Ti regalo il mio

Avevo forse sei o sette anni. L’estate al Pian dei Gelsi era tiepida e dolce, con il vento che sapeva di fiori e di resina, e le notti si stendevano sulle colline come coperte ricamate di stelle. I gelsi, vecchi e contorti, chinavano i rami come se ascoltassero i segreti del vento, e i loro frutti maturi cadevano nell’erba alta, tingendo le foglie di porpora e ruggine.

Quella sera, io e Vensen eravamo sfuggiti alla vista della mamma, correndo scalzi fino alla radura in cima al pendio, con il fiatone e i calzoni sporchi di fango ed erba. I piedi affondavano nel muschio e nella terra umida, le caviglie graffiate dai rovi selvatici. Le mani, piccole e appiccicose, stringevano ancora i fichi rubati dal giardino dello zio — dolcissimi, caldi di sole, e macchiati di zucchero e formiche.
Ridevamo.
Ridevamo di gusto, come si ride quando il mondo è ancora troppo grande per ferirti, e ogni ferita non è che un gioco.

Vensen era di poco più grande di me, ma era già alto, o almeno così lo ricordo: snello come un ramo di nocciolo, con le braccia sottili e le ginocchia sempre sbucciate.
Mi guidava come un piccolo cavaliere errante, con un bastone per spada e una corona di margherite intrecciata con cura sul capo — l’aveva fatta lui stesso, scegliendo solo i fiori con i petali intatti.
“Principessa delle Stelle” mi chiamava per prendermi in giro, inchinandosi con esagerazione mentre io, fiera e impacciata, cercavo di reggergli il gioco, trascinando una vecchia coperta a mo’ di mantello e inciampando ogni tre passi.

In quella radura, tra le lucciole e l’erba alta che ci arrivava al petto, inventavamo mondi. Lui costruiva fortezze con i rami caduti, alte un palmo e storte, ma che per noi erano castelli inespugnabili. Io preparavo pozioni magiche con i petali delle dalie, i semi di saggina e l’acqua raccolta dalle foglie delle erbe amare incurvate.
A volte, parlavamo agli alberi, convinti che ci ascoltassero, che ci rispondessero nel fruscio delle fronde. Altre, restavamo semplicemente sdraiati sul prato illuminati dalla sola luce di Elthrai, occhi puntati al cielo, aspettando chegli Astri si muovessero come biglie gettate da una mano invisibile.

Quella sera, mentre il buio ci avvolgeva e l’aria si faceva più fresca, cominciò la danza delle stelle cadenti. Una, due, poi decine. Come pensieri sussurrati agli Astri. Tracciavano scie luminose nel cielo quasi fossero sogni in fuga, bruciando silenziosi per poi svanire. Restammo in silenzio, rapiti, e io, con il cuore che batteva forte come una tamburella impazzita, chiusi gli occhi e sussurrai un desiderio.
Non lo dissi a Vensen, ma fu il primo vero desiderio che ricordi di aver fatto. Che lui restasse sempre con me. Che non smettessimo mai di giocare sotto il cielo, che nessuna guerra, nessun addio, nessuna distanza potesse separarci.

Lui si voltò e mi guardò con quegli occhi verdi che avevano quella birichinaggine e al contempo quella saggezza dei più giovani, che di solito non sanno di avere.
“Lo hai fatto?” chiese impaziente. “Hai espresso il desiderio?”
Lo guardai palpitante e annuii piano.
“Allora aspetta. Ti regalo il mio.”
Si avvicinò e mi mise in testa la sua corona di margherite. Era un po’ storta, e una delle margherite era già appassita, ma in quel momento mi parve la cosa più preziosa del mondo.
“Ora hai due desideri. Uno tuo, uno mio. Così funziona per i fratelli veri.” disse sfoggiando uno dei suoi più vivavi sorrisi.
“E che cosa hai chiesto?” chiesi incuriosita.
“Non te lo posso mica dire!” fece lui con la faccia di chi la sapeva lunga “Altrimenti non si avvera!”

Quella frase me la portai dietro per anni, come un talismano cucito in fondo al cuore. Chissà se si è avverato il suo.
Non sapevamo ancora delle guerre, né delle scelte impossibili. Non conoscevamo l’eco delle perdite, né il peso dei nomi, né il silenzio delle stanze vuote. Eravamo solo due cuori bambini, avvolti nel respiro della notte, sotto un cielo che sembrava promettere che tutto, prima o poi, avrebbe avuto un lieto fine.

A volte sogno ancora quella notte. Sento l’erba sotto la schiena, fredda e pungente, le mani appiccicose di frutta e terra. La voce di Vensen che ride, limpida, piena. Le stelle cadono come lacrime d’oro, e il mondo è perfetto, sospeso. E per un attimo, prima di svegliarmi, credo davvero che niente sia cambiato, che lui ci sia ancora.

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