[Lascio qui il bkg di Iena, se a qualcuno interessasse. È settato col limite di caratteri, quindi alcune frasi suonano malino, ma non ho lo sbatti di revisionare nuovamente una cosa che ho impiegato settimane a revisionare. Verso la fine trovate riferimenti anche ad altre Fiere.]
Geronimo nasce nell’anno 2968 E.Q. a Sathor, figlio primogenito dell’allora Capofamiglia Gaspare.
Come tutti sanno, nelle Contee del Sud la rivoluzione non fu drammaticamente pittoresca come in altri angoli di mondo, ma tramite alcune “rimozioni” mirate e ori investiti in maniera oculata, la transizione consentì ai veri potenti di rimanere con le redini ben salde tra le mani e, anzi, gli permise di liberarsi di alcuni “ostacoli” additandoli come capri espiatori o servi fedeli dei Quattro.
Gli Asparta, anche in Epoca Imperiale, avevano la nomea attuale di pii custodi degli usi religiosi e fedeli osservanti, ma ovviamente declinata all’unica religione permessa, ovvero il culto dei Quattro.
Geronimo crebbe come il figlio primogenito di un Capofamiglia soleva fare: institore privato che gli insegnava ogni branca dello scibile che sarebbe potuta essere di suo ausilio in futuro, lezioni di scherma e, nel caso degli Asparta, lunghe ed estenuanti sessioni di preghiera. Anche sua sorella Ginevra aveva modo di passare le giornate come lui, in tranquillità, ma usando ago e filo al posto della spada.
Era il 2996 ed il Sud iniziava già ad essere in un tumulto silente. I Longini, pur passando da niente più che avidi banchieri, avevano iniziato già da molte lune ad avere sul loro generoso libro paga un numero impressionante di faccendieri che non aspettavano altro che sfoderare lingue (o ferri) taglienti.
Nessuno comunque dovette farlo contro Gaspare ed i suoi più vicini familiari, in quanto mossi da vera e autentica fede, si mossero verso il nord in autonomia, per portare ausilio ai loro Signori, la cui egemonia pareva scricchiolare per la prima volta dopo quasi tre millenni.
Quando, portando i loro ori e le loro menti eccelse, arrivarono alla Capitale dell’Impero però, non andò come previsto da Gaspare.
Il prezioso aiuto che avrebbe voluto portare, invece di metterlo in buona luce, lo fece passare per uno scettico che dubitava dell’infallibilità dei Quattro e, quindi, da eretico.
I suoi ingenti averi vennero immediatamente confiscati e venne interrogato sotto tortura, condannato a morte per squartamento con quattro cavalli, la sua testa infilata su una delle tante guglie della cattedrale maggiore e i suoi resti dati alle fiamme, terminato il lavoro dei corvi.
La sua famiglia, condannata ad assistere a tutto questo procedimento, venne “invitata” ad abiurare il proprio precedente capofamiglia per avere salva la vita, giurare fedeltà rinnovata ai Quattro e divenir schiava.
La moglie di Gaspare, Giuditta, gridò per tutta la durata dell’esecuzione e venne uccisa dal boia più per fastidio che per aver rifiutato l’abiura.
Questo segnò grandemente sia Geronimo che gli altri familiari e i numerosi servi che, in stato praticamente catatonico, giurarono fedeltà ai Quattro.
Ciò che videro, e come vissero, negli anni successivi, incrinò la psiche specie di chi era abituato a vivere nel lusso e negli agi. Geronimo e sua sorella Ginevra, in particolare, svilupparono nei due anni successivi gravi problemi ad addormentarsi, continue crisi isteriche e attacchi di panico che ovviamente non erano ben gradite dai loro carcerieri.
Alla fine del quinto semestre di lavori forzati, Ginevra non resse e strappandosi gli ultimi brandelli di veste, si tolse la vita impiccandosi.
Fu proprio il fratello Geronimo a trovarla mentre esalava gli ultimi soffi di vita.
Lì la sua mente si divise e ciò che aveva nel petto si spaccò in miliardi di pezzi, di un dolore che nemmeno la testa rotolante di sua madre decapitata innanzi a lui poteva rivaleggiare. Al contempo non riuscì a non darsi la colpa per non essere riuscito a salvare sua sorella.
Per mesi, il suo comportamento iniziò ed essere valutato come sempre più pericoloso, e solo la necessità sempre maggiore di forza lavoro gli salvò la vita.
Fu messo assieme agli Asociali, contraddistinti da un quadrato nero sulla divisa, gruppo di prigionieri e schiavi che comprendeva ubriaconi, pazzi, lascivi, tossicodipendenti e, generalmente, ogni altro gruppo di indesiderabili non fosse compreso negli altri gruppi di prigionieri.
In questo nuovo gruppo conobbe Eva Kiraly e nell’anno successivo, furono la cosa più simile alla definizione di amici l’uno per l’altra.
Quando arrivò il giorno della battaglia per la liberazione della Capitale, vennero usati come scudi umani, incatenati sugli spalti del Bastione Nord assieme ad altre decine di schiavi, donne e bambini, al fine di impedire al nemico di utilizzare armi d’assedio come trabucchi o catapulte.
Erano proprio sulla parte superiore della merlatura quando la torre venne abbattuta da una quantità di esplosivo enorme. Avvistarono solo all’ultimo un gruppo di guerrieri ammantati di pellicce che sistemavano una grossa sfera lucente, probabilmente un ordigno di un qualche tipo, ma nel clangore della battaglia che già era scoppiata in prossimità di altri bastioni, non poterono gridare nulla per rimarcare la loro presenza.
Rimasero coinvolti subito dopo dallo scoppio e dal crollo mentre un contingente di armati sotto il vessillo dell’Orsa Bianca entrò a grandi falcate attraverso la breccia.
Quando si risvegliarono, con le orecchie che fischiavano come mantici, sporchi di polvere e sanguinanti, stavano per essere passati a fil di spada, scambiati per armigeri imperiali, se non fosse per le catene che li assicuravano ancora per le caviglie e le loro vesti logore di schiavi.
Capendo che non erano altro che sventurati finiti lì come scudi umani o carne da macello, gli venne data la possibilità di impugnare l’arma di qualche caduto e lottare per la loro libertà o fuggire lontani, fuori dalla breccia appena creata.
Geronimo si rifiutò di scappare, voleva essere d’aiuto, ma più che colpire i suoi carcerieri si impegnò a tentare di lenire le ferite dei suoi nuovi compagni, nonostante ancora mancasse dell’equilibrio, forse per un danno all’orecchio che ovviamente ne minava la stabilità. Gli sembrava un modo per riscattare la sua incapacità di salvare Ginevra.
Infine, quando la battaglia si placò e la polvere iniziò ad abbassarsi, erano ancora vivi.
Gli venne concesso di conservare le armi che avevano usato, gli vennero donati abiti nuovi e puliti e venne rifocillato. Poi, dopo un paio di giorni, i vari reduci della battaglia iniziarono a smobilitarsi.
Alcuni di loro, non avendo altro posto dove andare, fecero gruppo per resistere meglio al futuro che incombeva incerto.
Geronimo ed Eva si unirono a Montgomery Scott Mac Dussel, Caelen Keithen Scott Mac Dussel, Ian Mc Coy Columnear, Fergus Mc Gill Kerr e Marlene Foster Kerr, pronti per la ricerca di uno scopo di vita.
Geronimo è una persona dal comportamento molto mutevole, alterna momenti di lucidità, giovialità e razionalità ad attimi di catatonia, tic nervosi in serie fino all’emissione di suoni gutturali privi di significato, in maniera compulsiva.
Non fa mai riferimento ai giorni precedenti la battaglia di Falcon, quasi come se li avesse rimossi. Mai parla delle sue origini, del suo vecchio titolo nobiliare di alto rango presso Sathor o della sua famiglia, come se li avesse eliminati per sempre dalla sua persona.
