebbe alcun effetto dato che non permetterebbero mai la chiusura dell’okiya, sono troppo affezionate a noi geisha… Non c’è via d’uscita se non quella di fare ciò che ci viene chiesto…”

Mentre mi parlava, notai quanto Narumi fosse invecchiata… Gli ultimi dieci anni sembravano passati come trenta… Forse per colpa di ciò che era stata costretta a fare… Non sapevo cosa risponderle; aveva intuito tutti i miei pensieri e li aveva smontati uno ad uno… Sapevo solo che non volevo fare la sua stessa fine… Non volevo uccidere nessuno… Ma questa non era un’opzione che avevo e me ne rendevo conto… In realtà, ciò che più mi spingeva a fare ciò che mi veniva chiesto, non era tanto l’imposizione che mi veniva data, quanto l’obbligo interiore che avevo nei confronti di chi mi aveva cresciuto ed istruito… Chiesi del tempo per pensare ma scoprii che le notizie non erano terminate; Narumi, asciugate le lacrime, continuò a parlare:

“Non hai tempo… È per questo che ti abbiamo detto tutto così frettolosamente… All’okiya è stato proposto un buonissimo affare… Guadagneremo una somma riguardevole, purché TU porti a termine il lavoro e purché sia fatto entro una settimana”

Era troppo. Non mi riuscì pensare ad altro che alla possibilità di guadagnare molti soldi in modo da liberarmi da quella situazione insopportabile; mi aggrappai a quel pensiero e alfine dissi:

“Voglio farlo! Voglio annullare il mio debito quanto prima ed andarmene da questo posto senza voltarmi indietro… Chi dovrò uccidere per ottenere ciò?”

Ero decisa, anche se non capivo bene a cosa stessi andando incontro; forse non avevo fatto bene i conti con la mia coscienza, ma in quel momento volevo solo scappare dall’okiya e dalla Qasba del Sole Nascente.

Narumi mi rispose, un po’ sorpresa:

“Non è così che funziona, non ti verrà detta l’identità della vittima: la scoprirai solo nel momento in cui ti troverai nella stanza con lei… Se sei davvero sicura, dobbiamo muoverci, devo spiegarti le basi per portare tutto a termine…”

Ero sicura, lo ero, lo ero… Me lo ripetevo come se fosse servito a convincermi…

 

 

Giorno Quinto

La settimana di addestramento passò velocemente, troppo velocemente… Non mi sentivo pronta ma sinceramente pensavo che nessuno potesse esserlo per una cosa del genere.

Il tutto non fece altro che allontanarmi ancora di più da Jalal: non ebbi tempo per stare con lui e biasimavo così tanto la mia scelta che non riuscii a raccontargli ciò che stavo per fare… Volevo solo farlo e poi buttarmi tutto alle spalle.

Al fine arrivò la fatidica sera… Ero così tesa che non riuscivo neanche a stare in piedi… Narumi mi disse che era normale e poi mi dette l’ampolla col veleno… Mi sembrò una scena così surreale… Mi costrinsi a non pensarci e scesi al piano inferiore per uscire: Aliyah mi attendeva vicino all’ingresso ma non mi fermai; la guardai con occhi pieni di pena per quella vecchia sola che faceva di tutto per farci diventare come lei, e poi me ne andai senza salutarla.

Arrivai alla Casa del Tè Tatsuko prima del mio ‘ospite’: c’era una tavola imbandita con varie portate di cibo e, senza pensarci molto, versai il contenuto dell’ampolla nella zuppa di miso: poi mi accomodai in ginocchio ed attesi.

Dopo poco la porta cominciò a socchiudersi e, col capo chino, dissi

Geisha Hatsumomo, per servirvi”

Sentii la porta chiudersi e l’uomo disse, con voce tesa:

“Kalisah! Ma cos’è uno scherzo?”

Il mio cuore smise di battere per qualche attimo… Se avessi alzato subito la testa, avrei mostrato una faccia atterrita ma non so come, non so perché, mi ricomposi e, sfoggiando il più falso dei sorrisi, dissi:

“Ma come, non posso farvi una sorpresa Jalal?”

Esatto… Era Jalal la mia prima vittima… Colui che avrebbe dovuto accompagnarmi nella fuga non appena fossi riuscita a ripagare il mio debito ad Aliyah…

Aveva un’espressione strana, tesa; ma si sedette e cominciò a mangiare con me… Non so come ci riuscimmo ma parlammo come da tempo non ci riusciva fare e mi ritornarono alla mente tutti quei dettagli che mi avevano fatto innamorare di lui… Poi prese la zuppa di miso.

Attaccare o fuggire fanno parte della lotta; ciò che invece non gli appartiene è rimanere immobili, è ciò avviene quando si è paralizzati dal terrore… Lo ero… Ma alfine riuscii a scuotermi e ad afferrare la ciotola, togliendogliela dalle mani e dicendogli che non doveva farlo.

Poi però ripensai al perché mi trovavo lì, al perché avevo deciso di fare tutto ciò… Non potevo tirarmi indietro. Sorrisi nuovamente e dissi

“Volevo dire che dovreste farvi imboccare da me…”

Prese le mie mani tra le sue ed insieme portammo la ciotola verso la sua bocca; toccò il bordo con le labbra ma non ce la feci, lo bloccai prima che potesse bere anche solo un sorso e, mentre le lacrime cominciavano a scendere dai miei occhi gli dissi che non ce la potevo fare.

Finalmente lo vidi sorridere veramente per la prima volta in tutta la serata. Poggiammo nuovamente la ciotola sul tavolo e poi Jalal mi baciò, mi abbracciò e mi sussurrò all’orecchio:

“Sono così contento che non l’abbiate fatto…”

Ma come, Jalal sapeva tutto?… Il mio corpo si irrigidì per la sorpresa e così lui, sempre parlando sottovoce come se qualcuno potesse sentirci, si affrettò a spiegarmi:

“Si, lo sapevo… Forse l’ho saputo ancora prima di voi… Tutto è cominciato quando mi indebitai per pagare il vostro mizuage… Pensavo che avrei restituito velocemente i soldi ai miei aguzzini ma loro mi hanno vietato di lasciare la Qasba così gli affari hanno cominciato ad andare male ed il mio debito è salito sempre più…

Sono sicuro che siano stati loro ad ingaggiare l’okiya

Ma adesso è troppo tardi per tornare indietro: questo è il vostro primo ‘lavoro’ e di certo Aliyah manderà qualcuno a controllare che abbiate fatto tutto a dovere… se non lo farete, qualcun altro penserà ad uccidere me, e poi si occuperà anche di voi… Io DEVO bere quella zuppa…”

Mi divincolai protestando come una bambina:

“Non potete dire sul serio… Siete in questa situazione per mia colpa e adesso, sempre per mia colpa, dovreste morire? No! Non voglio! Mi rifiuto di accettare questo destino!”

Con tranquilla rassegnazione mi rispose:

“Nessun destino dolce Hatsumomo! La nostra vita non ci appartiene: dal grembo alla tomba, siamo legati agli altri esseri viventi; e da ogni crimine, da ogni gentilezza, generiamo il nostro futuro… Tutto ciò è frutto delle nostre azioni, non di un crudele destino…

Chissà se sarebbe cambiato qualcosa se fossimo stati più sinceri tra noi… Ormai non c’è modo di saperlo e non possiamo far altro che accettare ciò che abbiamo costruito con le nostre stesse mani.

E poi non essere così affranta, non tutto è perduto: sono o non sono un mago?”

Sorrise sfoggiando tutta la sua bellezza… Quel discorso mi paralizzò, non c’era verso di far uscire una sola parola, tornavano tutte indietro, ingoiate da quei dannati singhiozzi, naufragate nel silenzio di quelle stupide lacrime che mi accecavano. Maledizione. Con tutto quello che avrei voluto dire e fare… E invece niente, non dissi niente e non feci niente… Si può essere fatti peggio di così?

Jalal bevve quella maledetta zuppa. Subito dopo mi abbracciò di nuovo e, senza dire nulla, in poco tempo il suo peso si fece sempre più gravoso sulle mie spalle… Scosso dai miei singhiozzi, smise di respirare… Non so per quanto tempo rimasi ancora lì, a piangere per ciò che avevo fatto, ma soprattutto per ciò che non ero riuscita a fare per impedire tutto quello.

 

 

Giorno Settimo

Dopo quella notte tornai all’okiya, o meglio, fece ritorno il fantasma di me stessa giacché null’altro era rimasto. Poggiai la minuta ampolla vuota in bella vista sulla piccola tavola dell’ingresso, come era solita fare Narumi e solo dopo aver fatto qualche passo mi accorsi che Aliyah era poco distante da me, a guardarmi con un sorriso compiaciuto. Provavo così tanto disprezzo per lei che quando mi rivolse parola mi sembrò che la sua voce uscisse direttamente dagli inferi:

“Eccellente… Ma adesso preparati come si deve: Umar Zahir ha richiesto la tua presenza…”

Provai una rabbia indescrivibile ma quel fuoco che era divampato dentro di me in un attimo, si spense altrettanto velocemente quando, inevitabilmente, ripensai a Jalal… Non avevo le forze per controbattere, non avevo neanche più le forze per parlare perciò, senza dire una parola, mi sistemai il trucco ed uscii in direzione della casa di Umar.

Non sapevo neanch’io a quale energia stavo attingendo per fare tutto ciò, ma riuscii ad arrivare a destinazione e, quando entrai, Umar mi accolse con un enorme sorriso… Sembrava ignorare il mio stato, anzi, a tratti ne appariva divertito, finché, non potendo trattenersi, ad un certo punto disse:

“Ah Hatsumomo, che gli Astri vi benedicano… Siete tanto bella quanto ingenua… Proprio non ce la faccio a non dirvi come stanno le cose… Rispondete ad una mia semplice domanda: pensate che vi concederete a me adesso che non c’è più quel mago da quattro soldi ad intromettersi?”

Se mi avesse pugnalato avrei forse sentito meno dolore… Mi inginocchiai frastornata mentre Umar continuava a parlare compiaciuto:

“Avete capito finalmente… Anche io capii che stavate concedendo a qualcuno ciò che tanto alacremente negavate a me… Ma adesso non mi importa più nulla, adesso che vi vedo finalmente per ciò che siete: insignificante, distrutta, priva di carattere… Mi disgusta il solo vedervi… Prendete la ricompensa che vi siete guadagnata stasera ed andatevene, andatevene da questa casa e non tornate mai più!”

Con queste parole mi lanciò con rabbia le monete che mi colpirono con lo stesso peso delle mie colpe: svenni.

 

 

Giorno Decimo

Mi risvegliai a notte fonda nel mio giaciglio, all’interno dell’okiya. Scottavo e, nel delirio della febbre, per qualche stupendo istante mi sembrò che fosse stato tutto un sogno, ma subito l’angoscia mi assalì riportandomi alla realtà.

Sentivo l’insopportabile puzzo del fumo grigiastro di Aliyah, ma non ricordo che lei fosse nella stanza; rammento solo Narumi, poco distante, preoccupata ed intenta a prendersi cura di me come una madre… Mi stava dicendo qualcosa ma sinceramente non mi ricordo cosa fosse, ricordo solo sbiaditi frammenti che si riferivano a qualcosa che mi stava crescendo in tutto il corpo… Ero sicura che non sarei sopravvissuta e sinceramente non mi impegnai neanche più di tanto per farlo.

Solo la mattina dopo capii. La febbre sembrava scomparsa e furtivamente uscii dal giaciglio, attenta a non svegliare Narumi che si era addormentata in una posizione tanto buffa quanto scomoda.

Non si sentiva nessun rumore quindi doveva essere ancora presto… Ero praticamente nuda e passai davanti allo specchio che era nell’angolo. Inizialmente non ci feci caso e proseguii oltre ma ciò che avevo visto con la coda dell’occhio mi fece tornare indietro e cominciai a fissare la mia immagine riflessa con gli occhi sbarrati: su gran parte del mio corpo erano apparsi strani segni dalle tinte brune, come quei tatuaggi che spesso avevo visto sul corpo delle genti del deserto… Li guardai attentamente e senza sapere perché, non potei fare a meno di ripensare alle parole che Jalal mi aveva detto molto tempo prima: ‘Essere amati come io amo voi, vi proteggerà per sempre, anche quando non sarò effettivamente presente: è una cosa che vi resterà dentro, nella pelle’.

Mentre ancora ero a rimuginare sull’accaduto, Narumi si rialzò e mi guardò con un misto di stupore (dovuto ai tatuaggi) e di gioia (dovuta al vedermi di nuovo in salute).

Cominciò a parlarmi determinata, quasi senza riprendere fiato:

“Non posso credere che ti sia ripresa… Ieri sera eri delirante… È un miracolo… Non me l’aspettavo, ma comunque dobbiamo agire… Certo se avessi pensato che ti saresti ripresa così presto, mi sarei organizzata meglio, ma faremo quel che si può… È bene che tu sappia innanzi tutto cosa è successo: ieri sera, dopo il tuo incontro con Jalal, Aliyah ha mandato un suo galoppino a controllare che tutto fosse andato come doveva ed è tornato con le notizie che speravamo… Solo che più tardi, quando si volevano occupare di ripulire tutto, il corpo non era più lì!”

“Jalal è vivo??”

“Gli hai fatto bere il siero?”

“Si…”

“E allora non vedo come possa essere vivo… Fatto sta che il suo corpo non si trova e se questo può bastarti come speranza a cui aggrapparti, allora fallo!”

“Ma cosa significa questa specie di tatuaggio?”

“Stavo per farti la stessa domanda… ma non è questo il momento per soffermarci a parlare di fatti su cui non possiamo dire qualcosa di utile… Quindi continua ad ascoltare in silenzio: ieri notte Umar ci ha mandato a chiamare perché eri svenuta, sono venuta io stessa a prenderti e quando sono arrivata, c’eri solo tu, mezza sotterrata da un bel po’di corone d’oro e gemme… Era il pagamento che Umar doveva all’okiya ma nella foga di gettartelo addosso non si è accorto di avertene dato di più del pattuito… Ti ho preso queste, sono dieci corone d’oro! C’è chi ci va avanti una vita con una cifra simile…

Odio questo posto ma al contempo capisco che non saprei dove altro andare, cos’altro fare se non quello che ho fatto tutta la vita… ma per te ancora non è tardi, tu puoi ancora cambiare vita… perciò fallo, scappa prima che qualcuno ti veda… E se puoi perdonami…”

Non pensavo che Narumi avrebbe saputo fare una cosa del genere… Volevo piangere ed abbracciarla ma non feci nulla di tutto ciò, dovevo seguire i sui consigli e non perdere tempo: con un mio solo sguardo sperai di dirle tutto ciò che volevo sapesse e quindi mi affrettai a vestirmi ed a infilare tutto ciò che di prezioso avevo in uno zaino… Non me la sentii di lasciare indietro i miei ventagli e l’abito da cerimonia che mi era stato regalato da Jalal alcuni mesi prima.

Stavo facendo tutto così in fretta che non mi fermai a pensare inizialmente… Poi, mentre mi vidi riflessa allo specchio che velocemente impacchettavo tutta la mia vita sotto lo sguardo vigile di Narumi, mi fermai.

La mia onee-san mi guardò subito con aria di rimprovero ma io scossi il capo e dissi:

“Non posso farlo ancora… Per tutta la mia vita ho scaricato i miei problemi addosso a coloro che più mi amavano… Non posso farlo anche con te… Me ne andrò, ma a modo mio…”

Narumi sembrava orgogliosa delle mie parole ma quanto mai preoccupata, così mi seguì come la mia stessa ombra mentre prendevo ciò che avevo preparato e mi dirigevo verso la stanza di Aliyah.

Entrai dopo aver bussato… era sveglia, evidentemente da un po’ e mi scrutava col suo solito sguardo altezzoso, sputandomi il suo fumo in faccia. Non esitai e cominciai subito il mio discorso:

“Me ne vado. Non intendo lasciarvi parlare. La decisione è presa… Ma non sono un’ingrata, so che devo a voi ciò che sono oggi, così come so che non intendo mettere nelle vostre mani ciò che sarò domani… Quindi avete la mia parola che tornerò, tornerò quanto prima per restituirvi fino all’ultima falange che avete investito su di me e per non avere più alcun debito nei vostri confronti… Dopodiché spererò solo che facciate la fine che meritate”

Non disse nulla. Ancora non so dire perché ma ascoltò tutto il mio discorso senza dire nulla. L’unica cosa che fece, fu guardare il disegno che aveva invaso il mio corpo con un sorriso provocatorio:  sembrava saper qualcosa, ma non le chiesi nulla, decisi che non le avrei mai più chiesto nulla. Le voltai le spalle e me ne andai.

Ripensare all’espressione che fece Aliyah in quell’occasione, mi mette ancora oggi i brividi… Più di una volta mi sono ritrovata a pensare che ci sia lei dietro questo inspiegabile tatuaggio; ma ho sempre cercato di cacciare via questo pensiero. Forse aveva semplicemente capito che non potevo fare ciò che lei pretendeva e che lasciandomi andare avrebbe ottenuto ciò che voleva da me: i soldi.

Uscendo andai incontro a Narumi, adesso avevo il tempo di abbracciarla e lo feci, sussurrandole:

“Non è troppo tardi neanche per te… Quando tornerò, avrò le monete anche per saldare il tuo debito… Cerca solo di resistere fintanto che non mi rivedrai… Grazie di tutto: non è vero che devo ad Aliyah ciò che sono oggi, lo devo solo a te…”

 

 

Giorno Decimo Quinto

Rileggendo le pagine passate, ho notato quante volte abbia scritto ‘Se avessi fatto’, ‘Se NON avessi fatto’, ‘Se avessi detto’, ‘Se NON avessi detto’… Ciò che devo fare forse è solo accettare ciò che è stato, convivere con la consapevolezza che le cose non torneranno come erano e forse così potrò ricominciare a vivere… ma come posso fare tutto ciò se non riesco a smettere di sperare di incontrare Jalal in ogni luogo che visito? Come posso raccogliere le fila di una vita ed andare avanti quando nel mio cuore comincio a capire che ci sono cose che il tempo non può accomodare, ferite talmente profonde che lasciano un segno indelebile…

Ho girovagato alcuni mesi senza sapere come poter raccogliere tutti i soldi che mi servono… Ma poi ho ripensato a ciò che mi disse Aliyah: ‘Le tue doti sono come quelle di un assassino’… Guardandomi allo specchio con i ventagli di spade in mano ed immaginandomi con un’armatura mi sono chiesta: ‘Non posso forse essere uno dei tanti avventurieri che si stanno recando a Temeria per la campagna di conquista?’ Mi sono risposta di si: la paga degli avventurieri è decantata ovunque… Devo solo stare attenta alla mia pellaccia: non ho intenzione di sprecare ciò per cui Jalal si è sacrificato… Infondo, non ho bisogno che sia facile, deve solo essere possibile!

 

 

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