L’ultimo giorno

Era da quando erano arrivati in questo borgo dimenticato dagli Astri, un po’ come tutta la Scacchiera, che parlavano della sorte che gli sarebbe toccata.
Il patto con la Vecchia Signora stava per terminare e gli ultimi granelli di sabbia nelle loro clessidre si stavano esaurendo.
Tra il serio, quasi fino alle lacrime, e il faceto, quasi fino alle lacrime, le ipotesi si susseguivano. Così come si contavano i brindisi, gli abbracci e i volti rigati, così si perdeva traccia di tutte le congetture prodotte e le promesse e fioretti fatti in caso di salvezza.
Poi erano spariti.
Scomparsi.
Saliti su una struttura che pareva una sorta di patibolo, come quelli costruiti alla bene e meglio per le esecuzioni capitali, e inghiottiti nel nulla.
Era il rintocco finale.
Poco prima di perdere i sensi, tutta la vita gli era passata davanti.
Dalla gioventù negli agi presso il Sud, nella facoltosa famiglia Asparta, fino agli incubi in galera e all’affissione ai bastioni di Falcone.
Una parabola discendente come poche persone avevano provato.
Poi la conoscenza degli altri. Prima di lei in prigione, poi dei due fratelli da Gardan, poi degli altri gardaniti, la formazione di un gruppo abile nei più disparati campi, l’accoglienza e l’apertura a tanti altri e altre, proveniente dai più lontani e disparati angoli di mondo.
Infine il viaggio nella Scacchiera.
Gli Altomastri, creature che parevano essere semidivine, inizialmente, e poi trattate poche lune fa con fare così diretto, da riservare solo ai propri pari.
Da eroi, salvatori e protettori a terzetto di attori squattrinati in fuga da un Destino che presto o tardi li avrebbe raggiunti.
Alfieri e Cadetti, esempi a cui aspirare, ma che col tempo hanno poi rivelato di essere più umani e più vicini di quanto si poteva pensare.
Con questa compagnia aveva compiuto imprese che sarebbero bastate per dieci vite.
Ma ora mancava l’ultimo passo. Sistemare la Novella Signora.
Questo avrebbe coronato la sua vita di certo.
Aver modo di mettere fine all’Immacolato, pochi anni fa, sarebbe stato uno sforzo degno del massimo sacrificio. Adesso avevano una manciata di ore per tentare di far tornare tutto all’ordine naturale.
La Vecchia Signora si era avvicinata con il suo seguito di ombre, spettri disincarnati, come se ne abbisognasse, e Iena si era immaginato al suo fianco, in quel modo, per l’eternità, vincolato inscindibilmente a lei, annullandosi.
Niente più risate.
Niente più brindisi.
Il carro delle Fiere sarebbe rimasto immobile, dove lo avevano fermato, e nessuno ci avrebbe più raccontato sopra della sorte dell’uomo dei Colli di Giada che bevve cinquanta birre. La chitarra, il suo unico possedimento, si sarebbe dapprima scordata, poi avrebbe preso polvere, perso la vernice, crettata dall’umidità e infine sarebbero stati i tarli a finirla.
Mentre gli si chiudevano gli occhi e vedeva che anche gli altri cadevano come corpo morto cade, si augurava solo di avere quel po’ di tempo, di arguzia e di prontezza per eliminare dal Mondo l’ultimo condottiero di una cosa che aveva giurato di distruggere ad ogni costo.
Se domani avesse rivisto la sua Famiglia e gli altri suoi amici, solo uno scopo ci sarebbe stato.