Bizzarra vendetta.

Due occhi come fessure. Dei suoi bellissimi occhi color dell’autunno, non rimaneva che dei piccoli tagli circondati da occhiaie e rossore.

Non dormiva bene anzi, non dormiva affatto. Incubi ricorrenti lo attanagliavano. Sentiva le urla strazianti, il fiato in gola per la foga della corsa, il cervello che fumava per usare tutto il suo ingegno.

Le spade, i poteri e l’astuzia…Nulla era servito per salvare “Infido Bizzarro”.

Lui stesso lo aveva sentito chiamare mostro, schifoso essere, animale mutato, orrore e ancora peggio.

In fondo come dare torto ai molti se non provi tutto questo sulla tua pelle?

Perché era diventata un’ossessione vendicarlo? Giorni e giorni a pensare la vera ragione. In realtà ce ne erano molte.

Emil era un bambino orfano, mai voluto davvero, mai cercato, buttato, dimenticato, mutato, odiato e mai capito.

Aron era un bambino rapito, dimenticato, mutato ma con enorme fortuna amato e capito.

Era proprio questo il fulcro della sua rabbia. Quel bimbo non aveva avuto nessuna possibilità, nessuno speranza e nessuno che lottasse per lui.

Come un gattino indifeso buttato nella spazzatura.

Egli uomo adulto, oscuro e silenzioso, scambiato per un assassino o un ladro, dal primo giorno era stato l’ unico a vedere quell’essere per quello che era: un’anima pura e spezzata.

Aron aveva un cuore grande, spezzato, bizzarro nelle vene ma più umano di chiunque altro.

Le notti passavano lente e pesanti, pugni serrati, il petto sobbalzava forte come se tutto andasse al ritmo dei suoi pensieri.

Nulla lo distraeva, nulla lo portava via da quel tarlo logorante.

Panzurian, dannato vigliacco.

Un essere immondo e spregevole, infermabile agli occhi dei suoi compagni ma, non per lui.

Klim lo aveva sostenuto nella sua decisione. Anche se non lasciava mai trasparire emozioni o parole di conforto, lui era sempre stato al suo fianco. Sapeva che anche rinnegando ogni legame, erano diventati buoni amici.

Sera estiva, in attesa di partire per l’incontro finale. Due ombre e due boccali di birra.

“Finirà di merda, peccato.”

“Ho solo un desiderio, uccidere con le mie stesse mani quel figlio di puttana”

Klim non parlava, ascoltava, sprecare fiato è inutile molte delle volte. Non voleva fargli cambiare idea, non lo giudicava, era lì, bastava.

“Io ci sono, aggiornami su come vuoi agire”. Un ultima bevuta, come ai vecchi tempi e l’ indomani sarebbero partiti.

Sul cavallo, a passo lento, Aron fissava il suo braccio: le increspature dure come rocce, le vene bluastre, gli artigli affilati.

Strinse il pugno.

Sarebbe stata la rivincita di Emil, la sua vendetta. Con quel pugno avrebbe strappato il cuore di quel grasso, schifo e malvagio essere. Lo avrebbe guardato pulsare mentre, a poco a poco, si sarebbe spento.

Non sarebbe servito a nulla ma, non gliene frega un emerito cazzo. Il perdono lo lasciava a Balthazar.

Un mezzo sorriso spuntò dalla folta barba. Che sermone lungo e prolisso si sarebbe beccato, se non fosse morto.

Non era contemplato, superfluo, irrilevante. Un dettaglio che ormai nel suo piano era un ombra lontana.

La vendetta aveva preso dimora e Aron ora voleva solo il rosso del sangue del suo acerrimo nemico.

Avrebbe trovato pace poi.

Forse non essere morto ammazzato da dei topi di merda, aver lottato fino a qui era destino.

Le voci nella testa dal quel giorno funesto erano ricominciate. Come una scia che lo conduceva alla degna conclusione.

Non tutti sono eroi, forse gli eroi non esistono.

Lui era un sopravvissuto.

Era pronto all’epilogo della sua storia. Nel bene o nel male.