Beregi sebya, doch’.

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Carissima figlia amata…

Ho aspettato troppo.
Io sto qui, con carta e penna, mentre, dopo molto al mio fianco, tu sei in cerca di qualcosa che mi faccia stare meglio.
Temo, però, che nulla possa; per quando sarai di ritorno al rifugio non sarò più in questo mondo.

Ci sono così tante cose che dovresti sapere in, davvero, poco tempo…
E anche ti avessi di fronte, non avrei le forze..ed il cuore..di dirtele.
Quindi te le scrivo…

Sono davvero orgogliosa di te…
Ti sei messa in pericolo per quelle ragazze, con un gesto di grande coraggio nella convinzione che valesse la pena farlo.
Cercare di farvi scappare, affrontando la bestia da sola, è stato troppo per me a questa età… e mi è costato una ferita fatale.

Sai…mi hai ricordata molto come ero; più nello specifico prima di un evento..di cui è arrivato il momento di parlarti…

Riguarda inoltre il motivo per il quale ho sempre cercato di nasconderti ad occhi indiscreti, per via di quanto spicchino in queste lande i tuoi tratti inusuali, più rari di quanto abbia mai ammesso, né voluto tu venissi a conoscenza.

Non sei sciocca e già in te erano nati dubbi e domande, quindi ora racconterò di come la mia storia incrociò quella di tuo padre

Ormai svariate lune fa, l’inverno portò con sé un freddo che tu non hai ancora mai avuto occasione di vivere; la rigidità del clima rendeva la caccia più difficoltosa e ardita del solito.

Durante un’ ardua perlustrazione sulla neve fresca, mi imbattei in ciò che un micidiale scontro si era lasciato dietro; proseguendo, rinvenni parti disfatte di una carrozza e poco altro.

Il candido manto si era impregnato di sparse macchie di sangue e vaghi resti di varia natura, senza nulla di integro. Guardie e cavalli erano stati dilaniati e poco ne era rimasto; il resto distrutto.

Nonostante la scarsa esperienza di allora, capii in breve che stavo osservando il risultato di uno sfortunato incontro con l’immondo animale su cui avevano avuto origine i racconti che tutt’ oggi persistono.

Iniziai a credere che nulla fosse rimasto di quella catastrofe, quando la mia attenzione venne attirata da un luccichio fra i pezzi distrutti della diligenza. Mi avvicinai per raccoglierlo e fu in quell’ istante che con stupore scoprii che della carne era rimasta e per di più viva.

Un uomo, un nobile, uno straniero… Aveva al collo ciò su cui la luce rifrangreva in modo ammaliante. Non di ciò che indossava, ma il di lui splendore mi abbaglió.

Lo portai con fatica al sicuro; in quelle preoccupanti condizioni la sua ripresa dei sensi e delle forze poteva riuscire solo dopo un lungo periodo di cure, durante il quale cominciammo a conoscerci.

Parlavamo ognuno delle proprie origini, ci raccontavamo numerosi aneddoti della vita e mi narrava disavventure, come l’attacco subito da lui e la sua scorta.
Mai si dilungó riguardo al motivo della sua visita a Khartas e i suoi occhi si facevano cupi ogni qualvolta argomentavamo sul ruolo che ricopriva.

Man mano ci avvicinammo sempre più e la confidenza crebbe in maniera impressionante; fu come conoscersi da tutta la vita. L’ affetto l’uno per l’altra divenne evidente, passando dei momenti stupendi assieme.

Eravamo decisamente diversi: con lui, di indole serio e riservato, ci volle del tempo per farlo sciogliere un minimo; io,nonostante sia sempre stata solita ad essere schiva e scaltra, iniziai presto a tentare di metterlo a suo agio, affascinata dai suoi modi composti.
Nelle successive settimane, comprendemmo quanto ciò che condividevamo fosse più importante delle differenze.

Creare quel legame è stato profondamente indimenticabile, almeno per me, di sicuro…
Poi…
“Le jour est enfin arrivé…” disse; ognuno di noi sarebbe dovuto tornare a come viveva prima.

Lui venne recuperato da una scorta per rimpatriare ed io…tentai di tornare alla mia solitudine da pellegrina.
Da lì a poco compresi che in verità nulla sarebbe più stato come era e che quel rapporto non mi aveva affatto lasciata sola.

Da quel momento in avanti tu sei sempre stata più importante di tutto; sei la vita creata assieme a lui e di cui mi sono presa cura…finché ho potuto.

Ti ho cresciuta al meglio delle mie possibilità, insegnandoti in primo luogo come cavartela anche se solo per quanto so di questi territori impervi e pericolosi.
Mi spiace non averti lasciato nessun consiglio che ti possa essere di aiuto nel caso in cui tu desiderassi fare la conoscenza di tuo padre, Ernest Blanchfort

Una cosa, invero, potrebbe servirti…
Il ciondolo che lui donò a me andandosene, adesso è tuo. Custodiscilo con cura.

Ho fiducia in te: so che continuerai a prendere le tue scelte con valori saggi e giusti.
Sii prudente, ma se devi azzarda.

Un ultimo avviso fondamentale infine…
Non lasciare che gli anni che ti ho fatto passare in solitaria, ti ostacolino nel conoscere nuove persone e realtà. Stringi amicizie. Crea legami. Motivano…

Spesso non andrà nel migliore dei modi, non di meno devi tentare.
Rischieresti, sennò, di perdere molto di questa vita, non riuscendo a sapere in fondo neppure chi sei tu.

Alleggerito di questo peso lo spirito, lascio che si dia finalmente pace…nella speranza che tu possa, un giorno, perdonare la mia codardia nell’aver atteso questo ultimo momento.

La tua affezionata madre,
Selena

Udachi..
Buona fortuna..

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