L’Occhio e il Drago – CAPITOLO V

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Prima parte

I due uomini sedevano a gambe incrociate a poca distanza dall’ingresso della tenda, senza dire una parola. La tensione era altissima, sebbene nessuno dei due ritenesse necessario mostrarlo all’altro.
Li avevano lasciati fuori, ovviamente. Quelle non erano cose da uomini, e inoltre era considerato di cattivo auspicio quando un bambino veniva alla luce in presenza di un uomo. Per questo solo alle levatrici e alle parenti di colei che doveva partorire era permesso assistere la futura mamma.

Saeed ibn Khalid e gli altri membri maschi della tribù lo sapevano bene e Kasumoto si era adeguato alla consuetudine locale, seppur in cuor suo l’unica cosa che desiderava in quel momento era stare vicino alla sua compagna durante quello che sembrava un travaglio piuttosto lungo e indubbiamente doloroso.
In più, per la prima volta in vita sua il samurai si sentiva assolutamente inutile e impotente. Poteva solo pregare i suoi dei che tutto andasse bene.
Il padre di Naima attendeva silenzioso, come al solito. Kasumoto non gli aveva mai sentito pronunciare più di dieci parole in una giornata, ma comunque in un momento come quello non c’era bisogno di dir nulla.
Attendevano. Cercando di ignorare le grida, i lamenti e i pianti di Naima, oltre la tela chiara della tenda.

Sua figlia stava per nascere, finalmente. E sarebbe nata in una notte rischiarata da una sottile falce di luna crescente, il tredicesimo giorno del settimo mese, per combinazione proprio quello che prima della Tirannia dei Quattro Signori del Fato si soleva dedicare a Sirio, la divinità alla quale la vita della fanciulla sarebbe stata consacrata per sempre.
Gli avevano spiegato che presso i Laes ‘n Dahlar sono le donne a dare il cognome ai propri figli, e che il primo nome delle nasciture destinate a diventare Prime Veggenti veniva scelto dal consiglio degli anziani, mentre la scelta del secondo spettava alla madre: entrambi i nomi avrebbero detto molto sulla futura sacerdotessa dell’Occhio Onniscente, sul suo carattere, sulle sue inclinazioni e su ciò che il Destino aveva in serbo per lei.
Così, tutti erano rimasti molto sorpresi quando Kaessandria, senza consultarsi con gli anziani, aveva dichiarato che sarebbe stata lei e lei soltanto a scegliere il primo nome per sua nipote. In effetti, offesi da questo gesto che era un attentato bello e buono alle ancestrali tradizioni della tribù, gli anziani membri del consiglio avevano tentato una divinazione senza la guida della Prima Veggente… invano, però: qualsiasi metodo profetico utilizzassero, continuavano a trovarsi come immersi in una grotta buia piena di fumo, come se vi fossero troppe informazioni tutte insieme e niente che aiutasse a discernerle. Così, il consiglio aveva capitolato. Kaessandria aveva vinto.

Ma a Kasumoto non importava poi molto di queste questioni che sembravano allarmare così tanto gli anziani figli del Deserto Grigio.
Ciò che desiderava era che la piccola crescesse sana e forte. Sana e forte, certo. E magari, anche…
Il samurai non osava confessarlo a se stesso, ma desiderava con tutto il suo cuore che, per quanto remota potesse essere, esistesse la speranza di svincolare sua figlia dal destino che l’attendeva, affinché lui potesse così educarla al Bushido, in modo da farne veramente la sua erede.
Sapeva che nutrire questi pensieri era oltremodo irrispettoso nei confronti di coloro che l’avevano accolto e gli avevano salvato la vita, ma in questi mesi si era reso conto di quanto desiderasse un figlio che potesse raccogliere l’eredità della sua stirpe, al momento ridotta all’osso, e perseguitata da sempre dall’oscuro dominio dei Quattro… certo, sembrava che il vento stesse cambiando, ma quanto, quanto ancora…

Le grida al di là della tenda si fecero sempre più strazianti. Adesso Kasumoto sudava. Immobile nella sua posizione, sentiva l’ansia e il terrore crescere dentro di sé… e se il parto fosse troppo doloroso? …e se Naima non ce la facesse? E se la bimba non potesse… cosa farò, cosa, cosa mai potrei fare senza di loro?
Ma l’uomo era rimasto talmente pietrificato da questi pensieri da non accorgersi che le grida erano improvvisamente cessate, che ad esse si era aggiunto il vigoroso pianto di un bambino, che Saeed si era alzato in piedi silenziosamente e che Kaessandria aveva scostato le spesse cortine di lana che fungevano da porta d’ingresso.

– Vieni a vedere tua figlia, samurai. Ti aspetta fra le braccia di sua madre.

Kasumoto si riscosse, alzandosi come se stesse brancolando in un sogno, leggermente instabile sulle gambe. Con grande lentezza, quasi con circospezione, si addentrò oltre la cortina di tessuto grezzo. La luce soffusa e instabile delle candele che addolciva ogni angolo, unita alle stoffe soffici e chiare che ricadevano in morbidi drappeggi attorno a lui, gli diedero come l’allucinazione di trovarsi all’interno di un grembo materno, ma fu una sensazione che durò solo per un attimo.
Perché la sua attenzione fu immediatamente catturata dal fagottino di carni rosate e ciuffi di capelli neri che Naima, la sua splendida e sconvolta Naima, teneva stretto al petto, con un’espressione di infinita stanchezza e immensa gioia dipinta sul volto provato dal dolore.
Senza sapere bene come, il samurai si ritrovò a cadere in ginocchio accanto al giaciglio della sua amata, assolutamente affascinato e prostrato da quella visione di serenità familiare che gli si parava davanti. Era incapace di parlare, di piangere, di esultare, di fare qualsiasi cosa. Se ne rimaneva lì, spostando continuamente gli occhi dall’una all’altra… finché non fu Naima, con delicatezza, a porgergli il fagottino.
Come in trance, Kasumoto prese fra le braccia sua figlia, nonostante avesse l’irrefrenabile terrore di lasciarla cadere. La piccola adesso era calma, e si guardava attorno, un po’ assonnata e un po’ curiosa, finché i suoi occhi scuri non incontrarono quelli neri del padre. A quel punto l’uomo, finalmente, riuscì a sciogliersi in lacrime silenziose. Naima sorrideva, esausta, prossima ad addormentarsi.

Fu proprio in quel momento che la neonata fece qualcosa di inaspettato.
Mentre fissava il padre, spalancò occhi e bocca come se avesse visto la cosa più raccapricciante che si potesse immaginare… uno sguardo adulto, terribilmente consapevole, come se fosse stata raggelata da un terrore inspiegabile ma fosse tuttavia in grado di comprenderlo e sopportarlo.
Durò solo un attimo, poi la bimba ritornò esattamente uguale a prima, serena e placida come una pupetta qualunque.

Né Naima, impegnata a rimanere sveglia ancora per qualche istante, né Kasumoto, con gli occhi impastati di lacrime di commozione, né le levatrici, occupate a riordinare l’ambiente, si erano accorti di nulla.
Ma alle loro spalle Kaessandria non aveva perso nemmeno una virgola di ciò che si era consumato sotto i suoi occhi. Un lampo di trionfo le attraversò il volto impassibile, ma nessuno dei presenti se ne accorse.

In ogni caso, madre, padre e figlia adesso erano stretti un una sorta di abbraccio collettivo, testa contro testa, e Kasumoto aveva appena posato un bacio delicatissimo sulla fronte della sua amata che a stento ancora riusciva a trovare le forze per sorridere.
– Allora, mamma…  come intendi chiamare la nostra bambina? – La voce di Naima era ridotta a un filo leggermente arrochito.
– Il suo primo nome sarà Mel’Ishnd, figli miei.
– Mel’Ishnd? Ma… che nome è? Che significa? Non l’avevo mai sentito prima…
– Meglio così, figlia mia, non trovi? Dopotutto, anche la vostra unione è un caso unico e mai visto prima da questa tribù…
La giovane donna ridacchiò, scostandosi i capelli scarmigliati dal viso. – Lo ammetto… e poi lo trovo musicale… mi piace… Mel’Ishnd…
– Coraggio, adesso, tocca a te scegliere il secondo.
Naima si voltò verso Kasumoto, cercando la sua guancia per posarvi un bacio.
– Visto che non deve mai dimenticarsi che le sue radici non appartengono solo al Deserto, ma anche al lontano e glorioso Est, ho deciso che la chiamerò Mitzuko, “colei che è figlia della riflessione” nella lingua del mio amato… perché si ricordi sempre sia da dove viene, sia dove va… non sei d’accordo, mio splendido?
Kasumoto annuì, confuso. Aveva compreso quanto la scelta del nome della Prima Veggente fosse importante e fondamentale per la tribù, quindi era profondamente colpito e lusingato del fatto che Naima desiderasse fermamente legare a tradizioni a lei estranee parte del futuro della figlia. Quanto doveva amarlo, la sua bella Naima! E lui, quanto l’amava…

– Allora è deciso, – sentenziò impassibile Kaessandria – la futura nuova Prima Veggente dei Laes ‘n Dahlar recherà il nome di Mel’Ishnd Mitzuko Tensh’Elijh… possa Talib guidarla attraverso le avversità della vita e possa l’Occhio proteggere la sua anima!

Kaessandria e le levatrici si profusero in un inchino a mani giunte, per salutare la nascita della piccola… che già dormiva serena fra le braccia della madre, la quale dopo pochi attimi la seguì nel mondo dei sogni, cadendo addormentata in un sonno profondo.

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