Due madri

“Elia,

lo so, sicuramente non ti chiami così, ma tua madre, la tua vera madre, aveva scelto questo nome, prima di morire. Se lo sentiva che eri un maschio e suo nonno si chiamava così: un tizio burbero e silenzioso, il pezzo migliore della sua famiglia.

Spero che tu legga queste pagine dopo aver visto un buon numero di inverni o tutte le scurrilità che non riuscirò a trattenere sarebbero decisamente inopportune: in caso contrario, sarà comunque una gran bella lezione di vita.

Ti chiederai perché una pazza sconosciuta, che ancora non si è nemmeno presentata, probabilmente morta per quando leggerai queste pagine, possa aver sentito il bisogno di scriverti ad un certo punto della sua vita: semplicemente, avrei voluto che conoscessi le tue origini e Aldo dice che prima o poi ti troverà, anche se la sua morte potrebbe aver complicato tutto… Lasciamo stare, meglio andare per ordine o rischio di fotterti il cervello.

Dunque, da dove comincio? Hai avuto due madri, ancor prima di venire al mondo.

Amanita, la mia adorata Amanita, è stata colei che ti ha tenuto in grembo per otto mesi, diciotto giorni e poche, strazianti, ore: era una donna fantastica, cazzo se non me la meritavo. Era radiosa, gioviale, altruista: tirava fuori il meglio delle persone, tirava fuori il meglio di me. 

Quando ha scoperto di essere incinta si è innamorata all’istante di te, mentre io non riuscivo nemmeno a sopportare l’idea della tua esistenza: avevo le mie motivazioni stronzetto, e fidati, ti faccio un gran favore a non entrare nel dettaglio.

Ad ogni modo, col passare dei mesi, Amanita è riuscita a farmi vedere il lato incredibilmente meraviglioso della cosa: dalla più atroce delle sue notti sarebbe nato un futuro altrimenti inimmaginabile per il nostro matrimonio.

Ha parlato con te da quando sei entrato, a forza, nella sua vita: ti ha cantato tutti i sonetti che potevano giungere in quell’angolo sperduto delle Piane, dove la vita, in modo brutale, era diventata piena. Ti ha letto così tanti libri mentre ti portava in grembo che sarai diventato sicuramente un cervellone: uno di quelli arguti e attenti ai dettagli, di quelli che fanno la differenza per gli altri. Quando è morta, sono sicura, il suo unico pensiero eri tu: per questo credo tu sia riuscito a sopravvivere.

La tua seconda madre si chiamava Cristilde: era esattamente l’opposto di Amanita eppure anche lei, a suo modo, era speciale. Ha commesso molti errori, imperdonabili per un’anima arida come la mia: adesso però non hanno più importanza, credo.

Cristilde ti ha salvato la vita, di fatto ti ha messo al mondo, quando Amanita è morta, ironia della sorte, per causa sua: se non fosse stato per lei, saresti diventato una barcuccina di cenere, esattamente come la tua vera madre. Non so cosa le sia passato per la testa ma se c’è qualcosa che poteva far riposare in pace Amanita era proprio il pensiero che il suo bambino fosse riuscito a sopravvivere, alla fine, a tutta la spirale di odio e violenza che lo aveva segnato fin dal concepimento. Ti ha avvolto quindi in un fagotto e ti ha portato via da Querciarossa mentre ancora il fumo s’innalzava impietoso dalle case di tutti i suoi abitanti: era un villaggio modesto, lontano dai clamori della Ribellione, eppure fu teatro di uno dei massacri più cruenti del crepuscolo dell’Impero. Non mi stupisce che tu possa non averne menzione, pur vivendo, magari, non troppo lontano da lì.

Dicevamo, Cristilde ti ha fatto nascere quando il cadavere di tua madre era ancora fresco; e che fossi un bastardo fortunato lo si poteva intendere dal fatto che tu ti sia imbattuto proprio nella migliore cerusica che io abbia mai conosciuto. Poi ha fatto la cosa più altruista che solo una donna senza figli può immaginare: ha capito che non era la persona giusta per te e ha cercato qualcuno di acconcio al quale affidarti. Ti ha chiuso fuori dalle nostre vite, facendo perdere le sue tracce, tanto era il desiderio di non danneggiarti mai.

Neanch’io ho mai avuto figli: per questo, devo dirti la verità, sulle prime non mi ha sconvolto più di tanto il fatto che alla fine fossi sopravvissuto. Quando Amanita è morta, in tutta onestà, eri l’ultimo dei miei pensieri: quando è venuto fuori tutto il resto della verità, invece, ero troppo impegnata a cercare di uccidere la tua seconda madre per capire cosa significasse davvero la tua sopravvivenza per me.

C’è… c’è un’ultima persona della quale ti vorrei scrivere: è scomparsa un po’ di tempo fa, e con lei quasi tutti coloro che la conoscevano intimamente. 

Se n’è andata pochi anni prima della fine dell’Impero: forse avrebbe apprezzato il Regno, magari si sarebbe perfino decisa a prendere una posizione, a mettere al servizio di un bene maggiore quel modo pragmatico e genuino col quale sapeva farsi seguire, senza nemmeno chiederlo.

Era un’amante della musica, delle arti in genere, anche se le risultava impossibile ammetterlo, non le sembrava “appropriato” con quel fisico massiccio che si ritrovava: era ironica e divertente, talvolta burbera ma appassionata e fedele. 

Fra qualche luna vorrei provare ad andare a cercarla: magari, scavando sotto le macerie di Querciarossa, c’è ancora qualcosa di lei che potrebbe tornare alla luce.

Prima di partire per le Piane, però, devo sistemare i miei Ragazzi: so che ti ho detto che non sono una madre, e infatti tecnicamente non lo sono… lasciamo stare, è una storia complicata… che però mi piacerebbe raccontarti. 

Vorrei che sapessi ma, in tutta onestà, non so se ti manderò questa missiva: un po’ perché in pochi mi considerano un buon esempio, e, fossi in te, tenderei a diffidare di costoro. 

E poi perché la mia speranza è che tu sia già stato amato a sufficienza da quegli sconosciuti che ti hanno accolto in fasce: che l’amore che non sai di aver avuto, dalle tue madri, da me, dai miei Ragazzi del Crepuscolo, ti sia comunque arrivato in qualche modo… Magari attraverso il sorriso di uno sconosciuto o la carezza di un raggio di sole dopo un temporale estivo.

Oh, fanculo! Se c’è una cosa che in questi anni ho imparato è l’importanza del libero arbitrio: tutte le strade peggiori le ho imboccate quando qualcun altro ha scelto per me, quando ho dovuto in qualche modo trovare il mio posto nella prevaricazione, nella violenza o nel dolore altrui. 

E allora spero davvero che Aldo ti trovi e che i tuoi genitori ti lascino conoscere questo lato della tua storia, di te.

Quando leggerai questa missiva, dunque, sarò tornata a Querciarossa da un po’, o almeno lo spero: così come spero di non essere sola. Forse ho incontrato qualcuno folle abbastanza da potermi restare accanto senza sentirsi in dovere di salvarmi. 

Sei stato fortunato, Elia, o come cazzo ti chiami, nonostante le tue molte sventure, così come, alla fine, lo sono stata anche io, sia nel sentirti crescere nel suo ventre che nel saperti sano ma soprattutto lontano da me nel periodo peggiore della mia vita. 

Ma quando mi conoscerai, se vorrai, troverai una persona diversa, degna delle madri che mi hanno preceduta: questo sarà il mio impegno negli anni che ci separeranno dal nostro incontro.

E quindi ti aspetterò, tutto il tempo che occorre, in un paesino semi-raso al suolo, dove solo una casa aveva davvero importanza.

Mi chiamo Ottavia Bancalari: cercami, ragazzo.”

Leone richiuse il plico, arrivato alla fine: le poggiò una mano sulla spalla e strinse forte, per attirare la sua attenzione.

“Adesso è a posto. Tu però hai capito che…” 

“Si” lo interruppe subito, non era dell’umore di ascoltare quel discorso “in caso troverà due belle lapidi: tu pensa solo ai fiori”.