Alle cinque del mattino

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Senza un motivo preciso, mentre la casa era ancora immersa nel silenzio più assoluto, quella mattina Hari si alzò di buon’ora, deciso per prima cosa ad accendere il fuoco nel grande salone perché tutti potessero far colazione con un buon calduccio. C’era ancora almeno un’ora prima dell’alba, ma con l’inverno alle porte a Port Anchor la gente tendeva a restare a letto più a lungo… soprattutto chi, come lui, aveva poco da fare.
Quando giunse al piano di sotto, tuttavia, trovò già un focherello ardere allegramente nella sala da pranzo. Hari non ebbe alcun dubbio: c’era un’unica persona in tutta la casa che si sarebbe svegliata a quell’ora infame riuscendo a trovare qualcosa da fare.
E infatti.

– Buongiorno Eliot.
– Ehi Hari. Buongiorno.

Hari osservò l’amica affaccendarsi intorno alla grande stufa, alternando i suoi sforzi fra il forno e il grande piano di ghisa, dove una grande umidiera di coccio già fumava con discrezione. C’era un vago odore di biscotti nell’aria.

– Noci?
– No, limone.

Ecco, solo Eliot poteva sapere dove trovare un limone in quella stagione. Forse l’aveva trovato nelle lunghe ore in cui stava fuori casa, a fare chissà cosa tra l’altro. Dopo il matrimonio di Artemisia e Étienne, e soprattutto dopo quello spiacevole episodio del braccialetto, la vedeva sempre meno e la sentiva pronunciare meno parole del solito. Apparentemente non sembrava fosse cambiato granché fra lei e Vivi, ma Hari ormai aveva imparato a leggere i segni piuttosto bene. Trascinò quindi una sedia vicino alla stufa, scaldandosi le mani, e rimase in silenzio per un po’ mentre Eliot trafficava ai fornelli: aveva imparato ad avere pazienza.

– Poi me ne dai subito uno?
– Anche due, certo.

I due si sorrisero a vicenda, ma il viso di Eliot tornò velocemente a oscurarsi mentre si voltava verso la porta del forno.

– Ne vuoi parlare? – arrischiò Hari.
– Non avrei mai pensato… – sussurrò Eliot, fermandosi subito. Hari attese pazientemente che l’amica riuscisse a formulare il suo pensiero.
– Esistono davvero cose peggiori della morte, ma comunque non pensavo che sarebbe stato così doloroso. – sospirò Eliot.
– No?
La giovane donna scosse la testa, rimestando con il mestolo nell’umidiera. – Non so se rimpiango i tempi in cui mi importava poco di tutto, niente legami e niente affetti. Forse sarebbe stato meglio se le cose fossero rimaste così.
Hari evitò accuratamente di darle lezioni di vita. – Lo pensi davvero?
– Sì e no… – Eliot si sedette su uno sgabello di fronte a Hari, osservando malinconicamente il contenuto del forno dalla finestrella. – Mi sento pugnalata alle spalle ed è peggio, molto peggio di qualunque cosa mi abbia già fatto l’imperatore…

I due rimasero in silenzio per qualche istante. – O forse è esattamente questo ciò che intendeva. “Sono certo che non mi deluderete”… stai a vedere… – Eliot esitò.
– …che sperava vi azzannaste fra voi? – concluse Hari.
– Precisamente… che avremmo dato di matto in qualche modo e ci saremmo feriti a vicenda, invischiandoci in chissà quali casini. Ed è esattamente quello che sta succedendo, no?

I due rifletterono in silenzio per qualche istante. – Quindi, le cose con Vivi…
– Ah – Eliot colpì col mestolo il fornello, visibilmente alterata – mi brucia, mi brucia da morire. Questa cosa di prendere decisioni alla zitta per il bene degli altri… Il bene! Ma come si fa a sapere davvero qual è la cosa migliore per chi ti sta vicino? Non mi sarei mai aspettata che… non voglio neanche sapere nei dettagli cosa è successo… è così che qui a Caponord si pensa di risolvere i problemi? Che idea del cavolo, tra l’altro, spostare una bomba da una mano all’altra…Oh, dannazione! Adesso come riuscirò a fidarmi ancora di qualcuno? Braccialetto o no, scuse e pentimenti o meno, qualcosa si è rotto e non so, non so davvero se si aggiusterà mai! Fa male, Hari, fa male come nient’altro mi ha fatto male in vita mia!

Eliot si prese la testa fra le mani, tentando di calmarsi. Hari rimase ad osservarla, affranto, costringendosi a non far nulla e a rispettare il suo spazio. Fece in modo di trovarsi a portata, qualora l’amica avesse avuto bisogno di un braccio a cui aggrapparsi, ma lei non si mosse. Si limitò ad asciugarsi gli occhi e ad alzare gli occhi al cielo.

– Ma sì, è così… è esattamente questo ciò che si aspettava l’Imperatore… che io sia maledetta se gli voglio dare soddisfazione!
– Cosa… cosa intendi?
– Ho il cuore spezzato, è vero, ma se mi ci fisso, se mi ritiro nella mia tana e costruisco un bel muro spesso intorno a me cosa ottengo se non di vivere di merda quel poco che mi resta della mia vita? Ho detto a Vivi quello che dovevo dire, il resto adesso sta a lei e a me. La mia vita mi appartiene ancora.

Hari annuì, abbastanza sorpreso della piega che stava prendendo la conversazione. Eliot azzardò un sorriso mesto e socchiuse la porta del forno, liberando un odorino confortante.
– Non posso portare rancore proprio a tutti, ti pare? Diventa un lavoro faticoso.
– No, hai assolutamente ragione. Davvero. Troppa fatica. Mh-mh. – Involontariamente, lo sguardo di Hari venne catturato dallo spiraglio pieno di dischetti dorati.
– Chi porta rancore non si gode i biscotti – sentenziò solennemente Eliot, sfornando la teglia dell’abbondanza.
– Non se li gode proprio – confermò Hari allungando un piattino.

Tutto sommato, alle cinque del mattino il mondo era ancora in ordine.

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