Il mattino ha l’amaro in bocca

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Chiudendo gli occhi era come se fosse di nuovo allo Huerto, sul prato a guardare lontano mentre Jean Claude le riversava addosso tutto quello che non aveva avuto il cuore dirle quando ancora portava il bracciale. Da principio, quando le aveva detto che ora non aveva più il bracciale dovevano parlare, aveva temuto che intendesse scaricarla.
Per certi versi quello le aveva raccontato era molto peggio. A metà del discorso si era dovuto sedere sull’erba per evitare di capitolare a terra come gli intestini di un soldato sulla Red.
“Dimmi che non hai fatto niente di eretico”
Lo aveva detto a così tante persone che ormai era diventato quasi un mantra. Ma la risposte non erano quelle che aveva sperato, specie quella di Jean Claude. Se i giorni avessero avuto un sottotitolo, quello di quella domenica sarebbe stato “Ti piacerebbe”.
Ti piacerebbe che nessuno avesse fatto qualcosa di eretico per “salvarvi”,
ti piacerebbe aver saputo tutto dell’uomo a cui hai affidato il cuore,
ti piacerebbe aver capito cosa si celava dietro le gospodine,
ti piacerebbe aver avuto una fede incrollabile.
E invece…
E invece era tutto andato a puttane.
SOPRATTUTTO la fede incrollabile. Poteva continuare a fingere di ignorare quanto voleva, ma doveva ammetterlo: l’unico motivo per cui il culto del primo cacciatore non è considerato eretico per l’impero è perché non sanno COSA era il prima cacciatore e CHI lo ha reso tale.
Altro che Talnut.

“Bevi” aveva detto a Vivi quando le voci dei quattro si erano librate meravigliose e terribili nell’aria per l’ultima volta. Pensavano davvero fosse una condanna quella che stava per arrivare e invece era stata una grazia.
Ma ormai Vivi aveva bevuto.

Di nuovo, aveva preso una decisione di cui non conosceva le conseguenze, su cose di cui non aveva abbastanza informazioni.
Come diceva il dogma? Ah, sì:
“Impegnati nello sciogliere ogni segreto o mistero
Non disperdere o cedere sapere senza che la tua conoscenza stessa possa trarne profitto”.
Si era impegnata? No, si era solo fidata ciecamente.
Aveva tenuto per sé le conoscenze? No, anzi, si era opposta con tutte le sue forze al mantenimento dei famosi “segreti di corte”, convinta che un cervello in più facesse sempre comodo. Anche se, pensandoci bene, non era sempre vero: come per quel povero ratto delle paludi. Non si era nemmeno risvegliato dopo l’impianto del secondo cranio.

E Iker? Colui che le aveva mostrato per la prima volta come usare il rimedio amaro ora non c’era più. Che Tutti i suoi mentori fossero destinati alla morte violenta come il suo adoro “oncle”?
Che amarezza.

Inspirò profondamente. Avrebbe dovuto evitare di bruciare acidi mentre andavano in carrozza, specie dopo quella volta in cui dette fuoco al broccato della carrozza di Xiomara. Ma vi erano troppi lati positivi per rinunciarvi ora: il primo era che tenere le mani occupate le evitava la noia mortale delle conversazioni senza capo ne’ coda tipici dei viaggi in carrozza. Per quanto amasse con tutto il cuore almeno uno dei passeggeri, e trovasse tremendamente sexy l’altra, odiava profondamente le chiacchiere di circostanza e si limitava ad osservare gli interlocutori mentre discorrevano del più e del meno.
Il secondo enorme vantaggio era che grazie all’ambiente ristretto tutti potevano usufruire contemporaneamente degli effetti positivi senza attese, dispersioni o alterazioni dall’esterno. Il miglior incenso ambientale di sempre. Rise.
Per un attimo la vista le venne meno e la sua testa faticò a rimaner dritta.
Si accorse solo di sfuggita di essersi bruciata malamente una falange sul fornelletto.

Dal penultimo annuncio imperiale (“SIA LODE AI QUATTRO!”) si sentiva stanchissima per qualunque cosa. Un altro bel regalino da babbo Caliban. Aveva la stessa tempra di un bambinello di un paio d’anni.
Si domandò quale fosse la sua nuova soglia di resistenza agli allucinogeni.
Aprì uno spiraglio nella finestrella della carrozza. Aveva anche ventilato la possibilità di smettere del tutto con intrugli di cui,in fondo, non sapeva nulla, ma ultimamente aveva sempre più bisogno di annebbiare la mente per non pensare. Era una costante lotta interiore: sapeva che a lungo andare avrebbero fatto male, ma senza stava peggio

Portò meccanicamente la mano al collo dove un tempo stazionava imperituro il simbolo di Caliban. Togliendolo si sentiva di aver fatto contemporaneamente la cosa più stupida, ma anche la più intelligente che avesse mai fatto. Se solo fosse riuscita a mettersi d’accordo almeno con se stessa sarebbe stato tutto più semplice.

Espirò e tirò fuori dalla sacca due estratti di radice a caso e li buttò sul fornelletto. Improvvisamente tutto prese un simpatico profumo di limone e menta.
Si divertiva a mettere cose inutili come estratto di radice liquirizia o un accento di cannella in ogni composto alchemico che produceva. Insegnamento di Capitan Cuoco, grande alchimista, sicuramente membro della Nassa, che metteva il peperoncino in polvere come “firma” su ogni cosa che faceva.

Non era in grado di produrre allucinogeni da sola e quindi doveva affidarsi a quelli che Candrana riusciva a recuperare dal mercato nero. I primi tempi, quando ancora non ne capiva nulla di alchimia era un terno al lotto: qualche volte aveva portato roba buona, ma più di frequente sembrava fatta con sudore d’ascella con retrogusto di piedi e lasciava quel tanfo di insoddisfazione belladonna da poco. Fortunatamente, l’Erigasiana aveva almeno imparato a riconoscere gli alchimisti bravi, negli ultimi anni.

Finalmente tutta la cabina scomparve e rimase solo buio e silenzio.
In lontananza vide lui, come sempre, di spalle. Il suo imperatore divino Caliban.
come le altre volte Si aspettava che si girasse, che le sorridesse dolcemente e che le porgesse una copia autografa dell’Anthologon, pronto a rivelargli i suoi più meravigliosi segreti. Ma stavolta c’era qualcosa di diverso.
quando si girò, non c’era più il viso severo che un tempo aveva tanto adorato: sopra il suo collo dondolava il volto di Jean-Claude. Ma ciò che rendeva tutto quanto al contempo grottesco e molto divertente era il fatto che persino le altre faccine dell’imperatore avevano le piccoli volti di Jean-Claude, ognuna con una espressione diversa. Doveva ricordarsi di dire a Jean-Claude di non tingersi mai la barba di blu. O di farsi crescere altre faccine.
Qualcuno stava ridendo in lontananza. Era una risata metallica, fastidiosa.
Era la sua. Smise.

Adesso era in una cucina a discorrere con un fattore. Ne conosceva il nome, ma adesso proprio le sfuggiva. Sapeva però che stava comprando qualcosa. Una capra? Un asino? Ne ignorava completamente il motivo.
Il fatto di non poter controllare appieno quello che stava facendo la metteva in uno stato di grazia senza precedenti.

Aveva freddo. Tirò a se le coperte e le sentì diverse dal solito. Pelliccia folta. La testa girava in maniera incontrollata.
Cercò con lo sguardo le tre clessidre.
Quella “piccola”, delle ore era finita da un pezzo e quella di mezzo, dei giorni, era finita anch’essa. Quella delle settimane invece scorreva ancora. Dovevano essere passati nemmeno 2 giorni.
Riusciva a non si dimenticarsi mai di mettere le clessidre prima di perdere completamente la lucidità.
Sia lode a Cal… a se stessa.

Ripassò mentalmente la lista delle provviste: un sacco grande di yerba Mate, 5 litri di assenzio nero, due boccette di allucinogeno abbastanza concentrato da far vedere i Quattro persino a un migliaio di seguaci degli astri, sali corroboranti come se piovesse e un rimedio amaro.
Quello di dover preparare ogni mattina quello stupido rimedio era proprio una cosa che le faceva tantissima fatica, ma era talmente tanto volatile che… Aveva troppo mal di testa per pensare a una analogia efficace.
Una schiena muscolosa si stagliava contro la finestra. Vi si leggevano sopra ferite ricucite di recente.
Cercò di scivolare silenziosamente in cucina, avvolta dalla pelliccia, come si legge in quei libelli romantici per signore sole che vanno tanto di moda a Valdemar, quando scivolò sulla voluttuosa sottoveste di seta lanciata a terra la sera prima.
Imprecò Caliban.
Anche un po’ Talnut, già che c’era. Avrebbe aggiunto volentieri pure Shiva e gli altri dei apocrifi, ma non voleva far più rumore di quanto non ne avesse già fatto.
I dorsali scolpiti stavano ancora girati verso il lago e sembrava che la chioma fulva fosse ancora profondamente addormentata.

Si riavvolse nelle coperte e prese la via della porta.
CRASH!
Doveva essersi impigliata nel table de chevet alla rustica posto vicino al letto tirandosi dietro le due clessidre piccole. Rimise a posto quella grande, anche se ormai aveva perso il conteggio del tempo passato.
Bestemmiò pure gli dei eretici, giusto per non far torto a nessuno.

La chioma fulva si mosse nel sonno.
La “statua di marmo” alla finestra, invece, rimase immobile.

“In fondo, sono una donna di scienza, mica una tizia qualunque da romanzo rosa.”
Si liberò dell’enorme coltre sventagliandola con grazia.
Pure la terza clessidra giunse quindi alla fine dei suoi giorni.

“Proprio vero che il tempo si ferma quando si ama.” pensò. E corse con solo gli stivali ai piedi in cerca della cucina per preparare un po’ di Mate caldo corretto per tutti.

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