Erik McDussel

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Quando Eric McDussel sentì il primo alito di vento soffiargli in faccia credeva che la vita fosse tornata in lui forte e potente. Uscendo da quell’automa riconobbe tra tutti solo il volto di sua figlia Logan e tanto gli bastò sul momento per comprendere che da lì in poi sarebbe andato tutto bene, sarebbe andato tutto a posto.

Quanto si stava sbagliando.

La vita non era tornata a scorrere in lui, quell’automa lo aveva prosciugato. A nulla valsero i tentativi di Floki nè tantomento le cure alternative che, giornalmente un qualche cortigiano oriundo o straniero provava a somministrargli.

Per la prima volta Erik si sentiva devvero l’uomo che era: si sentiva vecchio.

Non c’era nessuno fedele all’Orsa che non festeggiasse la resurrezione del suo duca, il clima intorno alla corte era sereno, gioioso. Erik comprendeva quel clima ma non riusciva a condividerlo.

In tanti, forse troppi, si erano sacrificati per questo, e cosa avevano ottenuto? Un vecchio e inutile sire, ricco solo di aneddoti del tempo che fu. Dov’erano i demoni adesso? dov’erano i Quattro? dove si nascondevano i malvagi? A cosa sarebbe mai servito lui? A nulla. Si sentiva solo. Prigioniero dei suoi ricordi e vittima del gaudio che la sua presenza si trascinava dietro.

Erik McDussel, l'”Orso”, la sera nella sua camera arrivava quasi alle lacrime.

“Perchè, per gli Astri, non sono morto in quell’imboscata? Perchè diamine quel maledettissimo costrutto non ha finito il lavoro? Perchè nessuno pare comprendere che vorrei essere morto!?”

Sbattè forte il pugno sul settimino e quasi lo spaccò in due quando qualcosa accadde. Un piccolo esserino alto si e no una spanna e mezzo comparve da una piccola nuvoletta di fumo rossastro.

Un essere minuto, decisamente una femmina, con uno strano copricapo a punta color turchese fece il suo ingresso con un inchino molto profondo. Minuti occhi azzurri incorniciati da una chioma rossa e riccioluta con una bocca dalle labbra color ciliegia, la piccola creatura cominciò a spiccicare le sue prima parole.

“Salute a te, Erik McDusser, Duca di Gardan, signore delle terre…”

“Pochi salamelecchi, sgorbietto, se sai chi sono e sei arrivata fin qui dovresti sapere che io detesto le sorprese. In piedi. Cerca di presentarti e di darmi un ottimo motivo per non schiacciarti col mio stivale.”

L’esserina era divertita, si alzò in piedi fluttuando a due dita dal terreno e riprese la parola. Il suo vestitino era sui toni dell’azzurro quasi trasparente ma non volgare, avesse avuto un’altezza decente sarebbe stata una donna bellissima.

“Il mio nome è Rossweisse, mio sire, e sono arrivata fin qui da un posto molto lontano per consigliarVi. Di conseguenza se Voi voleste schiacciarmi col Vostro stivale non potrei adempiere alle mie mansioni”

Parlava ostentando un’educazione che in realtà non aveva e questo pareva divertirla parecchio.

“Sto vaneggiando. E’ evidente che sto impazzendo…”

“No, mio Signore, ma non dite a nessuno di me, giacchè solo Voi potete vedermi” e strizzò uno dei suoi due piccoli occhietti.

“Ma adesso basta parlare, mio Sire, è tempo che vi riposiate, domani partiamo per il regio conclave e dovrete essere bene in forze per il viaggio.”

Quasi senza accorgersene Erik era già coricato sul letto con gli occhi pesanti pensando a quando mai avesse organizzato di partire per il regio conclave.

 

L’arrivo ad Hellborn portò conforto nel cuore del vecchio duca, il viaggio con la moglie Ophelia quasi gli diede più forze per affrontare le giornate. Lei non era invecchiata di un giorno, sempre bellissima e fiera di quel fascino che solo una vera guerriera poteva fare suo. Ancora stringeva la Spaccatenebra come se ogni momento fosse buono per ingaggiar battaglia.

I giorni del conclave passavano più sereni di quanto il duca non avesse previsto e  a tratti il minuto esserino si faceva vedere quando seduta sul bordo del pozzo, quando appollaita sullo scudo di qualcuno, quando sopra la testa della moglie. La corte ristretta di avventurieri era una compagnia gradita e per alcune ore anche il cuore di Erik era sinceramene felice.

Quando inevitabilmente arrivò la fatidica ora.

 

Quella mattina Erik scese con l’Artiglio cinto alla vita e scendendo le scale notò Rossweisse confabulare con un altro della sua specie per poi svanire nel nulla.

Perchè aveva la spada alla vita? Sapeva degli attacchi ma perchè portare l’arma? C’era tutta una corte pronta a sacrificarsi per lui, c’era Kaspar, perchè arrivare armato?

“Salute a te, Erik McDussel”

Erano evidentemente parenti, forse gemelle ma questa aveva i capelli neri, liscissimi e la sua voce non traspariva emozione alcuna.

“Sei la madre di quello sgorbio? Hai fatto bene a venire, stavo per prenderla a calci. Nessuno fa impazzire il duca di Gardan!”

“Sono qui per farti ricordare.”

“Ehi, sono vecchio, mica scemo io ricordo tutto…”

“Ricordi questo nome?”

«HOBGAR»

Gli parve che un demonio avesse pronunciato quella parola, una voce fatta di migliaia di specchi che si infrangono sarebbe stata più aggraziata, quasi gli scoppiò la testa nel ricordare chi fossero Hobgar e Kinsalt. I due hobgoblin non avrebbero fatto prigionieri e la loro forza era smisurata. Sarebbe stato un massacro. Ed erano lì davanti.

Erik si tolse il cappotto, quella pelle d’orso era l’unica cosa che portava dalla vita in su. Ancora l’orsa tatuata sulla sua schiena era fiera e sprigionava forza da ogni poro della pelle.

Si ritrovò sul campo di battaglia, caricò Kinsalt con la sua furia e la sua forza: quasi lo divise in due e cominciò a squadrare il suo nemico.

“Lady Kayreen, affido a voi questi anelli: uno spetta a mia moglie, l’altro a mia figlia. Sir Aiden proteggete questa donna e siate testimoni che l’orsa non abbassa il capo di fronte a nessuno!”

Si gettò sull’hob a capo basso, senza armi. Non poteva abbatterlo ma poteva guadagnare il tempo sufficiente a rispedirlo nella sua terra senza che facesse scempio di vite.

Il tempo si fermò in quel momento.

Rossweisse era sulla spalla di lady Kayreen che piangeva: “scegli la vita Erik, scegli chi ti ama, non farlo!”

dall’altra parte su una delle enormi spalle di Hobgar l’altra creatura non lasciava trasparire emozione alcuna: “scegli la morte Erik, finisci di soffrire e fallo!”

In quell’attimo, quella frazione di secondo, Erik scelse. E scelse di morire. Di morire nel peggiore dei modi. Pochi colpi ben assestati all’addome e il vecchio duca era già alla mercè dell’hob. Mentre il portale stava svanendo portando  con se tutti quegli incubi verdi Hobgar finì tragicamente la sua sciarada spezzando di netto il collo del duca.

Lasciando ai vivi solo il ricordo dell’uomo che era.

 

Da lì in poi solo il pianto e una veglia a cui parteciparono anche le due strane creature che solo Erik poteva vedere.

“Hai visto Rossweisse? Ha scelto di finirla. Ha fatto la scelta più semplice e più veloce.”

disse la mora con una voce calmissima

“Davvero non hai capito Dis Pater?” il visino angelico della rossa era solcato da lacrime sincere

“Lui non ha scelto te. Ha scelto me…”

“Non puoi privarmi della sua anima. Ha scelto e così sarà, poteva scegliere di vivere accanto ai suoi cari al prezzo del dolore e della vecchiaia e invece ha deciso di farla finita. Quell’anima è mia.”

“Non fingere poichè anche tu sai quali sono state le sue ultime parole. Il nome di Erik McDussel rimarrà impresso nelle generazioni future come un eroe che per due volte ha salvato il suo popolo da una minaccia mortale.

Nulla di lui verrà lasciato nell’oblio oscuro dei dimenticati, sarà il suo stesso sangue a perpetrare fulgido il suo ricordo.

Così ho deciso, Dis Pater e così sarà”

Infine, nel singhiozzare madido di pianto della stanza i due esseri svanirono ancora una volta nel nulla.

 

 

Lasciando gli anelli a lady Kayreen, Erik gettò a terra la sua arma per iniziare la sua folle corsa, e le sue ultime parole furono per il suo popolo:

“Superatemi in tutto, rendetemi fiero. Il sacrificio di uno per la salvezza di molti è un prezzo che sono orgoglioso di pagare.”

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