Vensen,
Non so se queste parole ti raggiungeranno mai. E forse non devono. Forse è solo una vigliacca illusione quella di credere che scriverti possa curare qualcosa.
Ma stanotte ho bisogno di farlo. Perché il silenzio che porto dentro è diventato più pesante del freddo.Ho fallito.
La cerca… quella per cui papà ci ha spinto a fuggire, per cui ci ha affidato la spada — quel cimelio che passava di mano in mano, generazione dopo generazione — è andata in frantumi.
Non sono riuscita a trovare il pezzo mancante.
Non ho decifrato la visione. Neppure con l’aiuto dello Spiantato, neppure con tutto ciò che abbiamo visto, affrontato, patito.E ora mi sento come un guscio vuoto. Ho l’impressione di aver deluso tutti. Mamma, papà, il nonno, te, ma soprattutto ho deluso me stessa.
Tu, forse sei scappato anche per colpa mia. Per la mia ossessione, per la mia incapacità di proteggerci, di tutelare ciò che ci era rimasto: noi. Di capire quando avevi bisogno di una sorella, non di un’erede.
Non riesco più a scacciare quell’ultima immagine: il sangue, le urla, la botola che si chiudeva. Tu che mi trascinavi mentre io gridavo. E papà, rimasto indietro, a guadagnare tempo col proprio corpo.Ho fallito nel rendere onore al loro sacrificio. E a quello di Valerian.
Lui che rinunciò a tutto — onore, nome, titoli — per amore. Per costruire qualcosa che durasse.E io, cosa ho costruito?
Una sequela di fallimenti, di promesse ora ridotte in cenere. Di tentativi spezzati. Sogni mai compiuti.
Persino la persona che stimavo di più,, non ha cercato altro a cui appoggiarsi quando il suo mondo è crollato. Ha cercato di appendersi a un ramo robusto ma qua non potevamo morire.
Grazie anche a lui di aver trovato una famiglia. Non di sangue. Non di nome. Ma vera.
Qui nello Spiantato la maggior parte dei non nobili di origine non mi giudica per chi ero.
Camminano accanto a me per chi sono ora.
Ridiamo insieme. Ci feriamo insieme. Vegliamo insieme nel freddo e nella paura.
E anche se nessuno lo ha mai detto ad alta voce, credevo che in fondo… ci stessimo scegliendo ogni giorno.
Anche quando l’Alfiere ci ha liberato dal suo vincolo. Abbiamo scelto di restare.
Credevo che fosse come diceva Valerian: la famiglia è protezione.
Ma forse mi sbagliavo. Forse non era altro che il mio cieco desiderio di trovare delle anime affini.
Forse hanno ragione Habibi e Sig.
Non siamo una famiglia, siamo solo perfetti sconosciuti che camminano sullo stesso sentiero, costretti a sopportarsi, perché loro una famiglia ce l’hanno già e quando sarà finito tutto con noi altri probabilmente non vorranno averci niente a che fare.
Sento di aver riposto male la mia fiducia ancora una volta.
Sento di non avere più niente se non la mia vita che ora darei — ogni giorno vissuto, ogni battito, ogni respiro — per salvare i Vichi. Per ridare dignità alla Scacchiera. Così salderei il mio debito con la Morte.Ma il destino, pare, si prende beffe di chi promette troppo tardi.
E ultimamente sto sognando una voce che continua a ripetermi “nella vita solo la fine è certa… abbandona il passato, vivi in balia del caso”Forse non ci rivedremo mai.
E questo — questo — è il mio rimpianto più grande.Non averti accanto. Non saperti al sicuro. Non poterti dire, guardandoti negli occhi, che mi dispiace.
Che ti voglio bene.
Che sei stato la mia luce, anche nei giorni più bui. Il mio ricordo più bello.E so che se qualcuno trovasse questa lettera — se anche solo una spia della Novella Signora la leggesse — ti condannerebbe. Ed è per questo che, quando avrò terminato di scriverla, la brucerò.
Non per vergogna. Ma per proteggerti.
Così come non sono riuscita a fare allora.Addio, Vensen.
Se esiste un tempo oltre questo, se esiste un luogo dove gli errori non ci inseguono…
…ti prego: aspettami lì.Astra
La lettera venne arrotolata con mani lente e doloranti. La lanterna accesa gettava un bagliore tremulo sulle dita che stringevano la pergamena.
Astra la guardò per un lungo momento. Enormi solghi umidi a rigarle il volto. La lesse in silenzio, come a voler imprimere ogni parola nel cuore.
Poi la avvicinò alla fiamma.
L’inchiostro sfrigolò. Il bordo prese fuoco. Le parole si torsero, scomparvero. Il foglio divenne leggere piume nere nell’aria, poi cenere in pochi battiti.
E mentre il vento portava via gli ultimi frammenti oscuri, sotto la luce di Elthrai, Astra chiuse gli occhi.
