Anno 2999- Lo Psicarca Bianca

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– Puzziamo troppo.
– Fai silenzio.
– Ci beccheranno subito.
– Ti ho detto di tacere.
– Oh, vita, ti lascio senza troppi rimpianti, ma sono troppo giovane per morire…
– Se la smetti di fare il cretino e ti attieni al piano…
– … abbiamo un piano?
– Dammi retta e tutto andrà bene.
Noctulis sbuffò sotto il cappuccio, emanando una nuvoletta biancastra. Il clima di Lethan era già abbastanza rigido normalmente, vista la vicinanza con le impervie Cime Guardiane del Sud, e se a questo ci si aggiungeva  il fatto che era una fredda notte dei primi giorni del nuovo anno, quindi pieno inverno, il bisogno di calore che il giovane stregone sentiva diveniva comprensibile. Anche se sia lui che mastro Jorge erano imbacuccati nelle loro vesti di lana, sepolti sotto uno strato di pelliccia d’orso, ormai il gelo era penetrato nelle loro ossa; questo rendeva Noctulis particolarmente nervoso e infastidito, mentre l’anziano mentore sembrava calmo e sicuro di sé. E a dirla tutta, questo atteggiamento indispettiva piuttosto il ragazzo. Era troppo, troppo tranquillo. Da quando mesi prima erano partiti in viaggio per contrastare con i loro mezzi le truppe dei Quattro nel Meridione, mastro Jorge sembrava ringiovanire a vista d’occhio, animato da uno strano fuoco. Non avevano avuto mai da combattere, se non per crearsi talvolta una via di fuga se venivano scoperti; si erano limitati a gironzolare, cercando alleati e persone che volessero combattere la tirannia opprimente. I tempi erano maturi, certo, e la ribellione era pronta a sorgere nonostante il giogo dei Quattro fosse pesantissimo e la loro reazione avrebbe portato sangue e morte. Allora perché proprio in quel momento mastro Jorge aveva deciso di venire qui al Nord, in questo borgo dimenticato dagli dei, e così dannatamente vicino a Falcon? E con tutta questa tranquillità, poi? Anche ora, davanti alle mura di Lethan a pochi passi, con un paio di guardie in armatura recanti i simboli dell’Impero a difesa del cancello, il vecchio incantatore sfoggiava una calma invidiabile.
– Sta a guardare- mormorò con un sorriso verso Noctulis, mentre i soldati mettevano pigramente mano alle armi e gli si facevano incontro. Con le lame sguainate e le pesanti celate nere calate sugli occhi, quegli uomini sembravano uguali tra loro, impersonali. La loro voce era dura e ostile.
– Fermatevi immediatamente, se non volete venir passati a fil di spada!
Noctulis rimase immobile sul posto, come ordinato. Mastro Jorge, invece ( “ma è pazzo!”) avanzava sbracciandosi, e aveva anche iniziato a urlare.
– Non permettetevi più di mancarmi di rispetto! Sapete chi sono io?
– Un morto, tra poco- disse una delle due guardie facendosi avanti con grinta. L’anziano stregone mise una mano in una delle scarselle alla cintura, ed estrasse una pergamena arrotolata, iniziando a sventolarla davanti agli occhi del soldato minaccioso.
– Questo è un dispaccio ufficiale, caro mio!- fece Jorge con arroganza. – Veniamo direttamente da Khantas, che non è proprio dietro l’angolo. Dopo l’ultima notte sul Passo di Grigiaguglia, figurarsi se ho voglia di stare a sentire un cane uggiolante come te!
Il soldato guardava ipnotizzato la pergamena oscillante, con la bocca lievemente aperta, ed aveva iniziato a fare un cenno d’assenso con la testa, quando l’altro gli poggiò pesantemente la mano sulla spalla, parlandogli a voce bassa.
– Io sapevo che il Passo di Grigiaguglia era stato conquistato dai barbari…
Adesso entrambi i soldati guardavano mastro Jorge con sospetto. Alle sue spalle, Noctulis sudava freddo, ma il vecchio non sembrava accorgersene, e discorreva tranquillamente lisciandosi il candido pizzetto. In realtà, il giovane era convinto di sentire una nota di tremore nella voce del maestro .
– Oh… oh, beh, fortunatamente avevamo dalla nostra alcuni militi del Quinto Battaglione Sud che ci hanno dato una mano a…
Il soldato lo interruppe di nuovo, bruscamente. La voce era secca e ringhiante, da dietro la celata.
– Il Quinto Battaglione Sud? Quello che è stato spazzato via sei mesi fa?
Adesso il nervosismo nella voce del maestro era palpabile, mentre i due armigeri si mettevano in guardia.
– Il Quinto Battaglione Sud? Volevo dire il Sesto…
– NON ESISTE, IL SESTO!
Le due guardie alzarono l’arma all’unisono verso il cielo coperto, pronti ad affondare la lama nelle carni dell’anziano. Jorge, dal canto suo, fece un gesto rapidissimo con la mano, borbottò alcune veloci parole, e subito i due uomini caddero a terra, afflosciandosi come sacchi vuoti e russando.
Noctulis e il mentore si gettarono sui corpi dei due, cercando le chiavi della guardina per entrare in città.
– Bel piano, complimenti.
– Stai zitto.
– Chissà di cosa sei capace quando improvvisi…
– Taci e andiamo.
Due ombre impellicciate sgattaiolarono finalmente entro le mura di Lethan.

*    *    *

– Mi dici cosa stiamo cercando?
Jorge camminava silenzioso tra le case di pietra di Lethan, con Noctulis alle spalle che, stretto nel suo coltrone, lo tempestava di domande. I tetti erano coperti da un bianco strato di brina, e le pozzanghere a terra erano ghiacciate. Nell’ora più buia della notte, il biancore del giaccio strideva con il cielo color pece, nel suo manto di nubi. Tanti ricordi nella mente dell’anziano incantatore, e nessuno piacevole. Si limitò ad alzare un dito verso il centro della città. Lì era presente un edificio squadrato, alto non più di tre piani, grezzo e senza decorazioni, un cubo di roccia scura con piccolissime feritoie, simili a stretti occhi maligni.
– Noi dobbiamo entrare lì.
Noctulis alzò un sopracciglio interrogativo.
– E “lì” sarebbe…
Il giovane affiancò il maestro e lo guardò in volto. Adesso, lo sguardo era triste e velato, come immerso in un tempo ormai passato. Occhi che guardavano non quello che era, ma quello che era stato. Adesso Jorge aveva riacquistato parte degli anni che sembrava aver recuperato durante il viaggio, come se la sua baldanza fosse venuta meno.
– Quello è il Covo. Non ha un altro nome. Non mi sono mai impegnato troppo per darglielo.
Noctulis iniziò a capire, ed ebbe paura. Con un filo di voce, il mentore continuava.
– È il luogo dove lavoravo quando stavo sotto i Quattro Signori del Fato. È un carcere di prima sicurezza, oltre che un luogo di studio per alcuni arcanisti. Hanno cavie robuste, di prima scelta, e totale carta bianca.
Silenzio. Noctulis pensava che se avesse parlato troppo forte, il maestro si sarebbe sgretolato come una statuina d’argilla secca.
– In quel luogo ho studiato l’anima delle creature. Come strapparla dal corpo. Come usarla. Ho inflitto torture pesantissime solo per i miei vuoti studi. Mi conoscevano come lo Psicarca Bianco, colui che comanda l’anima.
Psicarca Bianco. Aveva sentito chiamare così mastro Jorge anche dal capo dei Vespertini nel suo villaggio natale, quando poi era scappato. Il suo villaggio… Richard, Lea… quando era? Una vita fa? Mastro Jorge serrò i pugni fino a farsi sbiancare le nocche, e affermò la sua decisione lentamente.
– Là dentro ci sono molte persone utili per la rivolta. E noi le libereremo.
Noctulis cerco di mantenere la calma. In cuor suo, sperava che il suo istruttore gli infondesse un po’ di coraggio.
– Ci farai ammazzare.
– Può darsi.
Jorge sospirò mestamente, poi tentò di abbozzare un sorriso debole e insicuro verso l’allievo.
– Domani cercheremo contatti in città per infiltrarci nel Covo. Le guardie non ci cercheranno in città, una volta entrati siamo al sicuro se non facciamo passi falsi. Adesso cerchiamo una locanda, forza.
Si incamminò in un vicolo, accolto dal vento gelido, sparendo nel buio. Noctulis scosse la testa, seguendolo, sbuffando in silenzio. Niente coraggio, per stasera.

*    *    *    

Le pareti di pietra grigia erano ormai macchiate di sangue, che stava scendendo in rivoli sul pavimento. Ombre scure, tremanti, si stagliavano alle pareti, allontanandosi da qualcosa di luminoso, caldo, l’unica cosa che poteva essere considerata veramente viva in quella stanza. L’uomo era l’unico che riuscisse a sopportarne lo snervante calore, la fastidiosa luminescenza, e rimaneva immobile contemplando gli infruttuosi sforzi del suo lavoro.
– Perchè non urli?- ringhiò a bassa voce, guardando innanzi a sé a occhi stretti.
L’angelo luminoso alzò lievemente la testa. Il suo bianco corpo era martoriato di ferite, mani e piedi erano vincolati da catene, penzolava dal soffitto e dinnanzi ai suoi occhi il sangue scorreva ormai copioso. Eppure erano proprio quegli occhi miti, quelle ali una volta bianche e adesso arruffate, quel volto che aveva già dato il suo perdono a turbare l’uomo. Il bianco delle vesti dell’uomo non era neanche paragonabile al candore che l’angelo prigioniero emanava persino dalle sue parole.
– Tu non vuoi che io urli.
L’uomo ebbe uno scatto d’ira, e afferrato un lungo spiedo metallico lo conficcò nel costato dell’angelo; questi sussultò per un secondo e poi riprese a sorridere debolmente e faticosamente, mentre le ombre si accalcavano ancora di più sul fondo della stanza, ormai lontane e indistinte. L’uomo, col fiato rotto, osservò nuovamente come il suo gesto si era risolto senza alcun effetto. L’angelo gli aveva instillato il germe del dubbio, e lo stava perdonando di nuovo.
– Tu non sei cattivo, Jorge Desmortes. Io ti perdono.

*    *    *

Mastro Jorge si svegliò nel pieno della notte nella sua stanza in locanda. Le grezze lenzuola di stoffa giacevano ammassate in fondo al letto, intorno ai suoi piedi, come se lo rifuggissero, mentre la tunica di lino per la notte era fradicia di sudore. Il suo sguardo vagò nel buio per qualche istante, il respiro affannato come dopo una lunga corsa, alla disperata ricerca di aria pura. Poi si accorse che era solo un sogno. Si appoggiò la mano sulla fronte, poi si coprì gli occhi.
– Ancora oggi…- mugugnò tra sé e sé. – Dovevo immaginarlo.

*    *    *

La sala principale della locanda era gremita di persone, eppure si vedeva subito che l’atmosfera era ben diversa da quella del Meridione. Qui erano tutti molto composti, riservati, silenziosi; spaventati, forse, dal giogo dei Quattro a loro così vicino, ma comunque taciturni. Se ne stavano tutti a sedere al loro tavolo, intenti nelle loro conversazioni a bassa voce, centellinando le loro bevande; nessuno avrebbe mai fatto caso alla coppia di cospiratori le cui sagome si stagliavano sul pannello di carta che formava la porta scorrevole. Noctulis e Jorge sedevano ad un basso tavolino, in una delle modeste salette riservate ai lati della stanza più affollata, parlottando a bassa voce per non dare nell’occhio. Mentre il giovane stregone sedeva con i gomiti pesantemente puntellati sul tavolo, l’anziano mentore rimaneva con la schiena rilassata contro lo schienale, sorseggiando birra da un grosso boccale. Con un mugolio soddisfatto smise di bere e si asciugò la schiuma dalla base del candido pizzetto. Noctulis lo guardava vagamente irritato.
– Non so come fai a essere così calmo.
Non lo sapeva sul serio. Il maestro aveva esposto le sue paure solo la sera precedente, e adesso sembrava ritornato quello pimpante di sempre. E lo stava beatamente ignorando.
– Sei il re degli sbalzi di umore, vecchio.
– Senti chi parla…
Adesso l’anziano lo scrutava incuriosito, con un’espressione beata. La voce era calma e paziente, in contrasto con quella dura e nervosa dell’allievo.
– Vuoi essere serio per una volta? Ascolta, ho fatto ricerche in tutta la città, e nessuno mi ha detto niente di utile per entrare nel Covo. Lì dentro non bevono, non mangiano, non hanno vizi o peccatucci di sorta. Sono indipendenti dall’esterno. Come facciamo? Mi sono già esposto anche troppo, secondo me, e non voglio rischiare oltre se non con domande precise… Mi vuoi dare una mano a pensare?
Jorge attese che il giovane finisse di parlare, poi gli bisbigliò in un sussurro:
– Scommetto cinque corone che entro stasera avrò qualche informazione utile.
Noctulis strabuzzò gli occhi dalle orbite, con espressione stupita.
– Non ce l’ho fatta io in tutto il giorno, mentre te ne stavi qui in locanda, e pretendi di farcela al primo tentativo? Tu sei tutto scemo.
Noctulis si alzò in piedi, furente, e aprì la porta scorrevole facendo per andarsene. La voce del maestro lo bloccò sulla soglia.
– Hai ancora tanto da imparare da me.
Il giovane adesso era oltremodo stizzito.
– Davvero? Beh, allora fammi un esempio!
Fece scorrere la porta con un violento colpo, cercando di chiuderla, ma questa rimbalzò con l’intelaiatura contro il legno dell’architrave e si aprì nuovamente. Adesso Jorge guardava Noctulis divertito.
– Ad esempio, ti posso insegnare che non si può chiudere una porta scorrevole sbattendola, caro.
Porpora in viso per la vergogna, la rabbia e l’umiliazione, il ragazzo uscì di corsa dalla locanda, con il vecchio che sghignazzava al seguito. Adesso erano fuori, nella strada semivuota, e mentre si rimettevano sulle spalle i pesanti tabarri il giovane ebbe modo nuovamente di risentirsi.
– Allora, facciamo conto che il siparietto è finito, va bene? Dimmi seriamente quello che intendi fare.
Il mentore sfoggiò un mezzo sorriso, che stava a significare forse "non ti preoccupare, ho tutto in pugno" oppure "non ne ho assolutamente idea"; Noctulis non riuscì a capirlo, ma si limitò ad andargli dietro quando questo imboccò uno dei vicoli laterali, appostandosi dietro l’angolo, nel punto più buio. Senza fare domande, anche il ragazzo si sedette a terra, pronto a qualsiasi cenno del suo istruttore.
Attesero circa dieci minuti, quando un rumore di passi iniziò ad avvicinarsi. Risvegliato dal torpore che gli aveva preso le membra a causa del freddo, fece in tempo solo a vedere mastro Jorge sporgersi con insospettabile agilità verso la via e trascinare a sedere un uomo, all’apparenza sui cinquant’anni, dalla pelle pallida e la barba ruvida. Questi vestiva una sottile armatura di anelli metallici sotto una casacca di lana scura, un elmetto borchiato e un pellicciotto sulle spalle. Aveva la bocca tappata dalla mano del vecchio incantatore, la spada a terra sul nudo selciato e un’espressione di immobile terrore sul volto. Aveva le mani libere e si sarebbe potuto ribellare con facilità, ma non lo faceva. Sul volto di Jorge si leggeva una ferocia lieve e lugubre, la crudeltà sottile dei gatti con le loro prede. Noctulis non aveva mai visto il suo maestro così cattivo e ferino… Era questo il suo volto quando stava con i Quattro? Come il loro prigioniero, Noctulis era nello stesso tempo paralizzato e affascinato.
– Se tu mi aiuti, io sono tuo amico. Se non mi aiuti, non vorrei essere in te.
Il soldato sudava visibilmente, mentre Jorge gli lasciava libera la bocca. Riuscì a malapena a balbettare:
– Tu sei lo Psicarca Bianco…
Il volto del vecchio si contorse in un sorriso sghembo e maligno. La sua voce era quella del più iniquo dei demoni.
– Se mi conosci già, non perderò tempo con i convenevoli.
Con un gesto rapido, batté insieme i palmi delle mani e rapido come un fulmine li appoggiò sul petto dell’uomo. Li tenne adesi per qualche istante, mugugnando strane parole, poi li scostò delicatamente.
– Adesso osserva.
I palmi delle mani brillavano di una vaga luce azzurra e fredda, mentre allo stesso modo due mani luminose della stessa tinta erano apparse sulla casacca del soldato, che si guardava terrorizzato il petto.
– Quella che stai vedendo, uomo- continuò Jorge – è il legame tra me e la tua anima. La tengo stretta tra le mie mani, e se la volessi strappare potrei farlo in un istante. Del tuo corpo rimarrebbe solo un guscio vuoto, mentre il tuo spirito sarebbe condannato ad un’eternità di dolore. L’alternativa a questa è che tu mi dica come fare a entrare nel covo, domani sera, in modo sicuro.
L’aura di terrore era tale da immobilizzare l’aria intorno ai due. L’uomo, quasi urlando, riuscì a balbettare qualcosa tra le lacrime.
– … dalle miniere… ogni sera… prigionieri… nessuno mai si mischierebbe a loro… nessuno li controlla…
Era quello che gli serviva. Eppure, Noctulis era troppo impegnato ad ammirare quella strana tortura per capire che avevano trovato il bandolo della matassa. Jorge adesso era serio; appoggiò nuovamente le mani sul petto dell’uomo, le mosse brevemente e poi le distaccò. Il legame luminoso era svanito. L’anziano si rialzò con un gemito, come se la schiena gli dolesse; non sembrava più così feroce, e porse dalla scarsella un piccolo sacchettino sonante all’uomo. La sua voce era lievemente affannata.
– Queste sono trenta corone d’oro. È una bella cifra. Vacci dove ti pare, ma non rimanere in questo posto fin oltre domattina. Tu non ci hai mai visto. Se fai la spia, fidati, lo verrei a sapere, e non la passeresti liscia.
Il soldato piegò il capo in segno di ringraziamento, afferrò le monete e si allontanò correndo nella notte. Jorge si limitò a osservarlo mentre si allontanava. Era soddisfatto delle informazioni che aveva ottenuto, e si voltò per congratularsi con Noctulis quando vide il suo volto. Era l’espressione di chi aveva visto il potere e ne voleva di più, di chi voleva farsi dispensatore di morte. Non il volto crudele delle bestie, ma l’incontrollata sete di potere tipica degli uomini; un fiore oscuro, dai cui petali schiusi emanava un profumo fragrante e mortale, da cui non esisteva fuga. Gli occhi limpidi erano scuri, taglienti, una notte infinita, e anche la voce sembrava più fredda e malvagia.
– Dimmi come hai fatto- sibilò il ragazzo.
Jorge lo capì subito, e si pentì di aver fatto vedere quell’azione al ragazzo. Noctulis non era cattivo, ma era stato sempre instabile; se avvertiva l’odore del potere, del sangue, in lui si destava una belva incontrollabile, fredda e calcolatrice quanto famelica e inesorabile. Da sempre in lui condivideva queste due anime, quella semplice e gentile, per quanto irritabile e scorbutica, e questa nascosta, silenziosa voglia di primeggiare, di imporsi sugli altri con ogni mezzo possibile fino ad annientarli. Il vecchio stregone sbuffò velocemente, preoccupato ed innervosito, frugò nella scarsella, poi batté insieme le mani come prima e le appoggiò sul petto del ragazzo. Senza dire niente le scostò subito, lasciando le sue impronte luminose sulla tunica, mentre i palmi rilucevano della solita tinta azzurra.
– Hai capito?- bisbigliò.
Qualcosa nello sguardo di Noctulis mutò, come una consapevolezza. Osservò il suo petto attentamente, poi passò un dito sull’impronta luminosa, cancellandola parzialmente. Alzò gli occhi verso il maestro con aria interrogativa, e lo trovò gongolante.
– Un po’ di polvere alchemica con una base di fosforo, si illumina se eccitata. Per il resto serve solo essere convincenti, la suggestione farà il resto. Nessuna magia, solo un po’ di teatro.
Il ragazzo lo rimirò per un lungo istante, mentre il mentore gli puliva la tunica. Quell’uomo lo disturbava e lo affascinava insieme, e in più era la persona che lo conosceva meglio. Di punto in bianco, entrambi si misero a ridere sottovoce, debolmente, poi le risate crebbero gradualmente d’intensità, fino a divenire rumorose e sguaiate. Solo quando una voce dall’alto di una finestra gli intimò di smetterla perchè voleva dormire i due si fermarono, con le lacrime agli occhi.
-Torniamo in locanda, vecchio cretino- concluse Noctulis sghignazzando.

*    *    *

– Perchè ridi?
Adesso Jorge Desmortes era solo con il suo oggetti di studi nella stanza delle torture. L’angelo pendeva ancora dal soffitto, le catene incrostate dal sangue che scaturiva dalle numerose ferite, eppure la sua luce non accennava a diminuire. La sua voce era flebile, ma calda e avvolgente.
– Non vorrei, davvero. Ma sono felice che tu ti stia avvicinando al pentimento.
– Io non mi pento.
Lo stregone camminava in cerchio intorno al prigioniero. Rimirò le bianche ali, martoriate, eppure ancora così maestose. Sentiva gli occhi dell’angelo addosso anche adesso che era alle sue spalle, e la sua voce lo rincorreva come una condanna.
– Mi dispiace vederti soffrire così, davvero, ma quando capirai starai meglio.
– Vuoi tacere?
Afferrò un paio di grosse tronchesi metalliche da un tavolo, e iniziò a testarne l’affilatura. L’angelo non tacque.
– Mi sta bene così. Se attraverso il mio sangue raggiungerai la comprensione, sarò contento. Il mio corpo per la tua anima, uno scambio che posso accettare.
Jorge allentò le catene, fino a far scendere la schiena dell’angelo alla sua altezza. Con un gesto irato aprì le cesoie, e le appoggiò sull’attaccatura dell’ala destra dell’angelo. Con voce rotta urlò nell’orecchio del prigioniero.
– TI STO PER UCCIDERE, E TU MI PERDONI?!? È TUTTO QUELLO CHE HAI DA DIRE?
– Addio…
Le cesoie si chiusero. Una e più volte. Le ali, ora madide e scarlatte, caddero al suolo una dopo l’altra, mentre il sangue occupava tutta la stanza. L’angelo giaceva con il capo riverso sul petto, sorridente, sereno, finalmente libero. Con clangore anche le tronchesi caddero a terra, e Jorge Desmortes corse fino all’angolo più buio della stanza, nel caldo grembo delle tenebra, e nascose la faccia tra le mani. Da quel giorno, non contò più le lacrime.

*    *    *

Stavolta il risveglio fu più tranquillo. Non si stupì più di tanto nel trovare le lenzuola a terra. Si alzò con circospezione, dirigendosi verso la finestra ed aprendo le imposte. Fuori Lethan, nelle prime ore del mattino, prendeva pigramente vita. Il Covo, al centro del paese, si stagliava nella sua durezza, come assorbendo la luce intorno nella sua pietra scura. Jorge si passò una mano tra i capelli candidi.
– A noi due, adesso. 

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Commenti

commenti

5 comments

  1. oddio non faccio piu pari a leggerle…lastra…non vorrei che il povero samurai rimanesse indietro….posta una storia mia 🙂

  2. Eccheppalle menchino mio…
    Sto mesi e mesi in trepida attesa che frank posti qualcosa e lui va a postare preciso quanto tutti devono postare, io compresa…

    Noctulio è sempre il migliore, e io non vedo l’ora di scoprire come farà a beccarsi il regalino che gli cambierà la vita… e cosa succederà quando frank non potrà più fare a meno di tirare in ballo la terza parte…. 😀

    Sì, ma scrivi di più, brutta merda!!!!

  3. Bella storia Frà!

    Scrivi davvero bene, mi sembra di leggere i capitoli di un romanzo fantasy!!!

    Resto in trepidante attesa del seguito… e spero di non morire di vecchiaia nell’attesa…

    PS Spiderpork is watching yuo…

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