A volte l’amore non basta

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L’uomo se ne stava comodamente seduto nella penombra della cella, tutto sommato accogliente, che gli era stata assegnata, quando la donna varcò la soglia.

Era alta e ben piazzata, con una matassa di capelli biondi e un bizzarro berretto dai colori sgargianti sormontato da piume. Alle sue spalle, la giovane guardia si sporse con un’espressione a dir poco terrorizzata.

– Ottavia, che cazzo fai?

Lei si voltò lentamente, la mano a sfiorare il mazzafrusto che portava alla cintura. – Levati dai coglioni! – ordinò.

Il giovanotto – una giovane recluta impaziente di far colpo sui propri superiori, che l’aveva trattato fino a quel momento come un principe piuttosto che come un prigioniero – impallidì visibilmente. La sua testa si eclissò dal rettangolo della porta e il rumore di passi in rapido allontanamento dimostrarono che stava correndo a rotta di collo su per le scale che portavano fuori dalla prigione.

L’imperiale sorrise divertito. Tutta quella scenetta, orchestrata palesemente per spaventarlo e fargli sputar fuori alla svelta qualche informazione in più durante quell’ennesimo interrogatorio… beh, se credevano di fregarlo in quel modo, si sbagliavano di grosso. Aveva intenzione di tenersi ben stretti i suoi assi nella manica, che gli avrebbero assicurato la salvezza per almeno qualche altra luna nel tempo a venire… e chissà, magari un’amnistia completa, se giocava bene le sue carte.

– Non ci credo – sogghignò – Stavolta mandano un donna a…

Il pugno gli arrivò in faccia con una veemenza tale da impedirgli di proseguire e da frantumargli le labbra contro i denti. Il secondo colpo, un calcio alla bocca dello stomaco per mozzargli il respiro, non arrivò del tutto inaspettato, ma egli era già riverso al suolo, e pararsi non gli venne comunque semplice: la donna sembrava ben allenata, e decisa a portare avanti alla svelta quell’interrogatorio.

L’imperiale iniziò a pensare che fosse il caso di cominciare a sbottonarsi, per quella volta. Alzò la mano in segno di resa, impastando la poltiglia di sangue e denti che gli si era formata in bocca.

– Assspetta, voglio parlare, ho da dirti delle cose importanti…

Per tutta risposta, la donna continuò a tempestarlo di calci. Due, tre colpi ben assestati ma non sembrava metterci tutta la forza che aveva in corpo. Il prigioniero si accorse con orrore che stava dosando le energie, altrimenti con la metà dei colpi che gli aveva inferto avrebbe potuto già ucciderlo. Eppure, quando aveva cominciato a vuotare il sacco, la donna – quell’Ottavia o come cazzo si chiamava! – non aveva dato segni di volersi placare: cosa voleva quindi da lui?

All’improvviso la donna si raddrizzò, il respiro calmo di chi si è intrattenuto in una passeggiata di salute. Il prigioniero pensò che fosse un buon momento per riprendere il dialogo.

– Voglio parlare, voglio dirti tutto: so delle cose, parecchie cose… per esempio, posso dirti dove recuperare i cadaveri di alcuni Ribelli illustri…

Ma ormai aveva cominciato a inquadrarla, e così intuì quello che stava per accadere: il guizzo che serpeggiò fulmineo negli occhi della donna lasciava presagire l’arrivo di un nuovo, violento, attacco.

– FERMATI! – urlò mettendo entrambe le mani avanti a proteggersi il viso.

La donna si fermò, la gamba già pronta a colpire a poche spanne dalla sua vittima: forse finalmente era interessata a quanto il prigioniero aveva da dirle. Quello spiraglio fece riguadagnare all’uomo un po’ di coraggio.

– Per i Quattro, se continui così mi mandi al campo santo prima di ottenere quello che i tuoi capi vogliono sapere da me! E sono sicuro che passeresti parecchi guai se morissi adesso…

Proferire quella minaccia non troppo velata gli fece spuntare un sorriso di sbieco sulla maschera di sangue a cui era ridotta la sua faccia.

La donna lo fissò dall’alto, imperturbabile, per qualche attimo. Si piegò poi sulle ginocchia, per portare gli occhi alla stessa altezza di quelli dell’uomo. Quindi lo afferrò per il collo della blusa insanguinata, avvicinando il volto al suo, e dischiudendo le labbra in un orribile sorriso di scherno.

– Cazzo, sei davvero genuinamente convinto di poter far leva su queste cazzate per aver salva la vita! – gli sibilò – Non credevo fossi così stupido. Sappiamo entrambi che non hai molto altro da aggiungere, e anche se tu l’avessi… Beh, se pensi che tutto questo avrà un lieto fine, allora vuol dire che non hai prestato abbastanza attenzione…

La voce della donna era bassa e forzatamente calma, eppure vibrava di un disgusto e una rabbia che agghiacciarono l’imperiale. E comprese di colpo che la scena con la giovane guardia non era una finta, che davvero quella pazza non era stata mandata dagli alti ufficiali per interrogarlo e poi, magari, scortarlo in sicurezza verso una nuova dimora. Piuttosto, sembrava posseduta da una violenza che a stento riusciva a controllare.

Quando riprese a colpirlo, con fredda ferocia, ancora e ancora, il prigioniero sperò solo di andarsene alla svelta.

Invece il suo trapasso non fu veloce, né tantomeno indolore.

***

Rimase a osservarla per un po’ in silenzio, nella penombra che sapeva di polvere, fieno e cuoio ingrassato. Ottavia non si era accorta della sua presenza all’interno della stalla, intenta ad armeggiare con la sella e le staffe, masticando tra i denti una fiumana di imprecazioni contro tutti gli angeli e gli Astri del Firmamento, imprecazioni che avrebbero fatto impallidire il più rozzo scaricatore di porto di Scentiar.

Cristilde ormai non si scomponeva più alle sue bestemmie, e anche lei aveva parecchie rimostranze da presentare agli dèi.

Mandavano i loro Avatar in giro per il mondo a punzecchiarsi tra loro come bambini viziati, gioivano delle preghiere dei mortali, e lasciavano che le razze di Whanel si scagliassero l’una contro l’altra in loro nome, ma poi rifuggivano i campi di battaglia. Non li aveva mai incontrati dopo uno scontro a lenire le ferite dei loro devoti morenti, né tra i cadaveri divorati dai corvi, in mezzo all’olezzo del sangue e della decomposizione. In fin dei conti, erano degli sporchi bastardi vigliacchi anche loro.

Lasciò che Ottavia sciorinasse tutto il suo repertorio divino prima di schiarirsi la voce e fare un passo avanti, palesando la propria presenza.

L’imponente guerriera alzò la testa e le indirizzò uno sguardo cupo da sopra la sella. – Che c’è, sei venuta anche tu a farmi la predica? È inutile, non riuscirai a convincermi che ho sbagliato. Perché non ho sbagliato! Era un fottuto imperiale, d’accordo?

Cristilde non si scompose. Era. Proprio il tempo verbale giusto, dopo il passaggio del mazzafrusto di Ottavia. Nonostante le sue arti, la cerusica non aveva mai trovato un modo per rimettere in sesto qualcuno a cui fosse stata staccata e maciullata la testa. E il resto del corpo, fatto letteralmente a pezzi da colpi così feroce e violenti… la morte non era mai piacevole, ma una fine del genere poteva soltanto suscitare raccapriccio, tanto più dato che ne conosceva l’artefice.

Ottavia sapeva essere crudele, di una crudeltà assoluta e quasi animalesca, quando si trattava di punire un “fottuto imperiale”.

– Sì, ma stava collaborando con il Regno, fornendo informazioni preziose alle alte sfere della Regia Milizia. C’era interesse a tenerlo vivo.

– Cazzo me ne frega? Sappiamo entrambe che non aveva molto altro da aggiungere, voleva solo guadagnare tempo. Era un imperiale, quindi un maledetto assassino. Ora è un cadavere. Giustizia è fatta. Amen!

– Molti dei nostri commilitoni ti danno ragione. Gli ufficiali no.

– Che si fottano pure loro! Gliel’ho detto!

– Per l’esattezza, quando ti ha rimproverato, hai preso il comandante a pugni in faccia – le ricordò Cristilde. Aveva avuto il suo bel da fare, mentre gli rimetteva a posto il naso, per convincere l’uomo a non dar l’ordine di appendere Ottavia al cappio. Alla fine, però, avevano convenuto tutti di non ucciderla. Per non farne una martire, dicevano.

Forse perché, nel profondo, avevano paura di lei, e dell’effetto che esercitava sugli altri veterani e reduci.

– Mi hanno congedata a forza – continuò Ottavia, furiosa – Vogliono che me ne vada? Va bene, me ne vado. Posso cacciare gli imperiali anche da sola, anzi, sicuramente me la caverò meglio che sotto gli ordini di questi damerini rammolliti pronti a qualsiasi compromesso, pur di mantener lucide le loro mostrine! – diede un rabbioso strattone alla staffa, facendo sbuffare nervosamente il povero cavallo.

– Stringi di più il sottopancia, se non vuoi trovarti con il culo per terra quando proverai a salire – consigliò Cristilde. Era incredibile come Ottavia, che non aveva paura di niente e nessuno in battaglia, fosse così a disagio quando si trattava di cavalcare. Le aveva raccontato che, prima di partecipare alla guerra contro Falcon, non aveva mai avuto il coraggio di salire in groppa a un cavallo, e comunque nel suo paese solo i ricchi potevano permettersi il lusso di possedere quegli animali.

Sono troppo grossi, e non capisco quello che pensano, aveva ammesso.

Non era quello che succedeva anche con gli esseri umani?

– Sono già con il culo per terra – borbottò Ottavia – Cazzo, mi girano così le palle che se rimango ancora tra queste mura finisce che spacco tutto! – afferrò le redini – Se sei venuta a salutarmi, fai in fretta. Detesto gli addii strappalacrime.

Per tutta risposta, Cristilde si accostò al proprio cavallo e, con movimenti lenti ed esperti, sistemò gualdrappa e sella sulla groppa. Solo allora Ottavia parve notare la scarsella da cerusico a tracolla e lo zaino da viaggio sulle sue spalle.

– Che significa?

– Significa che non dovrai cavartela da sola – rispose Cristilde – Vengo con te.

– Scherzi?

– Dovresti conoscermi abbastanza da sapere che sono una persona noiosa e non scherzo mai. Ho già presentato le mie dimissioni al comando. E non sono l’unica. Anche Aster, Haplo, Aldo, Francisco, Manikarnika, Miris e parecchi altri si sono congedati. Stanno preparando le vettovaglie e ci aspettano fuori.

Ottavia tacque, l’espressione impenetrabile. Solo il guizzo nervoso di un muscolo della sua mascella tradiva il suo profondo stato d’animo.

– Perché? – domandò infine.

– Quei ragazzi ti hanno conosciuta in queste lune. Hanno visto la fiamma che ti arde dentro, ed è la fiamma di cui hanno bisogno per smettere di brancolare nel buio. Credono in quello che fai e ti seguirebbero fino ai confini del mondo.

Ottavia la fissò. – E tu?

Cristilde provò un morso di amaro dolore nel petto per il solo fatto che l’altra sentisse il bisogno di chiederlo. Non era penosamente ovvio? Anche lei aveva bisogno di quella fiamma – un bisogno che prima non aveva mai pensato di possedere – perché grazie a essa riusciva in qualche modo a riempire il vuoto e il buio che si sentiva dentro, ed era pronta a seguirla e proteggerla anche a costo di finirne bruciata. Perché era questo il destino che recava Ottavia con sé, se lasciata a se stessa: come una fulgida stella, avrebbe finito per esplodere.

– Credi che abbia condiviso con te la branda, in queste notti, solo per gioco?

Rimpianse di aver risposto a quella domanda con un’altra domanda, e soprattutto rimpianse di averla posta. In cuor suo, non voleva ottenere risposta.

Lo sguardo di Ottavia era serio, incredibilmente serio, così limpido da trapassare l’anima. Poi chinò la testa per prendere la fiaschetta che teneva alla cintura. Bevve un lungo sorso, poi tossì, mentre il forte liquore le bruciava la gola e le alleggeriva i pensieri.

– Il mio cuore appartiene ad Amanita: è sepolto con lei in uno squallido camposanto nelle Piane.  – disse quindi – Non posso offrirti più di quello che già non ti ho dato.

Cristilde annuì. – Ti ho mai chiesto altro?

– No.

– Quindi il problema non si pone – Cristilde finì di assicurare alla sella la borsa da viaggio, quindi tirò le redini per far muovere il cavallo e si affiancò a Ottavia. – E comunque avrai bisogno di qualcuno che ti ricucia le ferite, visto quanto sei sconsiderata in battaglia. Allora, hai pensato a dove vuoi andare? – domandò, lo sguardo che indugiava sui minuscoli granelli di polvere che galleggiavano nei fasci di luce filtrati dalle finestrelle della stalla.

Ottavia sogghignò. – Pensato? Sei tu quella che pensa, e una volta o l’altra ti andrà in pappa il cervello!

– Il tuo fegato è già sulla buona strada.

– Allora meno male che ci sarà qualcuno pronto a rimettermelo in sesto – Ottavia le rivolse uno dei suoi mezzi sorrisi – Dove voglio andare, chiedi? Dove ci sono maledetti imperiali da schiacciare, ovvio!

Esattamente la risposta che Cristilde si aspettava. Nella sua folle imprevedibilità, su certe cose Ottavia era una certezza.

– Ci rifletto già da un po’… – ammise. Nelle terre del Regno ormai non c’era più spazio per i reduci e i loro problemi. La gente voleva dimenticare la guerra, spesso fingere che non fosse mai esistita, e persone che continuavano a viverla in ogni loro atto e pensiero erano viste di malocchio e quanto più possibile evitate, se non internate in qualche manicomio nei casi più disperati. Senza contare che ormai gli imperiali ancora in vita avevano cambiato ufficialmente bandiera, o erano stati scacciati dai confini. – Credo che l’estremo ovest, quella che chiamano Scacchiera, sia il posto adatto. Da quanto ho sentito, ancora vi si nascondono sacche di fautori del vecchio ordine, e lì la politica non arriva a proteggerli.

– Dici che li potrò ammazzare liberamente?

– Più o meno…

– Allora Scacchiera sia! – sancì Ottavia, levando il pugno come a sugellare la decisione, poi d’improvviso, giusto a dimostrare la sua imprevedibilità, la strinse in un abbraccio da togliere il respiro, quasi sollevandola di peso. – Grazie, Cristilde.

– Di cosa? – domandò la cerusica, quando tornò con gli stivali per terra, e con abbastanza aria nei polmoni per proferir parola. – Di averti consigliato un posto pieno di pericoli dove andare tutti quanti a farci ammazzare?

– Sì – annuì Ottavia con entusiasmo – Cazzo, hai rinunciato ai tuoi gradi militari e stiamo andando verso l’ignoto ad ammazzare imperiali!

Cristilde scrollò le spalle. – Anch’io non ho altro posto dove andare, e quanto alla carriera militare… – serrò i pugni prima di continuare, il tono che diventava più basso e teso – è passato il tempo in cui mi interessava soltanto far carriera. Credevo che fosse l’unica cosa importante. Poi, dopo tutte le atrocità della guerra… ho capito che sono stata un sciocca.

– Non più di me – Ottavia sospirò – Io credevo di poter rimanere al sicuro, lontano dagli orrori della guerra, beandomi dell’amore che mi univa ad Amanita, e che grazie a esso saremmo rimaste impunite… – si interruppe, la sua mascella si indurì, come ogni volta che ripensava al passato.

Cristilde non sapeva cosa fosse successo esattamente, l’altra non glielo aveva mai raccontato, né lei l’aveva forzata. L’avrebbe fatto se e quando fosse stata pronta. La cerusica si augurava che accadesse presto, perché le ferite guarivano più in fretta quando venivano spurgate, anche se la cicatrice sarebbe rimasta per sempre.

Dal canto suo, sapeva che lei invece non sarebbe mai stata pronta a quel passo.

– A volte l’amore non basta – si limitò a pronunciare, a bassa voce.

Come tutte le crude verità, anche quella faceva un male d’inferno.

Non c’era molto altro da dire. Tirandosi dietro i cavalli bardati per il viaggio, uscirono dalla stalla. Come promesso, gli altri le stavano aspettando presso la postierla, i sacchi dei viveri legati dietro le selle, pronti a partire. Alcuni di loro erano commilitoni ed ex–partigiani, altri invece reduci dispersi nel corso dell’Anno del Nulla, che erano stati poi recuperati dai veterani dell’Ovestvallo e che avevano deciso di rimanere lì a combattere, invece di tornare nel Regno e rischiare poi di finire internati in qualche manicomio del Meridione.

Ottavia passò lo sguardo su di loro, e il suo viso si distese illuminandosi d’orgoglio.

– Siamo una bella cricca, eh?

– Già.

– Ci serve un nome. Altrimenti, come sapranno gli imperiali chi siamo e per mano di chi troveranno la morte? I Vendicatori di Ottavia? Gli Ammazza-Imperiali? Gli Sterminatori di Imperiali? I Fotti-Imperiali?

Cristilde mise il piede sinistro sulla staffa e si issò in sella. – Che ne dici di Cricca del Crepuscolo? – propose.

Ottavia aggrottò la fronte. – Come ti è venuto in mente?

Lei scrollò le spalle. Non le disse che era quello che aveva pensato la prima volta che l’aveva vista combattere sugli spalti dell’Ovestvallo, bellissima e indomabile: un bagliore vivente di luce che sfuggiva all’orizzonte nell’ultimo istante del crepuscolo.

Non le disse che era proprio quel bagliore ciò che finalmente aveva reso la sua vita degna di essere vissuta.

Non le disse che l’amava e basta, dovunque fossero andate.

Perché non aveva senso dirlo.

A volte l’amore non basta.

– Andiamo verso ovest, dove tramonta il sole – rispose invece – Con lo scopo di portare la notte eterna agli imperiali superstiti. Non ti suona poetico?

– Crepuscolo… – Ottavia parve assaporare quel nome, come centellinando del buon vino. Quindi fece schioccare la lingua e batté insieme le mani in cenno di approvazione – Mi piace. Crepuscolo. Noi saremo il Crepuscolo!

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